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By Auteur inconnu

Nel più alto silenzio, allor che amico

Sonno, col dolce ventilar dell'ale,

Gli occhi del Mondo affaticato serra,

Grave in vista e di stirpe alta immortale

Donna m'apparve di sembiante antico,

Ma di valor non conosciuto in Terra,

E disse a me: "Dall'implacabil guerra,

Ch'io già sostenni, e dal crudele strazio,

Che di me fero i secoli tiranni,

Respiro, e de' miei danni

O impietosito o stanco forse o sazio

È il Destin. Ben sai tu quai serti e quante

Al crin ghirlande in varie guise avvolsi,

Quando, uscita di Grecia, in Campidoglio

Tenni d'Augusto il Soglio,

E quante poi strane sciagure accolsi

In quella Età, che tutte a poco a poco

Tacquer le Cetre, e roco

Si fé ogni Cigno, e del Castalio Impero

Le pompe e 'l fasto al mio cader cadero.

Caddi, e d'oscura fama in me si scorse

Qualche incerto baglior, finché 'l malvagio

Ruinoso Barbarico torrente

Inondò Roma, e nel fatal naufragio

Le bell'Arti periro. Oh qual mi corse

Giel per l'ossa in mirar naufraghe e spente

Le mie glorie, il mio nome! egra e dolente

Porsi a vil ferro il piede, e in ceppi stretta

Piansi, e tra Genti barbare e feroci

Barbari accenti e voci

Fui dal Destino a proferir costretta.

Ma com'aspro incivil tronco selvaggio,

Se avvien che ramo a lui gentil si unisca,

Ringentilisce e si marita poi

A frutti e fior' non suoi,

Sì l'Ausonia gentil favella prisca

S'innestò su 'l Barbarico lignaggio,

E dal comun linguaggio

Nacque il dolce idioma, onde l'egregia

Tua Patria illustre a gran ragion si pregia.

Così poi che l'Imperio alto di Roma

Cadde di seggio, e del Regale aspetto

E del parlar la maestà perdeo,

Itale Rime io d'intrecciar diletto

Presi, e d'un Tosco Allor fregiai la chioma,

D'un Tosco Alloro, che del lauro Acheo

E del Romano a par crebbe, e si feo

Illustre Serto all'onorate fronti.

Il san quei due, che all'Arno in riva il chiaro

Lor Canto all'Etra alzaro,

E 'l sa chi tutti d'Ippocrene i fonti

Bevve, e cantò del pio Buglion l'Imprese,

E quegli altri, il cui stil sembra che muova

Lite all'antico e gli s'agguagli in parte.

Ma quai veggiam le sparte

Semenze in rio Terren far trista prova,

Tai le mie rime in Secolo scortese

Poco allignaro, e intese

Con laude fur, ma strinse il Vento e visse

Di magri applausi sol quei che le scrisse.

Così di Rose ogni Donzella il seno

E 'l crin s'adorna, e sconosciuto intanto

Stassi il povero stelo infra le spine.

Quindi le Carte con livor poi tanto

Sparsi ognor di satirico veleno,

E quindi (oh tempi!), qual novella Frine,

D'Edera vile e di vil Mirto il crine

Cinsi, e mille cantai lascivi amori.

Ah foss'io stata (è forza pur ch'io 'l dica)

Men bella o più pudica!

Fiamma piova dal Ciel, ch'arda e divori

Gli empj Volumi, e 'l cenere profano

Spargasi al Vento. Io, che sull'Arpa Ebrea

L'opre grandi e 'l mirabile governo

Cantai del Re Superno,

Io di tal fallo, io di tal fallo rea?

Tutte l'acque dell'Indico Oceano

Non laverian l'insano

Sozzo ardimento, avvegna che pur sia

Colpa questa de' tempi e non già mia.

Tal io fui; ma le tante e sì diverse

Gravi sciagure al trapassar degli anni

Punto alfin terminò d'alta ventura,

Allor che scesa da i superni Scanni

Gli occhi tutti del Mondo in sé converse

(Nuovo eccelso miracol di Natura)

La gran Cristina, che le glorie oscura

De i più famosi, e dal cui cenno pende

E per cui vive e si sostien la Fama.

Lei, che suo regno chiama

Quanto pensa e quant'opra e quanto intende,

Vidi un dì dal gran fondo, in ch'io mi giacqui,

Trarmi a riva. Il suo spirto indi mi porse,

'Spera,' disse, 'il tuo Destin son io.'

Qual chiuso fior, s'aprio

Al dolce caldo di quei detti e corse

L'alma de i labbri al varco, ond'io non tacqui,

E dissi: 'Oh, da ch'io nacqui

Sfortunata, felice, in cui di paro

Tutte lor forze ambo le sorti usaro!'

Da indi in qua, del poco men che spento

Ingegno mio le moribonde faci

Coll'ingegno di lei desto e ravvivo,

E di pensier' felicemente audaci

A lei dall'arco del mio Plettro avvento

Dardi ben mille, e di lei canto e scrivo.

Che come al forte scintillar di vivo

Raggio, vestite di color le cose,

All'erbe il verde torna, e tornar suole

Il bruno alle Viole,

A i Ligustri 'l candor, l'ostro alle Rose,

Così del regio sguardo in me l'acume

Sì vivo e forte balenò, che quanti

Color' varj adunai d'eccelse doti

Ne i Secoli remoti

A me tornaro. Onde gli antichi vanti

A far più illustri con più altere piume

M'alzo di lume in lume,

E la grand'Alma in vagheggiar, novella

Virtude acquisto, e fommi ognor più bella.

Né di Giunon la Messaggiera in tante

Guise si varia, di quant'io diversi

Lumi d'alte Dottrine ognor mi fregio,

E or l'una, or l'altra infondo entro i miei Versi

Sotto splendido velo e in un sembiante,

Che asconde e mostra del suo bello il pregio.

Né questa già più di quell'altra i' pregio,

Ché qual mai sempre indifferente ed atta

La materia or di quelle ed or di queste

Forme si adorna e veste,

Ed a ciascuna in modo egual si adatta,

Tal di lattea facondia ora m'aspergo,

Or vibro al falso acuti strali, ed ora

Il ver fuggente afferro, or delle cose

L'alte cagioni ascose

Spiego, e se un raggio di lassù talora

M'appar, sì alto mi sollevo ed ergo,

Che tutta in Dio m'immergo.

Sì m'insegna Costei, Costei, ch'è vera

Di sé Reina, e senza Regno impera.

Ma oh come impera e quanto! han da lei sola

Spirto gli Studj, e sol da lei s'infonde

Vita e luce agl'ingegni, e polso e lena.

Ond'ella in me tanto del suo trasfonde,

Che vive e spira e sol risuona e vola

Per lei 'l mio nome. Oh qual per lei serena

Pioggia di Carmi con faconda piena

L'Aonie sponde allaga! oh quali e quanti,

Da lei trascelti a saettar l'obblio,

L'arco scoccar vegg'io

Sacri di Pindo Arcier' mai non erranti!

Sì avvien che ad onta dell'Età rinnuove

Col suo spirto sé stessa, e all'Etra poggi.

Né più vive Cristina, ov'ella spira,

Ché dove all'Alme inspira

Valor, che a farsi eterno in lei s'appoggi,

Dove più fervon le bell'Opre, e dove

Fia che Virtù si trove,

Dove in pregio è 'l saper, dove s'affina

Ognor l'arte coll'arte, ivi è Cristina.

Ella del grave suo dolce costume

Vestemi, e vuol che maestate io spiri,

E negli atti e nel volto aria le renda,

Né vuol che tra i Poetici delirj

Fiato m'infetti di lascivia, e fume

Vapor, che saglia e, in folgore tremenda

Converso, i cuor' men casti arda ed incenda.

Il sai tu, figlio, più degli occhi miei

Figlio diletto, alla cui sete i tersi

Fonti di Pindo apersi,

Tu, che torbido umore unqua non béi,

Né stilla impura di profano inchiostro

Versasti mai, tu, nel cui stil rimbomba

Il valor vero, e che con vere laudi

Alle grand'Alme applaudi.

Tu lascia il Plettro, e in suon più che di tromba

Costei prendi a cantar, del Secol nostro

Grande ammirabil mostro.

Pregi ella in te quel che da lei deriva,

E 'l tuo difetto alle sue glorie ascriva.

Solcasti, è ver, con fortunate antenne

L'acque di sue gran' laudi, e sull'arena

Sciogliesti 'l voto, e ne gioir' le rive,

E appena i Venti lo credero, appena

Il credé l'onda. Ma chi fia che impenne

L'ali a varcar tant'altri mari e arrive

Dell'acque al termin, d'ogni termin prive?

Quanto, oh quanto più ampio e d'ampie ignote

Glorie ignoto Oceano in quella e in questa

Parte a solcar ti resta!

Se potrà la mia Stella (e che non puote?)

Quel Mar, che mai non vide arbori e sarte,

Scoprirti, oh come attonite le sponde

Gir vedran le tue vele al gran cimento,

E al nobile ardimento

Strade insolite aprir le vergini onde!

Sciogli dunque dal lito: a parte a parte

Quanto hai d'ingegno e d'arte

Qui mostra, impiega qui, qui tutto adopra,

Fia l'Opra istessa il guiderdon dell'Opra."

Sì disse, e un verde alle mie chiome intorno

Giovane lauro avvolse. Allor disparve

Con essa il sonno, e apparve,

Di maggior luce adorno,

Sulle pendici d'Oriente il giorno.