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Dianzi il verno nevoso
d' un folto oscuro nembo
coperto aveva de la terra il grembo,
e l' aere tenebroso
il bel viso del ciel teneva ascoso,
dianzi Austro et Aquilone
con la ventosa bocca
scotevano ogni scoglio et ogni rocca,
e l' armato Orione
facea con l' onde salse aspra tenzone;
ora il tepido Sole
rende l' anno più bello
e 'l campo orna di gemme e 'l monticello,
e per l' apriche e sole
piaggie sparge le rose e le viole,
tal che 'l cielo è sereno,
il dì ridente e lieto,
l' aere senz' aura sta tacito e queto,
e 'n ogni parte il seno
mostra tranquillo il mar, vago il terreno;
ma il gran pianeta a pena
darà a' Gemelli il tergo
ardente e prenderà col Cancro albergo,
che cuocerà l' arena,
et ogni cosa fia di caldo piena,
e si vedrà la state,
di bionde spiche e d' oro
coronata, spiegare il suo tesoro,
e le genti beate
far de' suoi frutti e d' altre cose grate;
né molto poi nel cielo
mostrerà 'l fier sembiante
colui ch' in pietra già converse Atlante,
allor che 'l negro velo
si pon la notte, il qual col torto telo
scotendo gli arbuscelli
d' ogni dolcezza spoglia
l' ombrosa selva, che mira con doglia
secchi in terra i capelli
ch' avea pur dianzi verdeggianti e belli.
Così cangiando stato
tutte le cose vanno:
sol tu, volubil Dea, per nostro danno
con un animo irato,
stabile e ferma fatta oltre l' usato,
de l' Italia infelice
e col ferro e col foco
già cinque lustri o sei struggi ogni loco,
ond' ogni erma pendice,
ogni abitata e colta, ogni felice
colle et un tempo vago,
ogni fiorita valle,
piagate et arse porta ambe le spalle,
ogni fiume, ogni lago,
quasi di sangue sitibondo e vago,
fra l' orride sue sponde
porta vermiglie al mare
l' acque ch' esser solean lucenti e chiare,
sì che ne le profonde
alghe ogni Ninfa timida s' asconde,
e senz' alzar la testa,
con dolorosi stridi
fugge da' nostri a' peregrini lidi,
come da la tempesta
navicella talor spalmata e presta.
Non ti sovvien di quanti
di gemme ornati e d' ostri
t' alzar tempi et altar gl' antichi nostri,
e de' nomi cotanti
co' quai l' antichità t' essalti e canti?
Volgi destra e seconda
la tua or stabil rota,
et altrui fa' la tua potenza nota,
poi ch' omai tutta inonda
la bella Italia del tuo sdegno l' onda,
ch' a guisa d' un accolto
diluvio, di straniere
e di barbaro ferro armate schiere
sommerge tutto il volto
de l' infelice, e già quasi ha sepolto
il gran nome Latino;
non ti mostrar sì rea
omai contra di noi, potente Dea,
e per voler divino
ministra de la sorte e del destino;
che ricco alto trofeo
in quelle parti e 'n queste
del tempio che già in Anzio et in Preneste
la gran Roma ti feo
t' inalzeranno, e non solo il Tarpeo
e tutti i colli sette
soneran del tuo nome,
ma in ogni parte con le sparse chiome
le vaghe fanciullette
inghirlandate e in longa schiera strette
le tue lodi, o Fortuna,
con sì soavi accenti
ch' acqueteranno il mar irato e i venti,
diranno ad una ad una,
danzando al raggio de la chiara luna.