4° Giorno

By Torquato Tasso

Quel che rimira le contese e i pregi

de' lottatori, o di chi leve al corso

le membra ignude in dì solenne affretti,

o de' guerrieri pur l'imprese e l'armi

diverse in largo campo o 'n chiuso arringo,

e i duri incontri in torneamento e in giostra,

sente in se stesso un movimento interno,

ond'è commosso e concitato insieme

con quei che fan tra lor duro contrasto,

e col suo propio affetto inchina e pende

più sempre ad una parte, e brama e spera

la vittoria da quella, e spesso inalza

per rincorar i suoi la voce e 'l grido.

Così chi di celesti obietti eterni

e de le cose smisurate e grandi

mira le maraviglie, o pure ascolta

quel ch'ogni estima, ogni giudizio avanza

de l'inerrabil sapienza ed arte,

convien che seco, anzi in se stesso apporti

gl'impeti interni e 'l vivo ardore, e 'l zelo

fervido, a contemplar rivolto e fisso

tai cose e tante, in pochi giorni al suono

fatte de la divina, eterna voce.

E dee con ogni forza insieme accolta,

come compagno e come fido amico,

trovarsi nel contrasto e darne aita,

perchè non si nasconda e non s'adombri

la verità; ma senza inganni o falli

risplenda e di sua luce i cori illustri.

Ma che dico? ed a chi ragiono e parlo?

Mentre in sì faticosa e giusta impresa

quasi ardisco di porre i cieli in lance

e pesar l'universo appeso in libra,

le prime opre narrando e i primi giorni

e i natali del mondo; e i primi e gli alti

princìpi suoi non ricercando a caso

fra le menzogne de la Grecia antica,

dove per suo voler s'accieca e perde

altri, filosofando, il dritto lume;

o pur ne l'Accademia e nel Liceo,

o ne l'error del tenebroso Egitto,

ma da colui, che fuor ne trasse, e scorse

i fidi suoi per mezzo al mar sonante:

egli mi tragga ancor securo a riva

da questo sì turbato e sì profondo

mar d'ignoranza e di superbia umana.

Anzi pur tu, che lui rassembri, o Padre

sommo, e rinovi il primo e santo essempio:

tu, che somigli lui, somigli ancora

il Re del cielo, ond'ei fu quasi imago,

ma pur nascosa fra gli orrori e l'ombra

del secol prisco; e tu sei l'altra or vera

spirante imago e simolacro illustre

de l'alta gloria sua, che nulla adombra,

onde co' raggi suoi riluci e splendi;

piacciati tanto al mio turbato ingegno

compartir di quel santo e puro lume,

che transfuso da te, conduca e scorga

l'alme gentili e i pellegrini spirti.

E se giamai gli occhi levaro in alto

in bel sereno, lucido, notturno

a l'immortal beltà de l'auree stelle,

pensando a l'opre del fattore eterno,

chi è colui che fece il cielo adorno

e tutto il variò, quasi dipinto

con sì diversi fior di luce e d'auro?

e come ne le cose esposte a' sensi

necessità tanto il piacere eccede?

E se 'n tal guisa fur mirando apprese

del sommo Dio le maraviglie eccelse,

e da quel che si vede e scopre agli occhi

fur note poi l'altre invisibil forme,

posson ben questi empier le sedi intorno

di questo sacro a Dio teatro, e i gradi

ove la gloria sua si narra e canta.

O possa io pur, sì come guida e scorta,

ch'ignoto peregrin conduce intorno,

e gli edifici e le mirabili opre

di famosa città gli addita e mostra,

così condur le peregrine menti

de' mortali qua giù mai sempre erranti

a le sublimi maraviglie occulte

di quest'ampia città, di questa io dico

città celeste, ove è la patria antica

di noi figli d'Adamo e l'alta reggia,

in cui gli eterni premi il Re comparte.

Ma poi cacciati in doloroso essiglio

fummo dal micidial demon superbo,

che pria dolce n'adesca e poi n'ancide

d'eterna morte, e 'n servitù n'adduce

a' duri lacci del peccato avinti

co' nodi di fortissimo adamante.

E qui potran veder securi e certi

de la nostra immortale e nobile alma

l'alto principio e la celeste origo.

E quella, che repente indi n'assalse,

orrida e spaventosa e fiera morte,

che del peccato è dolorosa figlia:

del peccato, ch'è prole e primo parto

del superbo demonio a Dio rubello,

principe di malizia, e quasi fonte

ond'ogni mal fra noi si versa e spande.

Qui conoscer potran se stessi ancora,

chè per natura son terreni e frali,

ma pur de la divina e santa destra

de l'eterno Signor fattura ed opra.

E conoscendo se medesmi alzarsi

a conoscer Iddio, che fece il tutto,

ed adorar il creator del mondo

e servir al Signor, dar gloria al Padre,

amar quel che ci nutre e ci conserva,

lodar quei ch'i suoi beni a noi comparte,

principe a noi de l'una e l'altra vita

caduca ed immortale, in terra e 'n cielo,

apprender qui potranno, e sazi e stanchi

non saran mai di celebrarlo a prova:

perch'ei co' doni, onde arricchisce e illustra

e fa lieti qua giù gli egri mortali,

conferma ancor le sue promesse antiche

de' tesori celesti e de l'eterno

regno divino, ove ne chiama a parte

e l'umana speranza inalza e folce,

che sempre per se stessa a terra serpe.

Ma se le cose, al variar de' tempi

qua giù soggette, son pur tali e tante,

quali e quante fian poi l'eterne in cielo?

e se quel che si vede a gli occhi nostri

piace cotanto, or quai saranno al fine

gl'invisibili oggetti a l'alta mente?

se del ciel la grandezza in guisa avanza

ogni misura de l'umano ingegno,

chi la natura senza fine eterna

fia che comprenda? e s'egli è pur sì bello,

o pur sì grande e sì veloce il sole,

e sì ordinato ne' suoi obliqui giri,

sì moderato al mondo e sì lucente,

in guisa d'occhio che l'adorni e illustri;

se mai de la serena e chiara vista

non ci lascia partendo a pien contenti,

bench'egli pur soggiaccia a tarda morte,

quando che sia, deh qual bellezza eterna

nel gran Sol di giustizia altri contempla?

se sol non veder questo al cieco è pena,

qual sarà pena al peccator ingrato

l'esser privo d'eterna e vera luce?

Era già fatto inanzi il primo cielo

e la terra, e la luce ancor creata,

e già distinta era la notte e 'l giorno,

ed era fatto ancor quel cielo appresso,

che da la sua fermezza il nome prende,

confine estremo del sensibil mondo.

E l'arida, pur dianzi occulta e immersa

tutta ne l'acqua, era scoperta in parte

da l'ondeggiante umore. E 'nsieme accolte

eran già l'acque nel lor propio loco.

Pieno la terra omai de' propi parti

aveva il grembo, e di fecondi germi

tutto d'erbe e di fior dipinto e sparso.

E frondeggiava de l'ombrose piante

la verde chioma; e pur ancor non era

il sole, over la luna; e quel nomato

non era de la luce eterno padre

e padre de le cose, e quasi fabro,

di quelle, dico, che produce e nutre

la madre terra; e 'l vano e falso errore

de' mortali che il senso inganna e guida,

quasi fallace e lusinghiera scorta,

non l'avea fatto Dio. Ma l'opre illustri

avea fornito Dio del terzo giorno,

e dava ormai lieto principio al quarto.

"E sian fatti" diss'egli "i duo gran lumi

del fermo cielo; e questo e quel risplenda

sopra la terra, e sia diviso e scevro

in disparte del giorno, ed in disparte

la metà de la fredda oscura notte."

Così diss'egli, e fece i duo gran lumi.

Ma chi disse? e chi fece? Or non intendi

de la doppia persona il grande, occulto,

ineffabil mistero e infuso e sparso,

la sacra istoria di saper profondo

rivelato per grazia a' vecchi Padri,

che ne l'antiche carte ancor s'adombra,

quasi per nube, e ne si vela in parte?

E non conosci ancor de l'alta voce

quanto giovi a' mortali il santo impero?

"Risplendan" disse Iddio "sovra la terra

per illustrarla, e l'agghiacciate membra

riscaldar col vital temprato foco."

Così disse egli; ed ab eterno impose

che 'l sole i raggi suoi spargesse al giusto

ed a l'ingiusto; ch'a l'ingiusto ancora

volle giovar, chi di giovar insegna.

E ne gli iniqui ancora ei spande e versa

i suoi beni, e le grazie in ciel cosparte,

e transfuse dal sole e da le stelle,

nè fu ne le parole o pur ne l'opre

discorde a se medesmo il Padre eterno

perch'ei primier creò la bella luce,

e poscia il sol. Fu senza il sole adunque

la chiara luce, e senza sole o stelle

fu certo prima. E come il corpo a l'alma,

e come serve il carro al propio auriga,

così a la prima luce i duo gran lumi

fur dati, ond'ella risplendendo apparse.

Perch'ella da se stessa a gli alti ingegni

prima risplende ed a le pure menti,

intelligibil parto e quasi eterno;

poi sovra il doppio carro a' vaghi sensi

nel dì riluce e ne l'ombrosa notte,

nè mai di carreggiar è stanca o tarda

per le strade là suso oblique e torte.

Fu dunque pura luce inanzi il giorno,

che poi di raggi adorno il sol distinse.

Anzi Dio stesso separar la luce

da le tenebre volle e dipartirla,

ma comandò che separasse il sole

il chiaro giorno da la notte oscura:

perch'a la nobil mente egli distingue

i puri oggetti, e poscia al sol comanda

che gli mostri divisi a' sensi erranti;

ed a la bianca luna ancor ministra

del suo splendore; e vuol che questo e quella

il tempo e l'ore in spazio egual comparta.

Osiamo adunque senza inganno o tema,

almen con l'animoso alto pensiero,

a separar da la sua luce il sole,

come nel foco si divide e parte

quel di lui che n'infiamma e quel ch'illustra.

E già il divise con mirabil vista

Iddio, quando egli al rubo il foco impose,

lucido assai, dal suo splendor disgiunta

l'altra propia virtù, quella ch'incende,

che rimane oziosa, allora occulta:

tanto è il poter de la divina voce,

che può del foco risecar la fiamma.

Anzi quando avverrà ch'i premi eterni

e le pene comparta, allor del foco

fia la natura alfin divisa e scevra;

e fia la luce destinata al giusto,

perchè ne goda, e l'altra ardente forza

a punir l'empio giù nel cieco inferno.

E 'l variar de l'incostante luna

il medesimo ancora insegna e mostra

con le cangiate sue diverse forme.

Perchè mentr'ella scema e 'l lume perde,

tutto già non consuma il bianco volto,

ma de' suoi rai la candida corona

con varia imago ora ripiglia, or lascia:

onde conoscer puoi ch'assai diverso

il suo corpo è da quello, ond'ei s'illustra.

Il somigliante ancor nel sole aviene,

ma 'l sole il lume suo, ch'è preso altronde,

poi ch'una volta ei se n'adorna e veste,

mai non depone. Ella del lume altrui

s'ammanta spesso, e spesso ancor si spoglia

con umil vista, e la sua vece alterna.

In questa guisa a' duo gran lumi impose

che da lor fosse dipartito il mezzo

del chiaro giorno, e de la notte il mezzo.

Perchè 'nsieme non sian confusi e misti,

nè compagnia, ned amicizia al mondo

fra la luce e le tenebre rimanga.

Ma qual nel giorno luminoso è l'ombra,

tal ne lo spazio de l'oscura notte

la tenebrosa ed orrida natura

l'ombra de' corpi cede opaci e densi

a lo splendor de' più lucenti opposti.

E in sul mattino a l'occidente è stesa,

e verso l'oriente a sera inchina,

e 'l mezzo giorno si raccorcia e stringe,

e contra l'Orse si dispiega a pena.

La notte volta dal contrario lato

cede a' lucidi raggi, e 'n sua natura

altro non è che l'ombra oscura algente,

ch'esce dal grembo de la terra opaca.

E sempre avanti a lo splendor diurno

fugge a la parte opposta e si dilegua.

In questa guisa impose il Padre eterno

le misure del giorno al chiaro sole,

e fè la bianca luna, allor che tutto

d'argento il cerchio e di splendor riempie,

principe de la fredda oscura notte.

Eran quasi per dritto allor conversi

l'un contra l'altro i due bei lumi in cielo,

perchè nascendo il sol imbruna e perde

de l'alma luna la ritonda imago.

E se precipitando il sol tramonta,

ella a l'incontra in oriente appare

sorgendo, e fuor dimostra ornato il viso.

Ma in altre sue figure, in altre forme,

con la notte sparir non suole insieme,

benchè nel suo perfetto intero stato,

quando ha colmo di luce il vago giro,

incoronata de' suoi bianchi raggi,

regina è de la notte, e tutte avanza

di luce e di beltà l'aurate stelle,

ed in vece del sol la terra illustra.

Ma 'l sole è re del luminoso giorno,

e come sposo dal celeste albergo

esce tutto di raggi e d'oro adorno,

di più lucente e di maggior corona

circondata la chiara accesa fronte.

E 'n guisa di gigante alto e superbo

trascorre il cielo e 'l signoreggia intorno,

tanto egli è grande e di tal luce è ardente.

È grande ancor la via men calda luna,

ma come è grande? o per rispetto altrui,

se pur riguardi a le minori stelle?

od in se stessa pur descritta e chiusa

da le sue linee entro il suo puro cerchio,

sì come è grande il mare e grande il cielo?

o perchè basti il suo splendor sereno

ad illustrar gli smisurati campi

de la terra, del mar, del ciel profondo?

Però d'ogni sua parte egual si mostra,

quando è ritonda, a gli Etiopi e a gl'Indi,

a' freddi Sciti, a gl'Iperborei ignoti,

o sia in oscuro occaso o 'n lucido orto,

o del ciel tenga più sublime parte.

Nè giunge o toglie a la grandezza alquanto

de l'ampia terra il largo seno o 'l dorso,

onde minor per lontananza appaia,

maggior, perchè s'appresse e s'avvicini,

come de l'altre cose in terra incontra.

Ma giamai dal gran sole è più remoto,

nè più vicino alcun; ma in spazio eguale

son gli abitanti in ogni clima estremo.

Pensa fra te, se mai d'eccelso giogo

d'orrido monte rimirando a basso,

umil campo vedesti od ima valle,

quanto i gioghi de' buoi sembrano in vista,

o quanto grandi gli aratori istessi!

Di minute formiche ebber sembianza

senza alcun dubbio, entro misura angusta

così accorciarsi e ranichiar le membra;

o tanto si consuma e si disperde

de la vista mortale il senso incerto

in mezzo a così grande e lungo spazio,

ch'a pena giunge a que' remoti oggetti!

Ma se da vetta o da sublime scoglio

volgesti il guardo al mar con gli occhi intenti,

quante l'isole in lui diffuse e sparse

ti si mostraro in vista? o negra nave

di care merci e preziose onusta,

spiegando in alto le sue bianche vele,

in guisa d'ale, da la salda antenna,

sovra il ceruleo suo spumante dorso?

Certo minor di candida colomba

s'offerse a gli occhi la minuta imago,

tanto nel vano e ne gli spazi immensi

l'umana vista indebilisce e perde.

Già gli alti monti a le profonde valli

credesti eguali, e di ritonda forma,

chè non apparve in mezzo antro o spelonca,

ned altra sua inegual scoscesa parte;

ma tutto si nasconde il cavo e il voto

per lontananza, e con aperto inganno

ogni disugguaglianza in lei s'adegua.

E ritonde le torri ancor diresti,

bench'abbian quattro lati e quattro facce,

e sian rivolte a l'Aquilone e a l'Austro,

ed a l'altre del mondo avverse parti.

Però senz'alcun dubbio esperto credi

che 'n lungo spazio ogni lontana imago

si confonde e s'inganna il senso errante

in molte guise. Adunque è grande il sole,

ma quel di sua grandezza è certo segno,

che, perchè sian stelle infinite in cielo,

da ciascuna di loro il lume sparse;

e 'n un raccolto a discacciar non basta

la mestizia e l'orror d'oscura notte;

ma solo il sol, che l'orizzonte ascende,

anzi, mentre s'aspetta, e pria ch'ei s'erga

sovra la terra e sparga i primi raggi,

le tenebre dissolve, e l'auree stelle

supera di splendore; e l'aria densa,

e dal freddo notturno in gel ristretta

diffonde e sparge; e 'l liquido sereno

con via più dolci tempre illustra e scalda.

Onde l'aure odorate inanzi al giorno

spirano mormorando, e piove intanto

il rugiadoso e cristallino umore.

E quinci apprendi del maestro eterno

l'arte divina, che lontano il sole

dispose, e in guisa moderò l'ardore

che per soverchio non infiamma il suolo,

nè per difetto ancor l'agghiaccia, o lascia

languido e mesto ed infecondo al parto.

E de la bianca luna intendi o pensa

cose conformi e somiglianti a queste.

Perchè (sì come dissi) il corpo è grande,

e se fuor traggi il sol lucente e bello,

più d'altro appare che nel ciel risplenda;

ma non sempre si vede, e non riluce

in ogni tempo con egual sembianza;

ma riempie talora il voto cerchio,

talvolta scema si dimostra in parte.

Anzi, mentre ella cresce, oscura e fosca

divien da un lato, e nel calar imbruna

da l'altro; e de l'eterno e saggio fabro

dir non possiamo il magistero e l'arte,

perchè dar volle in cielo un chiaro essempio

col variar de l'incostante luna

a l'incostanza umana, al modo incerto

di nostra vita instabile e vagante,

ch'un perpetuo tenor giamai non serba,

nè 'n fermo stato si mantiene e dura.

Ma cresce prima e se medesma avanza,

sin che di sua grandezza aggiunga al sommo;

dechina poscia e si consuma, e cade

sin ch'al fin pur s'estingue e torna in nulla.

Dunque nè di sua gloria in vista altero

alcun sen vada, o mostri orgoglio e fasto

per gran tesoro accolto, o 'n sua possanza

troppo confidi, oltra ragion superbo;

nè per corona antica ed aureo scettro

altrui rassembri imperioso e grave.

Ma di sè la caduca e fragil parte

disprezzi, e solo estimi i beni interni

e l'anima immortal, cui nulla estingue;

e de le cose umane i giri incerti

pensi e ripensi; e 'l suo pensier affisso

tenga a l'eterne pur, come a suo centro.

E se la luna impallidita e scema

col perturbato aspetto unqua l'attrista,

più de l'anima sua si dolga e gema,

ch'acquista la virtù, tesoro e dono

prezioso del cielo, onde s'avanza,

e poi la perde, e 'l primo onore antico

e la sua dignitate in sè non serba.

E veramente a' vaghi e lunghi errori

de l'instabil pianeta uom folle e stolto

vaneggiando somiglia; e 'n vari modi,

come la luna, si trasmuta e cangia.

Alcun vi fu, che de la mente umana

c'ha due potenze o pur due parti insieme,

e l'una a far, l'altra a patir acconcia,

quella ch'illustra rassomiglia il sole,

questa, ch'illuminata indi rischiara

il tenebroso e fosco, ei fa sembiante

a la luna, ch'altronde il lume prende

e de l'altrui splendor lucente appare.

Perchè la parte in noi soggetta a morte,

se l'intelletto ha parte a morte esposta,

pur col lume de l'altra alluma ed orna

in sè mille leggiadre e chiare forme.

Ma quella ch'i suoi raggi altrui comparte,

temer non può di morte il duro fato,

talchè Dio la credea nel secol prisco

filosofando l'ingegnosa turba.

Altri Dio no, ma creatura e parto

da Dio prodotto, a cui di sole il nome

per l'alta luce sua concede e dona.

Ma 'n disparte si stia di acuto ingegno

l'animosa ragione, e ceda intanto

a quel che più conferma antica fede,

ed animosa pur, che meglio il vero

d'ogni primo intelletto in Dio conosce.

Or dimostriam come l'errante luna

giovi col variare, e parte accresca

le cose che la terra in sen produce,

o nudre il mar nel salso umido grembo:

però che il crescer suo riempie e colma

d'umor i corpi, e 'l suo scemar gli scema,

e quasi vota: in sì soavi tempre

l'umido e 'l caldo ella congiunge e mesce.

Perchè fredda non è la bianca luna,

com'altri estima, e solo algente appare

a paragon del sole, onde si scalda.

Però, quando ella col suo cerchio intero

mostra da l'alto cielo il pieno aspetto,

emula vaga del fratello ardente,

e (se dir lece) quasi un sol notturno,

allor le notti tepide e serene

son più de l'altre, in cui d'adunca falce

mostra l'imago, o con argentee corna

s'incurva avanti il sole o pur da tergo.

Allor via più germoglia il verde tronco

con nove frondi e rami, e più s'impingua

l'umida sua midolla entro la scorza.

E più ripiena è in mar la dura conca

di prezioso cibo; e pur aviene

ch'altri dormendo sotto il cielo aperto,

la testa grave del suo umor riempie.

Lascio or da parte come l'aria e i venti

ella commova, o 'l mar perturbi e queti.

E tanto basti aver narrato omai

di sua grandezza e de' suoi vari effetti,

ond'ella giova. E non dee senso umano

esser giamai di mensurarla ardito,

chè quivi il suo giudizio è incerto e falso.

Cotanto è grande, e 'n cotal guisa illustra

gli abitatori e le città disgiunte

dal vastissimo mar, da l'ampia terra.

O sian in parte ove dechina il sole,

o pur ne' regni de la bella Aurora,

o sotto l'Orse e ne la zona algente,

o pur ne la fervente arida fascia

che per mezzo il terren divide e cinge,

gl'illustra, dico, e quasi al modo istesso,

non altri con obliqui e torti raggi,

altri con dritti; e questa è vera prova

ch'ella sia grande e 'nvan repugna il senso

o la falsa ragion, che 'l falso afferma,

e non v'ha luogo ingegno di sofista.

Ma quel che fece a noi sì caro dono

de la mente immortal, c'insegni ancora

a conoscer il vero. E quella eterna

sua sapienza, ond'egli fece il mondo,

grande in picciole cose ancor dimostra,

maggior ne le maggiori a noi la scopre,

sì come è il sole e la ritonda luna.

Benchè, se quello o questa in parte agguagli,

o paragoni al suo fattor sovrano,

verso di lui, ch'ogni grandezza accoglie

in se medesmo, e come cosa angusta

l'universo nel pugno astringe e serra,

e quello e questa avran sembianza e forma

d'avido pulce o di formica industre.

Fece nel tempo istesso ancor le stelle

quel che prima avea fatto il fermo cielo

nel dì secondo, e non a pieno adorno.

Bench'altri stelle di nomar presuma

i sublimi non pur celesti lumi,

e quasi eterni, nel suo giro affissi,

ma le comete e le figure ardenti,

che in varie forme fiammeggiar ne l'alta

aria veggiamo o nel sublime foco,

che sotto il giro de la luna accolto

con lei s'aggira di perpetuo moto.

Ma queste colà sù mai certo loco

aver non ponno o pur grandezza e forma,

od ordine costante; e 'n breve tempo

sparir da gli occhi, e dileguarsi in tutto

soglion per l'aria dissipate e sparse,

sì come quelle che dal sen fumante

han de la terra 'l nutrimento e l'esca.

O se la madre gli diniega il cibo

arido, che diviene in breve adusto,

viver non ponno, onde tra spazi angusti

la vita loro è terminata e chiusa.

Talor non passa un giorno, anco talvolta

nel punto che s'infiamma ella s'estingue.

Onde quell'animal che 'n riva nasce

de l'Ipani sonante e vede a pena

un solo e breve sol nato con l'alba,

giungendo inanzi sera al fato estremo:

quell'animal, dico io, ch'avara e scarsa

ebbe più d'altro la natura e 'l cielo,

con sorte via migliore in terra ei nasce,

che nel ciel queste varie accese forme.

E stelle pur altri le appella e noma,

altri stelle cadenti. Onde sì spesso

agogna rimirando il volgo errante,

se morir ponno, o se cader le stelle,

ch'esser devrian per dignitate eterne

o quasi eterne, e trapassar vivendo

de' secoli volanti il lungo corso.

Ma così parla chi ragiona a' sensi

del volgo infermo, e 'l suo parlar gli adatta.

Ma tra queste figure in cielo accese

e quasi impresse, e di sua nota aduste,

han loco alcune sì costante e certo

e così lunga e così stabil vita,

ch'altri le stima del sublime cielo

parte non pur, ma bella e cara parte:

sì come è quella via lucente e bianca,

che del latte al candor i lumi aggiunge

di tante fisse stelle ivi cosparse;

la qual è via, ch'adduce a l'alta reggia

de' favolosi divi; e strada ancora

onde a l'animo umano è aperto il varco,

per cui discenda nel corporeo albergo,

e poi ritorni rivolando in alto

a la sua pura e sua fatale stella.

Così credeano, e questa è fama antica.

Ma la cometa di possente aspetto,

ch'i purpurei tiranni e i regi invitti

ancide fiammeggiando, e muta i regni,

breve spazio ha di vita a tanta possa,

e di due anni il corso a pena adempie.

Così nel tempo de l'infanzia umana

invecchia e more la terribil luce,

che dà spavento a' miseri mortali.

Questa giamai tra 'l Capricorno e 'l Cancro

apparir non ci suole, o pur di rado

ivi si può mostrare, e pria ch'avampi

con sua gran forza la dissolve il sole.

Ma oltre quella obliqua e torta strada

per cui fanno i pianeti eterno giro,

s'infiamma, e splende tra quel cerchio e l'Orse;

indi spiegando la sua ardente chioma,

o pur la barba di sanguigna fiamma

accesa e sparsa, e spaventosa in vista,

con annunzio di morte altrui minaccia.

E questa ancor, benchè dannosa e fera,

sortì di stella il glorioso nome,

che non conviene a sì maligno aspetto;

nè d'innocente luce unqua si vanta,

bench'altri dica ch'a Nerone Augusto

innocente apparisse, e in ciò lusinga:

perch'ella nocque col lasciarlo in vita

al mondo tutto e fu nocente ed empia

più nel salvar sì dispietato mostro,

che in occider altrui sembrasse unquanco.

Ma se di queste fu la pura e bella

e santa luce, fida e cara scorta

de' peregrini regi d'Oriente,

sallo colui, che di sua mano eterna

formolla in prima, e le diè luce e moto

che parer volontario allor potea,

come s'ella intelletto avesse ed alma.

Ma questa fu de la divina destra

opra novella, e fatta a sì grande uopo.

L'altre create già nel quarto giorno

furon (come si stima) e mente e vita

ebbero dal celeste eterno fabro.

Vita non già, che si nutrisca e prenda

forza dal cibo, e per digiun languisca,

cercando col suo corso il vitto e l'esca

da la terra e dal mar, che sempre esala,

come alcuni affermar del secol prisco,

ch'ebber di sapienza ingiusta fama;

ma lieta e gloriosa e pura vita,

che in Dio sempre mirando, in lui s'eterna,

e di sapere e del suo amor si pasce.

Queste divine e gloriose menti

furon da Dio create il dì primiero

innanzi al sole e' bei stellanti giri.

E poi da lui divise il giorno quarto

ne' propi luoghi, come accorto duce

i suoi fidi guerrier distingue e squadra,

e 'n guardia lor dispone, e lor confida

città forte ed alpestra o torre eccelsa.

Parte fu messa a raggirar nel corso,

non faticoso e non costretto a forza,

quelle sublimi sue lucenti rote;

e parte ancor fin dal principio eterno

a la difesa de le genti umane

fur destinate da quel Re supremo,

e poi devean, quai messaggier volanti,

far manifesto il suo voler in terra,

portando e riportando or grazie, or preghi:

grazie divine ognor veloci e pronte,

e preghi umani spesso e lenti e tardi.

Altri mai sempre al suo servizio intenti

stanno fidi ministri appresso e 'ntorno,

e sembran quasi innumerabil prole.

Nè da quel dì che prima gli occhi aperse

il padre Adamo a la serena luce,

tanti del suo corrotto e impuro seme

de' faticosi e miseri mortali

fur già produtti a travagliar nel mondo,

quanti di quei divini alati spirti

fur destinati a quella eterna pace,

a quel piacer, che non ha fine o tempo,

che gli fa sempre neghittosi e lieti

d'un ozio eterno e senza officio ed opre,

e senza cura de' terreni affanni.

E chi gli astringe e quel gravoso impaccio

dei girar senza posa i cieli a forza,

quasi animali a la marmorea rota

legati, o 'n guisa d'Ission penoso,

ch'avinto giace e sempre è mosso in giro,

erra egualmente, e 'n sua menzogna adombra.

E 'l gran maestro di color che sanno,

quel che in tante sue scole insegna il mondo,

seguendo il moto e 'l senso, infide scorte,

erra egli ancor, ma con men grave errore,

quando ei quelle divine eterne menti

filosofando annoverar presume;

e 'n numero sì breve accoglie e stringe

i cittadini del celeste regno.

Però che quanti sono i vari moti,

onde con vari modi è mosso il cielo,

tanti motori a l'alte spere assegna.

Ed oltra questi non adora e placa,

o non conosce nel divino impero

altri offici, altri numi ed altri dei.

E senza propio ministero ed opra

non estimò che 'n oziosa vita

vivesser pigri e neghittosi indarno.

Dunque sol tanti, al suo giudicio errante,

esser potean quanti a' celesti giri

potesser poi bastar. Gli altri soverchi

tutti estimava, ed adorati invano,

finti di Grecia numi o pur d'Egitto.

E non s'avide il pellegrino ingegno

che ne la gloriosa eterna reggia

altri esser denno ancor gli offici e l'opre,

che quella sol di raggirare attorno

le eterne spere nel contrario moto.

E conoscer non volle, o pur s'infinse,

che più alto e più degno e nobil fine

si conveniva a gl'intelletti eterni,

di quello, senza cui soverchie estima

le nature divine, e quasi invano.

Chè 'l mover sempre le stellanti rote

è fin corporeo, e quasi a' corpi affisso,

e ne' corpi occupato, e basso ufficio,

verso di quel de' più sublimi spirti,

che stanno appresso e 'ntorno al Re superno.

Altro fin dunque più sublime ed alto,

altro più degno ed onorato oggetto,

altro più santo ministero e sacro,

numero via maggior ricerca e vuole

de le menti immortali. E già non debbe

il Signor de' signori e 'l Re de' regi

in solitaria reggia e 'n voto regno

regnar quasi solingo; e 'l basso mondo

empier d'abitatori, onde s'accresca

de l'imperio terren l'orgoglio e 'l fasto.

Nè devea dare a' gloriosi augusti

ed a gli altri qua giù corona e scettro,

tante genti, tante arme e tante squadre,

ed esserciti tanti, e 'n tante guise

ne la terra e nel mar raccolti e sparsi;

nè riserbar per sè schiera o falange,

bench'egli basti solo. Ah troppo indegno

era de la sua gloria, e troppo anguste

son le misure a la materia affisse.

Troppo i numeri scarsi, onde si conta

tutto ciò che la terra e 'l mar profondo

nel grembo accoglie o 'l cielo esposto a' sensi.

Altro numero è ancor, che non s'accresce

per secare il continuo, e tutti avanza

i numeri qua giuso. Or chi presume

d'annoverar le pure eterne menti?

Deh non vedete or quanti raggi intorno

sparga questo corporeo instabil sole,

lo qual del sommo Sole è quasi un raggio?

Or quanti sparger dee raggi lucenti,

quante fiamme là suso e quanti ardori

quel primo de la luce eterno fonte?

Ma nol cape il pensier, nè lingua esprime,

e quel che sovra 'l ciel si conta e segna,

innumerabil sembra a' sensi umani.

E certo alta ragion, giudicio eterno

mosse il sommo Signor, che fece il mondo,

a far più numerosi i più perfetti,

perchè ne gl'imperfetti ei non abonda.

Quinci adivien che le feroci belve

son poche e rare in solitaria selva,

o 'n monte ermo e selvaggio; e d'altra parte

pascono i campi i numerosi armenti,

e copiose ancor le greggie umili

seguono del pastor la fida scorta.

Ma de' figli d'Adamo il seme sparso

riempie Europa, e l'altre parti ingombra

de la terra, ch'è stretta e bassa mole

s'al ciel la paragoni ampio e sublime.

E 'l ciel de' propi abitatori illustra,

più che di stelle assai, le parti eccelse.

E non contento de' suoi primi antichi

e quasi eterni abitator celesti,

i peregrini ancora in sè raccoglie,

e nati in terra di terrestre limo.

E l'alte sedi a la straniera turba

lieto prepara e l'accompagna, e giunge

a l'angeliche squadre, e quasi agguaglia.

Benchè d'Adamo i mal concetti figli

non sian affatto a l'ampio cielo esterni,

perchè celeste è l'alta e bella origo

de l'alma umana; e lieta al ciel ritorna,

sì come a vera patria, e patria antica,

da questa de la terra ombrosa chiostra,

ove ella visse peregrina errante.

E se l'uom cinto di corporee membra

nacque d'Adam, che di fangosa terra

fu generato, ei pur di Dio rinacque

rigenerato poi d'acqua e di spirto,

e come erede de' paterni regni

aspira a le celesti alte corone.

Ma dove mi trasporta inanzi al tempo

l'umano amor, che 'n noi sì dolce inesta

nostra natura? Ora il mirabil corso

seguiam del cielo e de le stelle erranti,

a cui quasi motrici il Padre eterno

assegnò quelle eccelse e pure menti;

non quasi forme in sua materia immense,

ma quasi auriga al suo veloce carro.

E quinci incominciar del cielo i moti,

l'un da la destra a la sinistra parte,

l'altro da la sinistra in ver la destra.

E chiamo destra il lucido oriente,

onde si move il primo ciel rotando,

che tutti gli altri seco affretta e tragge,

e dal propio cammin quasi distorna.

Sinistra parte l'occidente appello,

onde si muovon gli altri, e 'l sole istesso,

che pur da l'oriente a noi si mostra

con l'altrui moto, e ne lo spazio integro

d'un giorno è ricondotto, ond'ei si parte.

Perchè in un dì, che in sè la luce e l'ombra

contegna, compie il suo perfetto giro

la prima sfera, e l'altre in vario tempo

col propio moto fan contrario il corso,

qual minuta formica o picciol verme,

che da rota corrente è tratto intorno,

ed egli intanto a la contraria parte

da se medesmo move assai più lento.

In trenta anni sen va correndo a cerco

quel che rassembra a noi pigro, Saturno,

più veloce de gli altri, e più corrente;

ed in due volte sei placido Giove,

ed in due anni appresso il fiero Marte

(chè 'n questa guisa ei si conosce e noma

dal volgo in terra), e 'n un sol anno il sole,

e 'n poco men la graziosa stella,

la qual lieta si leva inanzi a l'alba,

e Lucifero ha nome; e poi n'appare

Espero detta allor che 'l sol tramonta.

E 'n quasi pari spazio in sè ritorna

quel già creduto messaggier volante.

In venti giorni poscia e 'n sette appresso

fa il suo viaggio la più tarda luna,

che più veloce assembra, e questo aviene

perchè in giro minor si volge, e riede

colà più tosto, onde si mosse in prima.

E questa fu quasi maestra antica

di partir l'anno, che 'n sei mesi e 'n sei

divise a' suoi Romani il vecchio Numa.

Però che tante volte il sol raggiunge,

tornando a quel principio onde partissi.

Ma prima in questa guisa i Greci ancora

l'avean partito e i più vetusti Ebrei.

Romolo poi, meno al celeste corso

ch'al guerreggiare intento, e quasi rozzo

de le cose divine, in diece parti

l'avea diviso. E questo error corresse

il saggio re sabin, canuto il mento.

In questo modo i duo pianeti illustri,

da chi gli scorge nel perpetuo corso

furo ordinati col lor giro a l'anno.

Anno è il ritorno del corrente sole

dal segno istesso nel medesmo segno

onde si parte; anzi nel punto affisso

nel segno, quasi a termine costante.

Perchè tornando a la medesma stella

onde partissi, dilungata alquanto

la trovarebbe, e trasportata a cerco,

dal primo ciel col suo veloce ratto.

Ma chi gli scorge a far la state e 'l verno?

Questi l'Italia e tutta Europa appella

col nome de gli dei bugiardi e falsi,

ma pur angeli sono, e pure menti

de l'alta providenza in ciel ministre;

la qual dispose per camino obliquo

i sette erranti, e 'n mezzo a gli altri il sole,

perch'ei ci vari le stagioni e i tempi;

e 'n questa guisa sia cagione al mondo

ch'altri nasca, altri muoia, e vita in morte

trasmuti, e morte in vita in giro alterno.

Perchè, mentre lontano il sol dimora

in quel lato, onde spira il nubilo Austro,

di lunghissime notti il nostro adombra,

e l'aria si raffredda, e si perturba

d'ogni intorno a la terra, e in folta pioggia

condensati vapori, e in larghe falde

càgion di neve, che poi stretta in gelo

ricopre il dorso de gli alpestri monti,

e frenando a' gran fiumi il ratto corso,

tardi gli rende, e quasi in saldo vetro

converte paludi e i pigri stagni.

Ma quando ei dal meriggio a noi ritorna,

in mezzo quasi del camin ritondo,

parte la notte e 'l giorno in spazio eguale

e l'aria scalda con soavi tempre.

Allor Zefiro spira, allor se 'n riede

la primavera verdeggiante e lieta

con l'erbe e i fiori, sua dolce famiglia,

e gravida la terra il sen fecondo,

che pur dianzi chiudea la neve e 'l ghiaccio,

apre soavemente a' novi parti.

Germoglian le fiorite ombrose piante,

nascono gli animali in terra e 'n acqua,

e si conserva la perpetua prole,

insin che il sol, quanto più può, s'appressa

a' freddi regni d'Aquilon nevoso.

Dove ei nel Cancro si ritiene e ferma

quasi il suo corso, e fa più lungo il giorno,

e con più tardi passi omai per dritto

sul capo nostro quasi egli si spazia,

e l'aria d'ogn'intorno a noi riscalda.

Arida fa la terra e i semi sparsi,

e degli arbori i frutti ancor matura.

In questo mese è fiammeggiante il sole

oltre misura, e meno obliqui raggi

spiega più d'alto ad illustrar la terra.

Son lunghissimi allora i giorni estivi

e brevissime l'ombre; ed a l'incontro

ne' brevissimi giorni il corpo opaco

lunghissime fa l'ombre opposto al sole.

E questo aviene a noi che abbiamo albergo

infra quel cerchio onde ritorna Apollo,

e l'altro che da l'Orse il nome prende,

poste non lunge a' gelidi Trioni.

E noi mai sempre solo al destro lato

l'ombre mandiamo inverso Borea e 'l Carro;

ed altri sono in più fervente clima,

i quai de l'anno uno e duoi giorni interi

ombra non fanno, allor che gira il sole

nel cerchio del meriggio, e d'altra parte

con dritti raggi gli rischiara e scalda.

Ed allora adiviene in quelle parti

che per l'angusta bocca i cavi pozzi

illuminati siano insino al fondo,

come in Siene e 'n Berenice ancora,

e più lontan ne l'onorata reggia,

c'ha due rami del Nilo, e quinci e quindi,

e da la suora di Cambise estinta

ebbe già il nome e la famosa tomba.

Ed oltre l'odorata aprica terra

de gli Arabi felici, ha strana gente,

che sparge l'ombra (e ne sortisce 'l nome)

d'entrambi i lati, incontra 'l Borea e l'Austro.

E questo avien, mentre vicino il sole

a' freddi regni d'Aquilon trapassa,

e già lieto n'accoglie il novo autunno

ricco di pomi e del suo vin spumante,

con verde ancora e pampinosa spoglia.

Allora tempra i rai del sole estivo,

scema gli ardori e l'ombra amica accresce,

e la notte co' giorni in Libra agguaglia;

ed innocente ne conduce al verno,

in cui di novo il sol da noi si parte,

e s'avicina a gli Arabi ed a gl'Indi.

Questi sono del sole il moto e 'l corso,

queste del tempo le vicende e i giri,

per cui qui si governa umana vita.

Ma degna ancor di maraviglia è l'arte

del fabro eterno, e la sublime ed alta

sua providenza, ch'a le strade oblique

de' sette erranti il termine prescrisse,

e via più angusta via ristrinse al sole.

Però che solo il sol giamai non varia

la torta linea, che divide e fende

il cerchio de la vita in parti eguali.

Gli altri escon fuor, o l'una o l'altra parte,

qual più, qual meno; e la feconda luna

vagar per tutto il cerchio ardita suole.

Esce Venere fuor del cerchio istesso,

più de la luna audace, e più feconda;

e quinci avien che ne' deserti inculti

sia l'Africa arenosa e l'India adusta,

di sì vari animai nudrice e madre.

Nè qui biasmar la providenza eterna,

ch'a l'ordine del mondo, al sommo, al colmo

di tutte l'altre cose in lui produtte

giungon le dispietate e strane belve

maraviglia e decoro, e i fieri mostri.

Or mentre il sol per l'alta via rotando

giamai non esce dal camin prescritto,

mostra con questo chiaro illustre essempio

al monarca del mondo il calle angusto

da virtute e da legge a lui prefisso.

E s'egli ha incontra da l'opposta parte

la tonda luna, ch'al superbo Drago

preme la testa o pur la coda ingombra,

le niega i dolci raggi e 'l chiaro lume,

e 'n mezzo si frapon l'arida terra,

perchè la luna impallidita adombra.

E se la vaga luna a lui s'aggiunge,

il che due volte ne' Gemelli aviene,

il sole in parte a noi s'oscura e vela.

E quinci avisa che s'imbruna e perde

per difetto là sù celeste luce,

non è luce mortal nel basso mondo,

non splendor di fortuna, onde s'abbaglia

l'inferma vista de l'errante volgo,

la qual talvolta non si turbi e manchi.

E solleva il pensiero a l'alta e prima

santa luce divina, e luce eterna,

che là sù non conosce occaso od orto,

nè difetto giamai, nè scema o langue.

Ma già di nostra umanità vestita

fece seco ecclissar turbato il sole,

oltre suo stil, con maraviglia e scorno

de la natura lagrimosa e mesta,

nè la cagion conobbe umano ingegno.

Ma come appressi e s'allontani il sole,

perchè da sera la incostante luna

nasca sempre, e 'n su l'alba ella s'asconda;

perchè Saturno, Giove e 'l fiero Marte

serbin ordin contrario, inanzi il giorno

tutti nascendo, e poi caggendo a sera;

e d'altri effetti sì diversi e tanti

ch'appaion colà sù di spera in spera,

varie fur le cagioni addotte in prova

da varie sette in contemplar discordi.

Altri, osservando i duo contrari moti

ne' cieli, e dal primier conversi e rapti

i men sublimi incontra 'l propio corso,

disser che d'ogni cielo il propio centro

centro è del mondo, e 'ntorno a lui si volge

pieno e perfetto il lor ritondo giro.

Nè questi sovra a gli stellanti chiostri

han locato altro corpo ed altro cielo,

ma poser sotto lor que' sette erranti,

che fan sì varia l'armonia superna,

e l'ammirabil sua celeste lira,

molte dando a ciascun rotanti spere,

come rote diverse o molti carri

si danno ad un signor per vari effetti,

de' quali il porta alcuno, altro il riporta

per contrario sentiero, onde partissi.

E de' globi volgenti e rivolgenti,

qual più, qual meno, il lor giudizio abonda.

Ma tre de le portanti e vaghe spere

concede prima al sole il vecchio Eudoso.

Tre similmente a l'incostante luna,

quattro a gli altri pianeti. E di que' giri,

che riportano indietro, un meno assegna

fuor che a la luna, a cui nel loco estremo

uopo non è chi la riporti o torni.

Ma due poscia Calippo al sol n'aggiunse

de le portanti; e due portanti ancora

giunse al servigio del notturno lume.

Sinchè in tutto cinquanta oltre le cinque

fur numerate da gli antichi ingegni.

Tanti carri, di stelle e d'or cosparsi,

tante fervide rote e tanti ordigni,

tanti e sì vari moti e tanti giri

servono a la suprema eterna mole,

che 'n se medesma si raggira e volge.

E 'l gran maestro di color che sanno,

quel che 'n mille sue scole insegna il mondo,

seguì costoro, allor che 'n alto intese,

forse con doppio error, che i corpi accrebbe

molto, e molto scemò le pure menti.

Ma la novella età via più conturba

l'ordine antico, e sfere aggiunge a sfere,

e moti a' moti; anzi tremante il cielo

primo ci finge, e quasi infermo e stanco,

mentre ch'egli s'appressa, o fa lontano.

E 'n questa guisa baldanzosa ardisce

vincer d'arte e d'ingegno il secol prisco,

volgendo pur e rivolgendo intorno

al propio centro, che del mondo è centro,

i vari cieli a lor giudicio eterni.

Altri per altra via seguiro Iparco,

e Tolomeo, ch'a le stellanti sfere

fa quasi oltraggio, e 'n lor divisa o finge

i moti, e i cerchi assai distorti e strani.

Mirabil mostro! e mentre al sol concede

tre sfere erranti, senza dubbio afferma

che quella, che fra l'altre in mezzo gira,

non fa centro del mondo il propio centro,

l'ultima in parte ancor distorce e piega.

Afferma ancor che mentre il sol rotando

va in questa guisa, or più s'appressa al centro

de l'universo, or sen fa più lontano.

Nel maggior cerchio ancora un picciol cerchio

va immaginando, il qual si mova intorno

sovra i poli suoi propi, e lasci il centro

del mondo fuor del mezzo; e 'n lui ripone

il sole, ora in sublime ed alto sito,

ora in più basso, ora appressar la terra,

or dilungarsi, or con distorto corso

contra gli ordin de' segni andar errando,

ora seguirlo; e ne l'istesso modo

fa ritrosa la luna, e 'l suo bel cerchio

finge ineguale, e non ritondo a pieno;

e la figura le distorce e 'l corso.

Così di queste due discordi sette

l'una ben non dimostra e non ci appaga,

l'altra, mostrando, è ingiuriosa ed empia

contra i celesti giri, a cui la forma

e ritonda e perfetta invidia e toglie,

e 'l lor semplice moto. Onde natura

disdegnosa sen duole e sen richiama.

E la filosofia seco ripugna

a l'apparenza, e con ragioni invitte

le ribellanti scole a terra sparge.

Ma 'l senso ancora a la ragione amico

mostrar si può, s'altri in lontane parti

peregrinando, a gli Etiopi adusti

giungerà mai ne la fervente zona,

dov'è 'l cinto maggior che fascia il mondo.

Ivi, se 'l sole in quel suo picciol cerchio

inegual si movesse, egual non fora

il dì più lungo a la più lunga notte.

E se la luna, pur nel cerchio impari,

e non ritondo, si girasse attorno,

uopo saria mutar talvolta il sito

a quella macchia, ond'è 'l volto asperso.

Dunque più non presuma ardito ingegno,

incontra il vero, incontra il ciel superbo,

finger nove là sù figure e mostri.

Ma che? ci afferma ancor l'età vetusta

le non credute maraviglie antiche.

E de' suo' mille e mille e mille lustri,

e mille e mille il favoloso Egitto

par che si vanti; e 'n più moderne carte

de le menzogne sue famose e conte

la già vecchia memoria ancor non langue.

E si ragiona ancora, ancor si scrive

che nel girar de' secoli volanti

la prima spera si rivolge intorno,

non da l'orto lucente al nero occaso,

ma dal settentrione al mezzogiorno.

E quinci dimostrar, s'io dritto estimo,

come il veloce sol più e più si affretti,

mentr'ei declina pur dal cerchio obliquo.

E gl'istessi affermar, crescendo ardire,

che il sol due volte dal lucente occaso

nacque, e due volte ancor morì ne l'orto,

portando a noi da l'occidente il giorno,

e lui chiudendo ne l'avversa parte.

E 'l mutar di quel punto, in cui fermarsi

ci sembra il sole, e far più lungo il corso,

che solstizio nomò l'antica Roma,

di tanto variar cagione esterna

forse credeano; e fu da gli altri ascritto

a l'alto ingegno de gli Egizi industri.

E mutato il solstizio ancor si narra,

perchè fu già ne' lucidi Gemelli,

or è nel Cancro. È dunque instabil punto

quel che sembra là sù sì forte affisso?

Nè costante è del ciel l'ordine e l'arte,

nè costanza è ne' corpi, o sian d'immonda

rozza materia o di più scelta e pura.

E se pur questo è ver, è vero ancora

che del settentrion l'eccelsa parte

fia nel meriggio alfin cangiata e volta;

e quella in questa, e 'l sol che gira errando

per le distorte vie d'obliquo cerchio,

allor farà più dritto alto viaggio

per quella fascia ond'è partito il mondo.

Tante varietati e sì discordi

vedrà, quando che sia, l'età futura,

ne gli ordini supremi; e pur son queste

del ciel le veci, ov'è chi 'l crede e 'l pensa?

E di ciò la cagion si adorna e finge,

mutando i regni, anzi pur regi al cielo,

da cui l'un fu scacciato e l'altro impero

già prese, de le stelle alto monarca.

E regnando il primier, che fu Saturno,

da la parte or sinistra il ciel si mosse.

Poscia usurpando Giove alto governo,

repente il volse dal contrario lato;

e mutando del cielo il moto e 'l giro,

tutte insieme cangiò le cose a forza

qua giù soggette al variar de' cieli.

Allor, come si finge uom curvo e bianco

e ne l'ultima età vicino a morte,

rivolse indietro a gli anni il propio corso,

e ritornò verso l'età matura,

e già perfetta; e quinci passo passo

vago giovin divenne, e poi fanciullo,

e con tenere membra alfine infante;

e da l'infanzia giunse al fine estremo

di questa vita, e si nascose in grembo,

pargoleggiando, de l'antica madre.

Oh di favole antiche ombroso velo,

per cui traluce l'incostanza incerta

de' corpi tutti, e de' supremi ancora!

A' quali ha dato Dio perpetua legge,

e lunghissima ancor, ma non eterna.

Però, quando che sia, quiete averanno,

cessando il lor continuo e certo corso.

E ben di ciò vedransi in cielo i segni

anzi il gran dì de l'ultimo spavento,

in cui deve cadere accesa ed arsa

questa del mondo ruinosa mole.

Allor vedrassi il sol converso in sangue,

ed altri segni spaventosi e fieri

nel volto mostrerà l'orrida luna.

Però disse (creando) il fabro eterno:

"Siano i segni ne' tempi, e sian ne' giorni,

e sian ne gli anni i segni". E i segni or sono

pur quasi note ne la luna impresse,

e 'n fronte al sol medesmo, ond'ei ci mostra

ciò che fa d'uopo a la terrena vita

de' faticosi e rigidi mortali.

Spesso in turbata vista anunzia il cielo

venti e procelle e tempestosa pioggia.

E l'arida stagion conosce ancora

l'uom già canuto e per lungo uso esperto.

Ed una pur di tante cose insegna

quel ch'è vero Signore e vero mastro,

quando egli disse: "Rosseggiando il cielo

già si contrista, onde sarà tempesta".

E questo avien, quando si move il sole

per entro fosca e tenebrosa nube

de l'aer denso e 'mpuro, onde traluce,

quasi per colorato e grosso vetro.

Però sanguigno, quasi involto ei sembra,

o quando intorno al sol si gira e volge

gemino sole, e pur tre soli insieme

fan di sè spaventosa e fiera mostra,

sì come vide già l'antica Roma,

ed ora a' nostri tempi avien sovente

là sotto i sette gelidi Trioni.

Talor veggiam entro l'oscure nubi

distese in lungo variar le verghe

i colori de l'Iri, e fiero turbo

quinci ancor si dimostra e pioggia e nembo,

almen d'aria mutata indizio aperto.

L'instabil luna ancora a noi predice

col vario aspetto il variar de' tempi.

Perchè sottile e pura il terzo giorno,

stabil serenità promette e segna.

Ma s'ella ingrossa mai l'un corno e l'altro

quasi vermiglia, allor altrui minaccia

gran pioggia e folta, e pur di torbido Austro

il violento impetuoso assalto.

Ma i vari segni in ciel via più distingue

ne' regni d'Aquilon, canuto e scaltro

per lunga esperienza il buon nocchiero.

E se giamai quella che il sol circonda,

nebilosa corona, o l'auree stelle,

in se medesma si dilegua e cade,

quasi egualmente al suo sparir s'attende

un placido sereno e 'l mar tranquillo.

Ma quando ad una parte ella si frange,

da quella, onde si rompe il bel contesto

de l'aerea corona, attende il vento.

Se da più parti ella si squarcia e solve,

nascono da più lati i feri spirti

quasi repente, e fan contesa e guerra

in cielo e 'n mar, ch'è tempestoso campo

delle sonore e torbide procelle.

Ma questi segni fa costanti e vari

l'alto voler di lui, che move il tutto.

Così li piaccia a noi pace tranquilla

mostrar da l'alto, e disgombrar d'intorno

quel che sovrasta minaccioso e grave

a questa vita procellosa e 'ncerta.