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Perché con tanto orgoglio,
o nimico de' giorni allegri e chiari,
turbando l' aere e i mari
fai ch' ogni duro scoglio
pianga con alta voce il suo cordoglio?
Perché con tanta rabbia,
come se d' acqua un rio dal ciel rovini,
dagl' ispidi tuoi crini
e da l' umide labbia,
quasi nel grembo ognuno un mar chius' abbia,
versi pioggia infinita,
Austro superbo, sì che 'l fiume inonda
ogni sua lieta sponda,
né a' pesci è men gradita
la piaggia che la valle ima e romita?
Torna omai, con la fronte
di caligine oscura e nubi cinta,
con l' irta barba avvinta
di densi nembi, al monte,
onde si faccia bel questo orizzonte;
già il verno orrido e duro
col tardo passo è giunto al suo confine,
e le nevi, le brine
e i ghiacci, al lento e puro
fiumicel freno, raccogliendo, al scuro
suo antro fa ritorno,
et a l' altra stagion per forza cede,
la qual col vago piede
già stampa d' ogni intorno
tutto quel bel che rende il mondo adorno.
Lascia il corso ispedito,
crudo, a Favonio et a la bella Clori,
perché de' lor tesori
spargan questo e quel lito
e faccian il terren verde e fiorito;
vedi che spiegan l' ali
invitati dal Sole al lor viaggio;
non far a l' anno oltraggio,
a l' erbe, agli animali,
troncando ogni speranza de' mortali.
Sì vedrem poi cantando
sotto il tranquillo ciel donne e donzelle,
a queste rive, a quelle
le ricchezze predando
e l' anno più fiorito andar lodando,
e fra i schietti arbuscelli,
che 'l suo crin di smeraldo alzano al vento,
udrem dolce concento
far ai lascivi augelli
e sui rami scherzar purpurei e belli,
e le piaggie e la valle
vedremo ornarsi di purpureo manto
e d' eterno amaranto
e di candide e gialle
viole il petto e le sue verdi spalle;
vedrem di vaghe fronde
la selva intorno dilettosa e bella,
e la stagion novella
far le cose feconde,
e rallegrarsi il ciel, la terra e l' onde.