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O folle, o lieve iuventute ignota,
di miserrime cose filocatti,
o pensier vani e matti,
in che ponete tutto il vostro ingegno!
O cecati alla sozza e lorda mota,
senza freno, ragione over ritegno,
non conoscete sdegno,
o che onor si sia giamai o fama;
ma sempre più che vi disia e brama
vostra avvampata e insensibil mente.
Fuor di notizia vera a Dio e al mondo,
non conoscete il pondo,
e che di giorno in giorno più si sente,
dell'imparcabil dardo che ci aspetta.
Non val dir: "Giovinetta - anima mia!":
ché pur convien che sia - l'ultimo morso,
sì ch'è beato chi provede al corso.
O voi chiamati amanti, deh, per Dio,
che cosa è quest'amor che sì vi tene?
E di che vera spene,
e di che ben di ciò si può far summa?
Ahi, nol chiamate amor, ma fol disio,
over cupidità che carne assumma,
o celebro che fumma
o che ci gal<l>a su per vento ad onda!
Gloriasi felice quando affonda,
pur che sol veggia il disïato viso,
ponendo ogni essercizio al falso nido
col bel chiamar Cupido:
e questo è tutto il vostro paradiso!
Ahi, quanto mal s'acquista onore e loda,
chi pur di ciò s'annoda - e non si slaccia:
or pensa omai la traccia - de' passati
e come a ciò seguir fûr ben mertati!
O cieca Mirra, o abomino antico,
Biblìs, Semiramìs, Leandro e Silla,
qual più dolente ancilla,
Fillìs, Clëopatràs, quale Adrïana,
e Polifem che d'Acis fu nimico,
Ecco, Passife e Tisbe alla fontana,
qual fu più dolce equana,
che fe' d'amar? Narcìs, Fedra o Achille,
qual Dido men con l'amorose squille?
Non già men Tenedò però sommerso?
E l'altre cose tante, e gran follia,
che ineffabil saria
ridire a corpo umano, e 'l ben ch'è perso?
Voltate adunque alquanto il duro senso,
voi che vedete accenso - il vostro errore,
e discoprite il core - a che si vede
che pochi èn quelli in cui si trovi fede!
Conoscetevi omai, o vana turbe,
e disponete il core Amore amare,
cupidità lassare,
e queste vanità che 'l mondo presta!
Ahi, dinebbiate lo 'ntelletto turbe,
pensando in Quello più che sempre infesta;
e così l'alma mesta
piglierà nuova luce e buon camino.
E perché nullo al viver ci è destino,
meritati saren secondo l'opre:
però ciascun ben s'armi a sue difese,
ch'egli è chiaro e palese
tutto a Colui che l'universo scopre.
E se, così seguendo, il ben faremo,
racquistaremo - grazïa e disio,
amando Iddio - il prossimo e virtute,
e ciò fra nostra glorïa e salute.
Canzon, tu hai a fare un gran vïaggio,
ché in tutto par che cotal vizio regna,
ma a quel che ti disdegna
di' ch'è nimico a Dio, virtute e grazia;
poi di' che poco dura il poco saggio;
che ben ch'un tempo al mal far forte spazia,
di' ch'allor ben si sazia,
e non s'accorge poi, fin che diserra,
che d'improviso cede doppia guerra.