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By Auteur inconnu

O Tu, cui trasse fin dagl'Indi estremi

Nobil grido a inchinar la gloria e 'l vanto

Di quel Grande, cui tanto,

Suo mal grado, l'Invidia ama ed ammira,

Fiero annunzio ti porto. Ascolta e gemi.

Ah nol potess'io dir! Quei, che cotanto

Seppe, e di Coo l'orgoglio e di Stagira

Scemò cotanto, quei, che a' corpi frali

De i miseri Viventi

Serbò vita, e fé i nomi anco immortali,

Quei, la cui fama oltre le vie de' Venti

A sconosciute Genti

Vola e passa, e di sé l'Occaso e l'Orto

Tutto empie, il grande, il gran Lorenzo è morto.

Vedi qua il sasso, che in lugubre mostra

Pone i nostri gran' danni, e colà vedi

In quei funebri arredi

La mesta pompa, onde va Morte altera.

Vedi lo scempio della gloria nostra,

Ch'esser ne feo d'eterno pianto eredi,

E le piangenti Statue, che vera

Spiran pietate. Di natura l'opre

Quella investiga, e questa

Dell'Uom l'egregio alto edifizio scopre;

L'altra i morbi, e quell'altra ognor l'infesta

Morte e l'obblio calpesta.

Visser queste in Lorenzo e fer' partita

Con lui, né fuor che in questi marmi han vita.

Ma vuoi tu qui vederlo e vivo e vero

Qual pria? vuoi tutto che sossopra io volva

Il morto regno, e assolva

I duri fati? Opra è ben dura e forte,

Ma che non ponno i Carmi? eterno impero

Hanno, e pòn far che gli ordini sconvolva

E tolga Clio le sue ragioni a Morte.

Aprir di Stige la magion segreta

D'Orfeo potero i prieghi,

Né 'l potrò io? sì sì potrò; ch'il vieta?

Sol ch'io prenda la Cetra e 'l Canto spieghi,

Sol ch'io comandi o preghi,

Vinta è l'impresa, e se qual soglio io sono,

Treman già l'Ombre al formidabil suono.

Ecco s'apre la Tomba, ecco in piè sorge

L'estinto, e nuova in lui fiorir vegg'io

Vita. Il suo sguardo al mio

Già corre, e gli atti e 'l portamento istesso,

E l'istessa del volto aria si scorge

Fiera e torva; ecco i crini, ecco il natio

Aspro ciglio severo. Ed egli è desso,

Non finta immago, qual tra nubi e larve

All'amator deluso

Centauro un dì la Dea di Samo apparve.

Ecco che di sé pieno e in sé racchiuso

Gran' cose oltre nostr'uso

Volge, e 'l pensiero agitator, che 'l muove,

In alto il porta, e non so come o dove.

Baldanzosa vegg'io dall'un de i lati

Gir natura, e dall'altro egra e dolente

La Morte in van le spente

Sue forze e invano, de' suoi dritti a scorno,

Le sconvolte invocar leggi de i Fati.

Mira che in voci la profonda mente

Già par ch'ei sciolga; e come l'aere intorno,

Pria che folgore il fenda, apra, ed avvampi,

Tutto d'orror si veste,

E ingrossa e freme e romoreggia e in lampi

Scoppia, sì del suo dir l'auree tempeste

Pria che commuova e deste,

Par che in volto s'annuvoli e s'accenda

Lorenzo, e in sé co' suoi pensier' contenda.

Nuovo Pericle a i fulmini eloquenti

Già dà fuoco, e mirabili ed eletti

Scocca dal labbro i detti.

Ma puoi tu dir quanto alto ei tuoni e come

Filosofici strali al falso avventi?

E come il ver non sotto finti aspetti,

Né in breve detto d'autorevol nome,

Ma in sua radice e nel suo ver sembiante

Cerchi? alle antiche Scuole

Oh quanti ei muove alti litigj! oh quante

E quai dal Tempo accreditate fole

Col tuon di sue parole

Mette in rivolta, onde non più s'adori

L'Idol quaggiù di luminosi errori!

Dell'Arte poi ricercatrice attenta

Del picciol Mondo, che dirò? sott'onda

Qual Notator s'affonda,

E grosse Perle e ricche merci a terra

Ne trae, tal ei, che disasconder tenta

Il più astruso, in sua mente ampia e profonda

S'immerge, e 'l ver, che nel suo ver si serra

E di cui per brev'ora un fioco appena

Lume trasparve in parte,

Tutto apre e svela. Di prodigj piena

Udir di tanti Ordigni a parte a parte

Ben puoi la serie e l'arte,

E udir puoi nel formar l'alta struttura

Quel che intese e pensò l'eterna cura.

Già corre a udirlo del suo albergo fuore

L'alma, e Natura e 'l ver, ch'ei sempre ha seco,

Oh come a lui fanno eco!

Odo, odo già come di tanti ei scopra

Strumenti 'l genio e l'uso, e qual valore

Abbiano, e come i moti lor con cieco

Necessario ubbidir séguiti l'opra;

Odo il sovente sregolato e guasto

Moto dar moto a i mali;

Odo i lor varj assalti, odo il contrasto,

Che or forte, or mite i providi e vitali

Schermi lor fanno. A tali

Voci 'l tuo spirto attonito e smarrito

Resta, e sol vivo in te sembra l'udito.

Ma in quel ch'io parlo, nuove penne e nuovo

Intelletto ei si veste, e 'l punge e 'l fiede

Estro, che ogni estro eccede,

E in guisa il parte del caduco e frale,

Che Lorenzo in Lorenzo io più non trovo.

Pindaro forse allor, che spirto ei diede

All'auree corde, tal mostrossi, e tale

Fu forse Alceo. Quanta or gli ferve in seno

Poetica tempesta!

Freme il petto, ardon gli occhi, e rotto il freno,

Per le prodighe labbra alto si desta

Fragor di Carmi. Appresta

L'udito e 'l guardo, e di' se tanti estolle

Tuoni e lampi il Vesuvio allor ch'ei bolle.

Di' se al grand'urto de i possenti versi,

Che sver porian dalla radice i Monti

E ridur l'acque a i fonti,

Non tremi, e udir non ti rassembra un fiero

Turbin, che Abeti e Faggi urti e riversi,

O ferrato Monton, che un Muro affronti.

Tremo anch'io nell'udir di lui l'altero

Canto, anch'io di mirabili spaventi,

Amabilmente atroci,

M'empio, e nel seno con gagliardi accenti

Mi rimbomban sì placide e feroci

Le già risorte voci,

Ch'io mi trasformo in quel che io sento e veggio,

E al poter de' miei Carmi altro non chieggio.

Ma se pur morte al barbaro possesso

Torni un dì, lei su' Bronzi altri deluda,

Spirti altri infonda e chiuda

Per lui ne' Marmi, altri le Gemme avvive,

Ch'io con gl'inchiostri (e mel prometto io stesso)

Tòrre a forza il saprò da quella Cruda.

Miral qui fiso, e giurerai ch'ei vive,

Nacque sull'Arno, e 'l fior dell'Arti apprese,

E per solinghe strade

Sull'erto ed aspro degli Studj ascese,

Ove l'orme apparian più incerte e rade.

Stupio l'acerba etade

D'intender tanto, e lui, che tanto crebbe,

Da seguir, benché adulta, ali non ebbe.

D'Alfea su i rostri non ancor compito

Videlo il quarto lustro a pro del vero

Con alto Magistero

Spiegar Fisici Dogmi, e 'l vide poi

Scorrer con piè felicemente ardito

Il più alpestre Anatomico sentiero.

Bella primizia de' verdi anni suoi

L'organ del Gusto fu, che in sé l'Autore,

Sé nell'Autor fé noto,

E 'l fer' l'altre Opre ad or ad or maggiore.

Le ambì Natura, e a lui le chiese, e vòto

Non fu d'effetto il Voto,

Né oprò Epidauro in benefizio altrui

Quanto per lei Lorenzo, ella per lui.

Onde a lidi approdò strani e remoti

L'alta sua fama, e v'innalzò Trofei,

E al chiaro suon di lei

Batavi e Franchi ed Itali e Britanni

Fer' plauso. Oh che diran gli Avi a i Nipoti?

Da lui diran che dell'Invidia i rei

Morsi e l'infeste scorrerie de gli Anni

Appreser l'Opre a rispettar famose;

Il crin d'Aonio serto

Diran ch'ei cinse, ed illustrò le Prose;

Diran che qui, dove mai sempre aperto

Videsi 'l varco al merto,

Servì dell'Arno al Rege e fu ben degno

Dell'alto suo sostenitor sostegno.

Tal visse, e morto pur vivrà, ché quale

Nel veloce assai più che vento o dardo

Rodan va pigro e tardo

L'Arari, tal di Morte in mezzo all'onda

Ei, qual pria, si mantien vivo e immortale.

Ecco il Ritratto. Or tu lo prendi, e 'l guardo

Vi affisa; e quanta in lui Virtù si asconda

Sappia l'Indico Mar, sappia il nativo

Tuo suol, ma sappia in prima

Che il men bello è di lui quant'io ne scrivo.

Qual sì ardente color di Prosa o Rima

Fia che Lorenzo esprima?

Onde, nuovo Timante, illustre velo

Gli formo al volto, e con sua luce il celo.

Canzon, se d'ali mal fornita osasti

Poggiar tant'alto, quei, che l'alte imprese

Degl'Ingegni più vasti

Vide, imitò, trascese,

Quei, che in te parla e sol di cui ragioni,

L'animoso tuo fallo a sé perdoni.