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Quella, che, alzando fiammeggiante spada,
Di Dio ministra, alma Giustizia, in trono
Siede, e veglia del Mondo al gran governo,
In Mare, in Terra, e per l'aerea strada
Tien sue milizie, e sono
Guerra, tremuoto, e tuono,
E le sì atroci pestilenza e fame.
Chiamolla un giorno il Dominante eterno
A far severo della terra esame;
E a questa bassa mole
Volse lo sguardo, e tai formò parole:
“Mira della corrotta infima terra
Gli abitator' superbi: un solo, un solo
Non v'ha, che appieno le mie leggi osserve.
E pur tutta mandai l'Europa in guerra;
Mandai la fame a volo
A sterilire il suolo,
Perché intendesser che Dio vive e regna;
Ch'è giusto e forte, e che irritato ferve,
E a farsi amare col gastigo insegna,
Quando l'empio ricusa
Sua dolce grazia, e la pietade abusa.
Dicon gli stolti entro il lor cuor perverso
Che tanti assalti d'adirato Cielo
Effetti sono di cagion' seconde,
D'elementi e di stelle influsso avverso.
Del mio fulmineo telo,
Delle vampe e del gielo
Ridonsi; né ch'io sia che gli percuota
Credon, cercando le ragioni altronde,
Come s'io fossi deitade ignota.
Or vo' con nuovo e strano
Gastigo contro lor stender la mano.
Tu quel, ch'io voglio, nell'accesa fronte
Mi leggi: vanne inaspettata e fiera
Esecutrice dell'orribil opra.”
Ecco dal santo inaccessibil Monte
Scende la gran Guerriera,
E va per l'aria nera
Schierando i nembi e ragionando a i venti,
Il piè movendo alle lor penne sopra.
Chiamò dal Polo i più rabbiosi e algenti,
Che da questa alla prima
Età non provò mai l'Italo clima.
Correa quel dì, che adoratori i Regi
Vide Betlemme, e avea lasciato il Sole
Calda e folta di nubi acquosa notte,
Che tutti nascondea del Cielo i pregi;
Quando d'Eolo la prole,
Oltre di quel che suole,
A batter cominciò le fredde penne,
E, d'Austro le procelle umide rotte,
Nuova tempesta aquilonar sen venne,
Che impetuosa e greve
Ingombrò l'acque e 'l suol di gielo e neve.
Bella insegna di pace, amor de i campi,
Dolce e pregiata Oliva, ahimè qual fiero
Nembo i tuoi rami scuote ed avvelena!
Tu gli estivi del Sol più accesi lampi,
E il freddo più severo
Dell'Italo Emispero
Finor vincesti coll'invitta fronda,
L'onor serbando, benché d'anni piena,
Di sempre fresca gioventù feconda,
E nel tuo verde eterno
Ricco facevi ancor di frutti il Verno.
E pur gravata ne i pendenti rami
Da dura algente neve, e con alterna
Furia de' ghiacci austeri or scossa, or carca,
T'abbandonaro i bei vitali stami;
E la robusta interna
Dolce virtù materna
Negò alle fibre il consueto latte,
Priva di forze e poi di vita scarca.
Del liquido le vie secche e disfatte,
A un tratto il sì diffuso
Alimento fu ucciso, o almeno escluso.
Pendeano (ahi vista a rimembrarsi acerba!)
Le spesse braccia di bei frutti piene,
Ma al grande assalto pèrdon frutti e foglie;
Ed il fallito tronco appena serba
Nelle profonde vene
Virtù, che lo sostiene,
Perché 'l vigor di sue radici occulto
Gli renda un giorno le perdute spoglie.
Ma quando fia che ben nutrito e culto
Torni coll'ampie chiome
A ripigliar l'antico pregio e 'l nome?
Tutti polve saremo, e saran polve
De i figli i figli, e la memoria atroce
Ne i tardi rimarrà crescenti tronchi.
L'orecchia offesa i lumi afflitti volve
Verso il colpo feroce
Della scure veloce,
Che di tant'anni le fatiche ha spente.
Volan le schegge, e vanno a terra i bronchi,
E a chi ben ode in quel fragor si sente
Fremer la divin'ira,
Che ne i taglienti ferri ardente spira.
Che mai facesti, eccelsa Arbore antica?
Qual colpa mosse il sì mortal flagello?
Conti pur fra' tuoi rari incliti merti,
Che nunzia fosti d'aurea pace amica,
Quando 'l candido e bello
Semplicissimo Augello
All'Arca ti portò sul gentil rostro,
Allor che, i fonti alle grand'acque aperti,
Piovve naufragio dall'etereo Chiostro;
E 'l tuo giocondo ramo
Gli avanzi rallegrò del vecchio Adamo.
Corresti pure d'Israello in mano,
Dell'alta Gerosolima alle porte,
Il divino a incontrar Rege de Regi;
E di tue frondi ricoprendo il piano,
Di Giuda al Leon forte,
Vincitor della Morte,
Desti di pace adorator tributo.
Perché sì rea mercede hanno i tuoi pregj?
Perché non dierti al gran bisogno aiuto?
Misera! indegna sei
D'esser funesto oggetto a i carmi miei.
Ah, che né rea se' tu, né per tuo danno
Moristi, ché non sei di merto o pena
Capace, o fredda ed insensata Pianta.
Noi, noi in quel sempre memorabil anno
Sì spaventosa scena
Aprimmo, e la gran piena
Dello sdegno di Dio portammo in Terra.
I nostri falli la tremenda e santa
Giustizia trasser giuso a farci guerra.
Fur l'opre umane impure
Contra le belle Piante e gielo e scure.
Par forse poco? andar sossopra il Mondo,
Fatto il capriccio uman folle guerriero;
Mancare, indebolirsi amore e fede;
Naufraga andar santa onestade in fondo;
Senso e interesse intero
Aver de i cuor' l'impero,
Forse par poco? profanare i Tempj,
Più che i Teatri? e, dove ha vita e sede
Lo stesso Dio, dare idolatri esempj?
E con empia baldanza
Divenire il peccar garbo ed usanza?
È fama che fra i turbini e fra i lampi,
Anche in faccia del gielo in aria accesi,
In quelle notti spaventose ed adre
Fosser pe' freddi, nuvolosi campi
Tai lieti accenti intesi:
“Viva il gran Dio, che resi
Ha i lor torti a' malvagi; e 'l fiero strale
Di Giudice scoccando, e non di Padre,
Ha distrutto il più ricco arbor vitale.
Viva, o bell'Alme elette,
Il Dio delle giustissime vendette.”
Sommo Padre e Signor, principio e fine
Delle cose create, adoro e lodo
La tua pietà nel nuovo scempio acerbo.
Poiché i flagelli tuoi, che sono al fine,
Altro che un dolce modo,
Con cui l'umano frodo
Di tante fiere iniquità spaventi?
Apprende d'umiltà sensi il superbo,
E s'arman di costanza i ben viventi.
Quei, che gastighi sono,
Son segni ancor d'affetto e di perdono.