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Non più di Mirzia e Clori
Per me fia mai che s'oda
Sonar d'intorno il bel Parrasio bosco.
Quel piacer, che ne' cori
L'amoroso desio sovente infonde,
Piacer non è, ma tòsco,
Che dolce ancide e lusinghevol froda.
Ben le reliquie nel mio sen profonde
Di tal veleno, donde
Vita già trassi lagrimosa, io sento,
Ma conforto del fallo è il pentimento.
Amor, gli strali e l'arco
Deh spezza omai, che al fianco
Ti pendon vergognoso inutil peso.
Tempo già fu che al varco
Me troppo incauto, o traditor, cogliesti,
Onde più volte offeso
Portai miseramente il lato manco;
Già fu che del mio mal gloria ti festi,
Con atti empj e molesti,
Gridando: "A maggior strazio Amor ti serba,
O d'Amor sprezzatrice alma superba."
Qual è colui, che in cima
Dell'alto Olimpo siede,
Sicuro alfin dal rio furor de' venti,
E il periglioso in prima
Non più paventa erto cammin del colle,
Ma con occhi ridenti
Si volge, e vinte le tempeste ei vede;
Tal, or che l'alma mia sé stessa estolle
Dal basso senso e folle,
Mira sicura i già passati inganni,
E trae piacer, donde già trasse affanni.
Oh come lieta, oh come
Ella in seguir gioisce
L'orme della Ragion, che un tempo giacque!
Ubbidienti e dome
Sente le voglie del suo mal già piene;
Odia ciò che lor piacque
E la già cara servitù schernisce.
Non più coll'ali di fugace bene
La solleva la spene
O colle larve sue l'ange il timore,
Né le turba il seren gioia o dolore.
Ma in purissima calma
Al giusto oprar concordi
Stanno i desir', di bella fede al lume.
E se mai tenta all'alma
Interna pace minacciar rovina
Il lungo empio costume,
Che al mal pronti ne rende e al ben fa sordi,
Tosto in mio pro si sveglia la divina
Parte, e i suoi raggi affina,
Onde mi scuote, e ad una ad una addita
L'insidie, e accorre al gran periglio ardita.
"Figlio," mi dice, "ahi quante
Cingonti d'ogn'intorno
Sirene allettatrici e micidiali!
Deh fuggi il bel sembiante,
Fuggi le vaghe pupillette accorte:
Ivi quai tempra strali
Incendiosi Amore! ivi soggiorno
Fan seco immensa doglia, eterna morte;
E fiero nodo e forte
Novellamente ei ti prepara in quelli,
Che son catene, e paion d'or capelli."
A tai voci - o possanza
Di quel gran lume eterno! -
Io veggo allor, come a chi sogna accade,
D'una in altra sembianza
Ciò, che a' sensi piacea, tutto cangiarsi:
La rosa ecco già cade,
Cadono i gigli, e appare orrido verno;
Ecco il volto leggiadro orribil farsi,
E di venen cosparsi
Gli occhi già dolci, e per più serpi immondo
Il crin, che parve inanellato e biondo.
Io veggo e penso, e fuggo
Ogni abitato loco,
D'alta vergogna e da gran duolo oppresso:
Tutto in pianto mi struggo,
Onde la fiamma antica in me si spegna.
Indi contro me stesso
M'adiro e grido: "Ah pria ch'al duro giuoco
Torni d'Amore, innanzi tempo vegna
Morte, e la salma indegna
Resti insepolta sull'ignuda sabbia,
Esca infelice di ferina rabbia."