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By Filippo Scarlatti

Certo Gesù intendo di chiamare,

ché 'nver di lui rivolga la mie voglia

e da me e vizî miei usi levare,

acciò ch'i' non istia più 'n questa doglia,

ché forte piango il tempo ch'i' ho perduto

e, quando penso a ciò, triemo qual foglia.

Veggomi in tanta miseria venuto

ch'altro che vizî addosso i' non porto,

ma certo il mondan bene ormai rifiuto.

Or fussi istato il dì ch'io nacqui morto,

ch'entrato non sarei in questa rete

di questo mondo non ritto, ma torto.

O sascerdoti sacri, or vi movete:

venite a cavar me d'esto proscinto,

ché di servire a Dio ho molta sete!

Omè, che 'l dimon rio m'avea sì vinto

che nel far bene ero molto crudele!

Ma or per penitenzia a Dio son pinto.

Fra tutte l'alme intendo esser fedele

e 'n tutto vo' lasciar quella dea Venere,

ch'a me pareva dolce, ed era fele.

Omè, che 'n capo ci è posta la cenere,

per darci sol di nostra vita lume

e far venir le nostre mente tenere!

Occhi, pianger dovete il mal costume

ch'è 'n questo mondo per ciascuna sorte;

però rigate in terra un magno fiume!

Non vo' restar per infino alla morte

di penitenzia far con mia martire,

gridando miserere a vosce forte.

Ah, quanto si fascea per me il morire

quel giorno ch'io apersi gli occhi miei

e 'n questa selva i' ebbi a pervenire!

I' non so ancor ben dir quel ch'io vorrei,

né di quel ch'io nutrisca la mie vita;

ma pur di salvar l'alma appitirei.

Come ciascun che di qui fa partita

e non ne va con buona contrizione

e la rimession è da lui fuggita,

ogni piascere, ogni consolazione

di questo mondo fai, Solescitudine,

ma dopo vita n'ara' passïone.

Ah, quanto poca fia la dolcitudine

di questo mondo e 'n quanto poco spazio

alfin ti tornerà in amaritudine!

Non fu mai fatto di niun tanto strazio

quanto far debbo della carne mia,

per salvar l'alma, e allor sarò sazio.

Da poi che piasce al ciel che mia resìa

conosciuta ho, intendo mutar forma

e vo' servire alla virgo Maria.

I' vo' che la piatà per me non dorma,

miserere gridando in monti e 'n piaggi;

d'abito monacil vo' prender forma.

Orsi, tigri, leon fra pruni e faggi

abitan sempre, e io in comendazione

con lor vo' stare in luoghi aspri e selvaggi,

miser condotto a tanta passïone

ch'i' non ho forza poter ralegrarmi,

perch'i' ho fatto a Dio offensione.

Ognora di pregar mill'anni parmi

Virgo piatosa, che già non è cruda,

che 'n questa malattia venga a sanarmi.

Triema di caldo e poi di freddo suda

la mente mia, pensando quanto scherno

ch'io ho fatto a Gesù, simele a Giuda.

Ah, velenosa superbia, o crudel vermo,

colla tuo possa tu hai valor tale

che ciascun corpo sano tu fai infermo!

Fuggir non vuol da te ignun mortale,

ma, quando poi tuo voglie egli ha gustate,

vede ch'altro non son che tutto male.

Et vos adolescentes, che cominciate

a questi ben terreni a porre amore,

c'hanno già fatto tant'alme dannate,

prendete essemplo a me, che 'n tale errore

molto tempo in mie vita i' sono stato,

e or tornato sono al Salvatore!

El giovan pentitor molto è pregiato,

quando superbia lascia, ch'è sì rea,

e così ciascheduno altro peccato.

Amor mondan sì fa l'alma giudea,

perché pone speranza nel tesoro

e poi alfin rinverte in simonea.

Amor divin, chi l'ha, merita alloro,

perché conosce la stanza serena,

e chi nol gusta è propio com'un toro.

Gesù spezzò del limbo la catena;

di carne uman suo corpo aveva forma,

e' santi padri trasse d'ogni pena.

Amor carnale è una cosa innorma:

fa discostar ciascun dal Crïatore

e de' peccati fa seguir la torma.

Amor lascivo è tutto mancatore,

però che ciascheduno usa ingannare

e poi gli lascia aflitto l'alma e 'l core.

La gioventù non crede mai mancare;

seguita il mondo con suo voglia prava,

tanto che poi di qui ha a trapassare.

Amor corrotto ancora io l'amava

e cavalcion m'ero fermo in suo sella,

ma conosc'or che l'alma mia dannava.

Vedete l'alma ignuda e poverella;

in questo mondo vien anche l'ebreo:

la suo più che la nostra è tapinella.

Vedete ancor che, ben che sia giudeo,

ce n'è alcun che di Dio si diletta,

ma lasciar non intende il vizio reo.

Però vedete che ve chi aspetta

che Cristo incarni, salvator superno,

ma questo creder dalla gloria il netta.

E per mille cagioni il ver discerno

che quel che vuole il mondan ben seguire

alfin dannato si truova allo 'nferno.

I' non credo che niun possa fruire

in questo mondo bene senza inganni

e poi alfin le pene n'ha a patire.

E vo' fornir per me e giorni e gli anni

di dare al corpo mio gnun talento,

anzi vo' vivere in pene e affanni.

Quanto più presto il fo, più son contento,

perché, s'io ben ci penso, il ver conosco,

ch'ognora inverso Iddio fo morte cento.

Non intendo di star più in questo fosco,

ma vo' lasciarci e istare e andare

a chi sentir vorrà l'infernal tosco.

Dolci versetti mia, vo'vi pregare

ch'andiate a ciaschedun che invilupato;

di questo mondo il facciate slegare.

E dite lor che anch'io sono stato

in questo mondo, a Dio faccendo offese,

ma or da lui i' mi son seperato.

Un atto monacil mie membra ha 'mprese,

per poter risalire a quel giardino

che l'alme spente vi si fanno accese.

Gran tempo seguitai tristo cammino;

ma, come piacque a Gesù salvatore,

ebbe piatà di me, pover meschino.

Pres'ho 'l partito e son disposto in core

servir a Dio e non vo' cercar altro,

pur che inver me e' sia perdonatore,

se 'n questo mondo no, priego nell'altro.