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Veggio, s'alzarsi il guardo mio s'arrischia,
Dio, che, tuonando, il suol tremante assorda,
Ed a' suoi piè l'abisso apre l'ingorda
Sulfurea bocca, qual Vesuvio od Ischia.
Sovra il mio capo orribilmente fischia
La spada ultrice, d'atro sangue lorda.
L'Alma, che sempre al suo Signor fu sorda,
Qual tra gli affetti suoi sente aspra mischia!
La scuote orror di morte: a lei scolora
L'orrido volto un timoroso gielo;
Pur si rinfranca, e non si rende ancora.
Anzi al cader del formidabil telo
Par che alzar voglia più superba allora
La baldanzosa fronte incontra al Cielo.