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By Bernardo Tasso

Dianzi il verno nevoso

d' un folto oscuro nembo

coperto aveva de la terra il grembo,

e l' aere tenebroso

il bel viso del ciel teneva ascoso,

dianzi Austro et Aquilone

con la ventosa bocca

scotevano ogni scoglio et ogni rocca,

e l' armato Orione

facea con l' onde salse aspra tenzone;

ora il tepido Sole

rende l' anno più bello

e 'l campo orna di gemme e 'l monticello,

e per l' apriche e sole

piaggie sparge le rose e le viole,

tal che 'l cielo è sereno,

il dì ridente e lieto,

l' aere senz' aura sta tacito e queto,

e 'n ogni parte il seno

mostra tranquillo il mar, vago il terreno;

ma il gran pianeta a pena

darà a' Gemelli il tergo

ardente e prenderà col Cancro albergo,

che cuocerà l' arena,

et ogni cosa fia di caldo piena,

e si vedrà la state,

di bionde spiche e d' oro

coronata, spiegare il suo tesoro,

e le genti beate

far de' suoi frutti e d' altre cose grate;

né molto poi nel cielo

mostrerà 'l fier sembiante

colui ch' in pietra già converse Atlante,

allor che 'l negro velo

si pon la notte, il qual col torto telo

scotendo gli arbuscelli

d' ogni dolcezza spoglia

l' ombrosa selva, che mira con doglia

secchi in terra i capelli

ch' avea pur dianzi verdeggianti e belli.

Così cangiando stato

tutte le cose vanno:

sol tu, volubil Dea, per nostro danno

con un animo irato,

stabile e ferma fatta oltre l' usato,

de l' Italia infelice

e col ferro e col foco

già cinque lustri o sei struggi ogni loco,

ond' ogni erma pendice,

ogni abitata e colta, ogni felice

colle et un tempo vago,

ogni fiorita valle,

piagate et arse porta ambe le spalle,

ogni fiume, ogni lago,

quasi di sangue sitibondo e vago,

fra l' orride sue sponde

porta vermiglie al mare

l' acque ch' esser solean lucenti e chiare,

sì che ne le profonde

alghe ogni Ninfa timida s' asconde,

e senz' alzar la testa,

con dolorosi stridi

fugge da' nostri a' peregrini lidi,

come da la tempesta

navicella talor spalmata e presta.

Non ti sovvien di quanti

di gemme ornati e d' ostri

t' alzar tempi et altar gl' antichi nostri,

e de' nomi cotanti

co' quai l' antichità t' essalti e canti?

Volgi destra e seconda

la tua or stabil rota,

et altrui fa' la tua potenza nota,

poi ch' omai tutta inonda

la bella Italia del tuo sdegno l' onda,

ch' a guisa d' un accolto

diluvio, di straniere

e di barbaro ferro armate schiere

sommerge tutto il volto

de l' infelice, e già quasi ha sepolto

il gran nome Latino;

non ti mostrar sì rea

omai contra di noi, potente Dea,

e per voler divino

ministra de la sorte e del destino;

che ricco alto trofeo

in quelle parti e 'n queste

del tempio che già in Anzio et in Preneste

la gran Roma ti feo

t' inalzeranno, e non solo il Tarpeo

e tutti i colli sette

soneran del tuo nome,

ma in ogni parte con le sparse chiome

le vaghe fanciullette

inghirlandate e in longa schiera strette

le tue lodi, o Fortuna,

con sì soavi accenti

ch' acqueteranno il mar irato e i venti,

diranno ad una ad una,

danzando al raggio de la chiara luna.