41
A che con tal furore
gli strali avventi del tuo fiero orgoglio
in questo afflitto core?
Già non son duro scoglio
che possa sopportar tanto cordoglio,
invido e fiero Fato!
Se ben, qual quercia omai nodosa e dura
che d' Aquilone irato
fiato punto non cura,
non ebbi del tuo sdegno unqua paura;
se ben col forte scudo
de la ragion armata ho la mia mente,
sì che ferro alcun crudo
di tua rabbia non sente,
benché gravoso sia, benché pungente,
non può la carne frale,
ch' arme non ha se non quelle del senso,
a colpo sì mortale,
sì profondo et intenso,
schermo alcun far del mio dolore immenso:
qual gloriosa palma,
destin maligno, ne riporterai?
Di percuoter quest' alma
non ti bastava assai,
ch' ancora il corpo fral piagato m' hai?
Spendi pur del tuo sdegno
in me, crudel, tutti gl' acuti strali,
fammi pur fermo segno
ove di tutti i mali
s' indirizzino i colpi aspri e mortali,
ch' io a guisa di cima
di palma oriental, che grave pondo
non è sì che l' opprima,
inalzerò dal fondo
del gorgo del tuo duolo alto e profondo
il cor securo e forte.
Ben potrà l' empio e velenoso dardo
avventarmi la morte,
il quale aquila o pardo
sarà sempre a fuggire infermo e tardo,
ma l' animo costante
di sua né forza tua si cura poco,
anzi, quasi adamante
che sprezza il ferro e 'l foco,
si prenderà le tue percosse a gioco.
Alto Signor eterno,
che lavando il mio error col proprio sangue
mi togliesti a l' inferno,
a quel pestifer angue
ch' ancor del nostro ben sospira e langue,
fa' forza al destin mio,
e sgombra questo duol noioso e grave,
che come un tempo rio
spinge la fragil nave
de la mia vita ove d' immerger pave.
Fallo, Signor pietoso,
che la tavola pinta a te votiva
appenderò gioioso
sovra la verde riva,
e sotto vo' che di mia man si scriva
come da la tempesta
del mio dolore, ove m' aveva scorto
fortuna empia e molesta,
per camin piano e corto
m' hai salvo addutto al desiato porto.