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By Girolamo Malipiero

Se di mia mente io guardo a la fenestra,

onde si vede varie e cose nove,

tal che mai di mirar i' non son stanco,

m'appar l'umana vita da man destra

quasi una cerva bella a tutte prove

cacciata da duo veltri, un nero, un bianco;

che l'uno e l'altro fianco

de la fiera gentil mordendo forte,

la conducono tosto al duro passo,

ove chiusa in un sasso

ci dà memoria de l'acerba morte,

che repente ad ogniuno è data in sorte.

Indi per alto mar veggio una nave

con le sarte di seta e d'or la vela

tutta avorio e d'ebeno contesta:

tranquillo appar il mar, l'aura soave,

sereno il ciel, che nulla nube il vela,

ed ella carca assai di merce onesta.

Poi subita tempesta

l'aere turbando e intorno tutte l'onde,

rompe la nave tosto a un duro scoglio:

così con gran cordoglio

fortuna o morte in poco spazio asconde

lo stato de le cose alte e seconde.

Veggio anco il sol gittar suoi raggi santi

sopra d'un lauro giovenetto e schietto,

ch'un degli arbori appar del paradiso,

venendo da' suoi rami dolci canti

di vari augelli, e tanto altro diletto.

Ma tosto poi dagli occhi m'è diviso,

ché, mentre il guardo fiso,

si cangia il ciel intorno e tinto in vista

folgorando il percuote e da radice

svelle l'arbor felice.

Così ogni lieta etate al fin vien trista,

subito manca, e mai non si racquista.

Chiara fontana veggio poi in un bosco

sorger d'un sasso, ed acque fresche e dolci

sparger soavemente mormorando;

al bel seggio riposto, ombroso e fosco

né pastori s'appressan, né bifolci,

ma Ninfe e Muse a quel tenor cantando.

Ma subito pur quando

più dolcezza ven fuor di tal concento,

la fonte e 'l loco, aperto ivi un gran speco

rapisse e porta seco.

Tal è lo stato uman, sì com'io sento,

e di suoi casi orrendo io mi sgomento.

Una fenice ancor espander l'ale

di porpora vestita e 'l capo d'oro

veggio, e venir dal ciel umile e sola,

la qual in altra forma il suo immortale

celando, tosto giunge al svelto alloro

ed al bel fonte, che la terra invola,

e mirando le frondi a terra sparse,

e 'l troncon rotto e quel vivo umor secco,

volge in se stessa il becco,

e mor nel sangue suo che fuora sparse

e di foco d'amor tutto 'l mondo arse.

Veggio poi al fin per entro i fiori e l'erba

in vista oscura ascesa orribil donna,

di cui giamai non penso che non treme,

sì altera si dimostra e sì superba,

che spogliando a ciascun la mortal gonna,

del mondo ella trionfa e gode insieme.

Ma poi ne le supreme

ore del secol nostro, la sua oscura

vista, che gli acquistò l'infernal angue,

perdendo, al tutto langue;

perché la spece umana s'assecura

per la fenice, tal che sempre dura.

Canzon, tu puoi ben dire

che dicon tal visioni al parer mio:

ch'a ben morir ciascun abbia desio.