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Ninfe, o voi, cui gran ventura
Diè la cura
Di Lieo nutrire infante,
E con lui tra chiare prove
Fin là, dove
Nasce il Sol, muover le piante,
Di qual nuova ambrosia aspersi
Veggio i versi
Del famoso Alfesibeo?
Quai da lor vini diffonde,
Misti all'onde
Del Ruscello Ippocreneo?
Ben per lui Parnaso estolle
Doppio colle
Colla cima in due divisa,
Sacro l'uno al Nume istesso
Di Permesso,
L'altro sacro al Dio di Nisa.
Or che seco a ber mi sforza
Gentil forza
Di sì degno alto Cantore,
Qual da Bacco più diletta
Collinetta
Mi darà l'almo licore?
A tal pregio non ascende
Quel che rende
Di Terraia il terren mio.
Che Terraia? è vile ancora
Quel ch'indora
Nasso e Creta e Lesbo e Chio.
Deh, s'è ver che i vostri tirsi
Fero aprirsi
L'aspre rupi a un colpo solo,
E dolce ambra indi, e rubino
Di buon vino
Inondò repente il suolo,
Chi di voi due colpi scocca,
E mi tocca
Il terren colla sua verga,
Onde gemino tesoro
D'ostro e d'oro
Quinci e quindi al labbro emerga?
Di tai doni allora altero
Non dispero
Farmi onor nel gran cimento.
Voterommi entro le vene
Tutte piene
Cento tazze, e cento e cento.
Scioglierò, bevendo intanto,
Lieto il canto
A lodar lui solo eletto,
Ch'in tenzon così gentile
Col suo stile
A pugnar m'infiamma il petto.
Vo' ridire in parte almeno
Il sereno
Lampeggiar de' versi suoi,
O che narri il dardo infido
Di Cupido,
O il valor de' sommi Eroi.
Vo' ridir quanto sia grande
Quel, che spande,
Bel candor nelle sue prose,
Che ravvivan delle prime
Tosche rime
Le memorie in Lete ascose,
O là, dove a parte a parte
Le cosparte
Lor bellezze unisce e scopre,
Lor bellezze uniche e rare,
Che più chiare
Egli poi mostra coll'opre;
O là, dove per la sponda,
Ch'Arno inonda,
L'aureo stil fa che risuoni,
Per cui Roma ammira e sente
In CLEMENTE
I Gregorj ed i Leoni.
Ma chi sa quai fiano i modi
Di sue lodi,
Che nel cor serbo rinchiuse,
Se saran le vostre linfe,
Belle Ninfe,
Il mio Apollo e le mie Muse?