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By Auteur inconnu

Re grande e forte, a cui compagne in guerra

Militan Virtù somma, alta ventura,

Io, che l'Età futura

Voglio obligarmi, e far giustizia al vero

E mostrar quanto in te s'alzò natura,

Nel sublime pensiero

Oso entrar, che tua mente in sé riserra,

Ma con quai scale mai, per qual sentiero

Fia che tant'alto ascenda?

Soffri, Signor, che da sì chiara face,

Più di Prometeo audace,

Una favilla gloriosa io prenda,

E questo stil n'accenda,

Questo stil, che quant'è di me maggiore,

Tanto è, rincontro a te, di te minore.

Non perché Re sei tu, sì grande sei,

Ma per te cresce e in maggior pregio sale

La Maestà Regale.

Apre sorte al regnar più d'una strada:

Altri al merto degli Avi, altri al Natale,

Altri 'l debbe alla spada;

Tu a te medesma e a tua virtude il déi.

Chi è che con tai passi al Soglio vada?

Nel dì che fosti eletto,

Voto fortuna a tuo favor non diede,

Non palliata fede,

Non timor cieco, ma verace affetto,

Ma vero merto e schietto.

Fatto avean tue prodezze occulto patto

Col Regno, e fosti Re pria d'esser fatto.

Ma che? stiasi lo Scettro ora in disparte;

Non io col fasto del tuo regio Trono

Teco bensì ragiono,

Né ammiro in te quel che anco ad altri è dato.

Dir ben può quante in Mar le arene sono

Chi può, di rime armato,

Dir quante in guerra e quante in pace hai sparte

Opre ammirande, in cui non ha l'alato

Vecchio raggion veruna.

Qual è alle vie del Sol sì ascosa piaggia,

Che contezza non aggia

Di tue vittorie, o dove il giorno ha cuna,

O dove l'aere imbruna,

O dove Sirio latra, o dove scuote

Il pigro dorso a' suoi destrier' Boote?

Sallo il Sarmato infido e sallo il crudo

Usurpator di Grecia: il dicon l'armi

Appese a i sacri Marmi

E tante a lui rapite Insegne e spoglie,

Alto soggetto di non bassi carmi.

Non mai costà le soglie

S'aprir' di Giano, che tu spada e scudo

Dell'Europa non fossi. Or chi mi toglie

Tue palme antiche e nuove

Dar tutte in guardia alle Castalie Dive?

Fiacca è la man, che scrive,

Forte è lo spirto, che a più alte prove

Ognor la instiga e muove,

E quei, che a' Venti le grand'ale impenna,

Quei la spada a te regge, a me la penna.

Svenni e gelai poc'anzi, allor ch'io vidi

Oste sì orrenda tutt'i fonti e tutti

Quasi dell'Istro i flutti

Seccar col labbro, e non bastare a quella

Del Frigio suolo e dell'Egizio i frutti.

Oimè vid'io la bella

Real Donna dell'Austria in van di fidi

Ripari armarsi, e poco men che ancella

Porger nel caso estremo

A indegno ferro il piede. Il sacro busto

Del grande impero augusto

Parea tronco giacer del capo scemo,

E 'l cenere supremo

Volar d'intorno, e gran' Cittadi e Ville

Tutte fumar di barbare faville.

Dall'ime sedi vacillar già tutta

Pareami Vienna, e in panni oscuri ed adri

Le spaventate Madri

Correre al Tempio, e detestar degli anni

L'ingiurioso dono i vecchi Padri,

L'onte mirando e i danni

Della misera Patria arsa e distrutta

Nel comun lutto e ne i comuni affanni.

Ma se miserie estreme

E incendj e sangue e gemiti e ruine

Esser doveano al fine,

Invitto Re, di tue vittorie il seme,

Di tante accolte insieme

Furie, ond'ebbe a crollar dell'Austria il Soglio,

(Soffra ch'io 'l dica il Ciel) più non mi doglio.

Della tua spada al riverito lampo

Abbagliata già cade e giù s'appanna

L'empia Luna Ottomanna.

Ecco rompi trinciere, ecco t'avventi,

E qual fiero Leon, che atterra e scanna

Gl'impauriti Armenti,

Tal fai macello sull'orribil Campo,

Che 'l suol ne trema. L'abbattute genti

Ecco spergi e calpesti,

Ecco spoglie e Bandiere a un tempo togli,

Ond'è ch'io grido e griderò: Giugnesti,

Guerreggiasti, vincesti;

Sì sì vincesti, o Campion forte e pio,

Per Dio vincesti, e per te vinse Iddio.

Se là dunque, ove d'Inni alto concento

A lui si porge, spaventosa e atroce

Non tuona Araba voce,

Se colà non atterra impeto folle

Altari e Torri, e se impietà feroce

Da i Sepolcri non tolle

Il cener sacro e non lo sparge al vento,

Sbigottito Arator da eccelso Colle

Se diroccate ed arse

Moli e Rocche giacer tra sterpi e dumi,

Se correr sangue i Fiumi,

Se d'abbattuti Eserciti e di sparse

Ossa gran' monti alzarse

Non vede intorno, e se dell'Istro in riva

Vienna in Vienna non cerca, a te s'ascriva.

S'ascriva a te, se 'l pargoletto in seno

Alla svenata genitrice esangue

Latte non bee col sangue.

S'ascriva a te, se inviolate e caste

Vergini e spose, né da morso d'angue

Violator son guaste,

Né in sé puniscon l'altrui fallo osceno.

Per te sue faci Aletto e sue Ceraste

Lungi dal Ren trasporta,

Per te, di santo amor pegni veraci,

Si dànno amplessi e baci

Giustizia e Pace, e la già spenta e morta

Speme è per te risorta,

E, tua mercé, l'insanguinato solco

Senza tema o periglio ara il Bifolco.

Tempo verrà, se tanto lunge io scorgo,

Che fin colà ne' secoli remoti

Mostrar gli Avi a i Nipoti

Vorranno il Campo alla tenzon prescritto.

Mostreran lor donde per calli ignoti

Scendesti al gran conflitto,

Ove pugnasti, ove in sanguigno gorgo

L'Asia immergesti. "Qui", diran, "l'invitto

Re Polono accampossi.

Là ruppe il vallo e qua le schiere aperse,

Vinse, abbatté, disperse.

Qua monti e valli, e là torrenti e fossi

Feo d'uman sangue rossi.

Qui ripose la spada e qui s'astenne

Dall'ampie stragi, e 'l gran Destrier ritenne."

Che diran poi, quando sapran che i fianchi

D'acciar vestisti non per tema o sdegno,

Non per accrescer Regno,

Non perché eterno inchiostro a te lavori

Fama eterna, e per te sudi ogn'ingegno,

Ma perché Iddio s'onori,

E al suo gran Nome adorator non manchi;

Quando sapran che, d'ogni esempio fuori,

Con profondo consiglio,

Per salvar l'altrui Regno, il tuo lasciasti,

Che 'l Capo tuo donasti

Per la Fe', per l'onore al gran periglio,

E 'l figlio istesso, il figlio,

Della gloria e del rischio a te consorte,

Teco menasti ad affrontar la Morte?

Secoli che verrete, io mi protesto

Che al ver fo ingiuria, e men del vero è quello

Ch'io ne scrivo e favello.

Chi crederà l'Eroico dispregio

Di prudenza e di te, che assai più bello

Fa di tue palme il pregio?

Chi crederà che, a te medesmo infesto

E a te negando il maestevol regio

Titol, di mano in mano

Sia tu in battaglia a i maggior' rischi accinto,

Non da gli altri distinto

Che nel vigor del senno e della mano,

Nel comandar sovrano,

Nell'eseguir compagno, e del possente

Forte esercito tuo gran braccio e mente?

Ma in quel ch'io scrivo, d'altri Allor' la fronte

Tu cingi, e nuove sotto ferreo arnese

Tenti e più chiare Imprese.

Or dÓ' fede al mio dir. Non io l'Ascreo,

Che già la sete giovenil m'accese,

Torbido fonte beo.

Mia Clio la Croce e mio Parnaso è 'l Monte,

Quel Monte, in cui la grande Ostia cadeo.

Se per la Fe' combatti,

Va', pugna, e vinci. Sull'Odrisia Terra

Rocche e Cittadi atterra,

E gli Empj a un tempo e l'Empietade abbatti.

Eserciti disfatti

Vedrai, vedrai (pe' tuoi gran' fatti il giuro)

Cader di Buda e di Bizzanzio il muro.

Su su, fatal Guerriero, a te s'aspetta

Trar di ceppi l'Europa, e 'l sacro Ovile

Stender da Battro a Tile.

Qual mai di starti a fronte avrà balìa

Vasta bensì, ma vecchia, inferma, e vile

Cadente Monarchia,

Dal proprio peso a ruinar costretta?

Se 'l ver mi dice un'alta fantasia,

Te l'usurpata Sede

Greca, te 'l Greco inconsolabil suolo

Chiama; te chiama solo,

Te sospira il Giordano; a te sol chiede

La Galilea mercede,

A te Betlemme, a te Sion si prostra

E piange e prega e 'l servo piè ti mostra.

Vanne dunque Signor. Se la gran Tomba

Scritto è lassù che in poter nostro torni,

Che al suo Pastor ritorni

La Greggia, e tutti al buon Popol di Cristo

Corran dell'uno e l'altro Polo i giorni,

Del memorando acquisto

A te l'onor si serba. Odi la tromba,

Che in suon d'orrore e di letizia misto

Strage alla Siria intima.

Mira come or dal Cielo in ferrea veste

Per te Campion Celeste

Scenda, e l'empie falangi urti e reprima,

Rompa, sbaragli, opprima.

Oh qual trionfo a te mostr'io dipinto!

Vanne, Signor. Se in Dio confidi, hai vinto.