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By Marc'Antonio Epicuro

Non creder ritornarmi al foco antico,

Amor, anzi fia indarno ogni tua prova;

né più m'è cosa nova,

ben che nol viddi pria,

ch'in te fede già mai non si ritrova,

e tenti ognor quel cor far più mendico

che trovi più pudico.

Però ristretta ogni speranza mia

a far contra te schermo vo' che sia.

De' tuoi perfidi inganni si ragiona

in ciel e ne l'abisso e qui tra noi:

adunque veder puoi

come fuggir ti debbia ogni persona!

Ed io, lassa, del ben che hai da me tolto

ancor porto l'insegna nel mio volto.

Monstrasti a gli occhi miei un sì bel lume,

che accese nel mio cor ardente fiamma,

ed or tutto l'infiamma

sdegno che l'alma e il cor va sempre ardendo.

Fuggo da te come da veltro damma

per non trar più da gli occhi miei un fiume,

com'era mio costume,

e tal che quasi morte ancor n'attendo,

e però di seguir omai intendo

per più sicura strada altro pensiero

a cui eterna vita mai non manca.

E ben ch'afflitta e stanca,

pur di giunger tant'alto anco mi spero,

ch'io farò il nome mio di fama degno

longe dal tuo crudel ed empio regno.

Tu mi paresti già cosa gentile,

ed or altro di te per me si sente,

perché troppo possente

ver noi è la tua guerra, i sdegni e l'ire,

da affatigar ogni più salda mente.

Senza te il mondo cresce manco e vile,

e in tua laude mio stile

alzava quanto più poteva gire,

ma non già quanto fu il mio desire,

ché a par di lui non era il valor forte,

perché troppo alto mi parea subbietto

al stil basso, imperfetto.

Ma le tue forze ormai son per me morte,

sì che vane seran se tu l'adopre,

ché miglior voglia il mio fallir ricopre.

Quel che da me fu già tenuto un sole,

di tradimenti e inganni va sì carco,

ch'al periglioso varco

condusse con lusinghe il tristo core,

e tu negli occhi suoi i strali e l'arco

ponesti, e come il fraudolento sole

l'insegnasti parole

da far creder che fussi tutto amore.

Ma lassa me, che or mi cruccio a tutt'ore,

quando ripenso conte gli ami e l'esca

con sì bell'arte in danno altrui nascondi,

che spesso i capei biondi

d'argento fai venir, sì forte invesca

la tua perfidia l'alme, e pur di vento

il sfortunato amante fai contento.

Ragion è ben che ormai da te mi scoglia,

ché il dolce e piano fai sì acerbo ed irto;

mio travagliato spirto

ti scaccia per uscir di pena acerba.

S'io non potrò di lauro verde o mirto

ornar mie chiome, come era mia voglia;

se il cor di te si spoglia,

si vestirà, come i bei prati d'erba,

d'una speranza dolce, alta e superba:

così mia fama ancor potrà scampare,

sprezzando ciò che piace al cieco mondo.

Ne già laccio secondo

farai. Dunque tu più non ritentare

ché temenza non ho di tue fiere arme,

quando ben facci il peggio che pöi farme.

Maraviglia non fu se il cor si accese.

Già non fu amor la forza del tuo foco,

ché quella istimai poco,

ma fu la vista dolcemente umana

ch'altro allor non parea che festa e gioco,

mostrandosi ver' me tanto cortese;

e le virtuti intese

erano sol di quella, onde villana

pare ogn'altr'alma, e quella saggia e piana

quanto era degna non potea lodarsi,

tal che maravigliar faceva altrui.

Questa era sola a cui

de la tua preda il pregio dovea darsi,

ché l'aureo stral, benché pungente e duro,

ferir non potea il cor franco e sicuro.

Ed or che il bel desio basso sé inclina,

né di virtù più brama il primo modo,

spezzato ho il fiero nodo,

ché l'altrui colpa e il mio destin tal volse,

e di mia libertà triunfo e godo.

Ritornerà quest'alma pellegrina

alla patria divina,

libera da quel laccio che disciolse.

Adunque, Amor sol di bella virtute

accese l'alto e onesto mio desio,

ed or più non tem'io

che in me renovi le mortal ferute,

e i strali tuoi contra me indarno scocchi,

né più mi abbaglia il lume de' begli occhi.

Amor, io son pur for d'ogni tua legge,

e torna la speranza, ch'era gita,

di meglio dispensar questa mia vita.