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D'una grand'elce all'ombra,
Che fea scudo del Sole a i caldi raggi,
Stavan col vago Aminta
E Nitilo e Micone un giorno assisi:
Quando vider non lungi
Pan dell'Arcadia il Nume
(Quasi da grato sonno
Prender voglia ristoro)
Stender le membra, affaticate in caccia,
Sotto un olmo frondoso,
A i di cui verdi rami
La sonora sampogna appesa avea.
L'osservaro ben tosto
I Pastor' giovinetti; e, come offerta
Abbia loro la sorte
Bella cagion di risvegliarsi al canto,
E che lor sia concesso
Trattar de' Numi i musici strumenti,
Corsero frettolosi a farne preda.
Poscia ciascun di loro
Tenta animar col fiato
La Siringa ineguale;
Ma un suon discorde, in vece
Dell'usata armonia,
Uscir s'udì dalle forate canne.
Allo strepito allora
Delle stridule avene
Destossi Pan, che verso lor rivolto
Disse: “O fanciulli, or che desio v'ingombra
D'udire il suon di questa
Mia selvaggia sampogna, io stesso or ora
Vo' compiacervi; poi ch'altrui non lice
Di dar fiato alle canne,
Ch'io con industri cere
Là negli antri di Menalo compongo.
E già, Bacco, di te l'almo natale
Con ordine canoro
E della torta vite
L'origin scoprir vo': ché ben si devono
A te, gran Nume, i carmi.” E così detto,
In simil guisa il semicapro Dio
L'aure a ferir incominciò col canto:
“Io di te canto, la cui fronte implicano
Ghirlande di corimbi e d'edre e pampini,
Vera prole di Giove, o Padre Libero.
Di te, che, sparso intorno al collo e agli òmeri
Il profumato crin, le tigri indomite
Raffreni, adorne di frondosi palmiti.
Poiché del Dio Tonante il volto orribile,
Ch'agli altri sol di vagheggiar fu lecito,
Vide la bella ed infelice Semele,
Te per sollievo de' futuri secoli
Maturo parto espose il Dio del fulmine.
E voi di Nisa entro degli antri rustici
Poscia il nodriste, o fortunate Driadi,
In compagnia de' vecchi Fauni e Satiri.
Già l'antico Silen l'alunno tenero
Umile inchina, e quindi in grembo accoglielo.
Ora il solleva colle braccia ruvide;
Or colle dita il fianco gli solletica,
Onde al riso l'invita; ed or allettalo
Col moto al sonno; ed or colla man tremola
Scotendo va lo strepitoso cembalo.
Sorride a i vezzi del selvaggio balio
Il pargoletto Dio, quindi gli sbarbica
Dal petto irsuto le pungenti setole;
Or colla man l'acute orecchie stringegli;
Ed or applaude all'irto capo ed ispido
E al mento, cui non folti peli adombrano;
E il naso scemo ancor preme col pollice.
Cresce intanto il fanciullo, e dalle tumide
E bionde tempie già le corna spuntano;
Ed ecco le prime uve esporre il pampino.
Mirano di Lieo con ciglia attonite
Le fronde e i pomi i curiosi Satiri,
Cui sì favella il giovinetto Bromio:
'Ite il frutto maturo a còrre, e i grappoli
Sinora ignoti ite a calcar solleciti.'
Ed essi appena le sue voci ascoltano,
Che pronti l'uve dalle vite schiantano,
Ed i canestri numerosi n'empiono.
S'affrettan poscia sovra i sassi concavi
Co i loro piedi alternamente a premerle:
Così ferve su i colli la vendemia;
E mentre le mature uve si pestano,
D'umor purpureo i nudi seni aspergonsi.
Allora i sozzi Satiri, per beverne,
Ciò ch'il caso lor offre ingordi prendono.
Chi d'un corno si serve e chi d'un cantaro,
Chi le man' curva e le converte in ciotole;
Altri poi chini ove un gran lago mirasi
Sorbon con labbra strepitose ed avide
Il dolce mosto, in cui molt'altri attuffano
Le capaci cratere. Altri tracannano
Dall'uve espresse, risupini, in copia
Il soave liquor, che poi rigurgita
Lor per la bocca e inonda il petto e gli òmeri.
Il tutto è in giuoco, in danze, in suoni e in cantici.
Ma già 'l vino incomincia a destar Venere:
Dietro le Ninfe, che veloci fuggono,
Corron gli amanti Satiri, ch'anelano
Rapirle; e quelle sciorsi da' lor vincoli
Tentan, ma invan, ché d'improvviso arrestanle,
Chi pe 'l crine afferrando e chi per l'abito.
Anco il vecchio Sileno i pieni calici
Vòtando va d'oribrillante ambrosia,
Avido sì, benché di forze languido.
Quindi del dolce e vaporoso nettare
Porta gonfie le vene e 'l volto sordido;
E fatto è tal, ch'a tutti appar ridicolo:
Anzi lo stesso Dio, quel Dio, che genito
Da Giove fu, colle sue piante nobili
Non sdegna di calcar quegli aurei grappoli;
Ed attorcendo all'aste il verde tralcio,
Offrire alle sue Tigri allor, che beono,
Del novello liquor tazze, che spumano.”
Tai cose pien di zelo
Nella menalia valle
A i giovani Pastor' l'Arcade Nume
Insegnava cantando,
Mentre l'amica notte
Richiamava coll'ombra
La gregia sparsa a i vicin' campi intorno,
Ed invitava il copioso latte
A spremer dall'irsute e gonfie mamme,
E poi stretto a ridurlo in bianche glebe.