436)
O di Figlio maggior gran Madre e Sposa,
Vergine Madre e del tuo Parto figlia,
A cui non fu, né fia mai simil cosa;
Vergine bella, in cui fissò le ciglia
L'eterno Amor, per far di sé un esempio,
Che più d'ogn'altro il suo Fattor somiglia;
Dolce vivo di Dio sagrato Tempio,
Unico scampo dell'afflitte genti,
Vita dell'Alme e della morte scempio,
Tu innamorar co' bei pensieri ardenti
Sola potesti e co i begli occhi il Cielo,
Con quei begli occhi più del Sol lucenti.
Non saettavan col raggiante telo
Ancor la notte i giorni, e non ancora
Facea la notte al morto giorno velo,
Né dall'aurato suo balcon l'Aurora
Vergini rai piovea, né alate piante
Avea quel che i suo figli e sé divora,
Né circonfuso in tante parti e tante
Era il grand'aere, che la Terra abbraccia,
Né movea l'Oceano il piè spumante,
Né degli Abissi sull'oscura faccia
Alzato ancor l'alto Motore avea
Le creatrici onnipotenti braccia,
E vivo già nella superna Idea
Era il tuo esempio, e già faceanti bella
I rai di quell'Amor, che amando crea.
E quand'ei mosse i Cieli, e la novella
Tela ordio delle cose, e in mezzo al Polo
Accese gli Astri e la diurna Stella,
E quando all'acque il corso, all'aure il volo,
E alle Piante diè vita, e quando appese
Le fondamenta dell'immobil suolo,
E i varj genj e le natie contese
Temprò degli Elementi, e ad un sol moto
Tanti altri moti obbedienti rese,
Tu, pria di nascer, l'alto fonte ignoto
Delle cose miravi e le bell'orme
Di quel valor, che ne' suoi effetti è noto.
Ma fra tante leggiadre altere forme,
Che ad un sol cenno del gran Fabro eterno
Fer' di sé bello il basso Mondo informe,
E fra' bei Spirti, che del suo più interno
Lume prendero, e a cui più larga parte
Feo di sé stesso il Facitor superno,
Qual fu, che a te s'assomigliasse in parte,
Prima grand'Opra dell'eterna cura,
Che in te tutta impiegò l'arte dell'arte?
Mirabil luce più che altrove pura
Fea di te centro a' suoi bei raggi, ed era
Fosco il Sol presso a te, la Luna oscura.
Onde rivolti a sì lucente Sfera,
"Chi è Costei," dicean gli Spirti eletti,
"Che Reina ne par di nostra schiera?
O Cielo, o Ciel, se gli onor' tuoi perfetti
Senza Costei non son, che più si cessa?
Il tuo lento girar sue ruote affretti.
Quando, quando fia mai che a lei si tessa
Il mortal velo, e suo bel volto santo
Porti in terra di Dio l'immago espressa,
E scinta poscia del corporeo manto
Torni a i nostri soggiorni alta Reina?
Quanto fia bella allor, se adesso è tanto!"
Così diceano, e qual sulla supina
Faccia de i Monti estivo raggio piove,
Tal piovea in te l'alta Beltà divina.
Erasi intanto alle nemiche prove
L'antico Serpe accinto, e già distrutto
Il gran divieto di chi tutto muove,
Censo infelice di perpetuo lutto
E d'infiniti mali ampio retaggio,
Lasciato avea quel sempre acerbo frutto.
Ma solo a te l'universal servaggio,
Vergin bella, non giunse, e non osaro
Far l'altrui colpe al tuo gran Nume oltraggio.
Tacque il pubblico pianto, e si asciugaro
Del Mondo i lumi, allor che di tua sorte
Le Profetiche Trombe alto cantaro.
"Chi troverà", dicean, "la Donna forte,
Che trapassato il termine vetusto,
Venga de' Cieli a disserrar le porte?
Ch'altro mai volean dir dell'incombusto
Mosaico Rogo le innocenti arsure
E di Vergine Terra il Germe augusto?
E le bell'acque, che tranquille e pure
Sovra 'l Vello scendean soavemente
Ad irrigar tutte l'Età future?"
Nascesti, alta Donzella, e immantenente,
Ne' tuoi begli occhi, dell'eterno Sole
Si riacceser le faville spente.
Quei, che vuol quanto può, può quanto vuole,
Mirò sé stesso con amor più intenso
Nel formar tue bellezze al Mondo sole,
E al vago spirto, di sua luce accenso,
Diè quel velo leggiadro, in cui trasparve
Sua bontà, suo valor, suo zelo immenso.
Tosto che in Terra il Divin Volto apparve,
Disparver l'ombre, e si feo lume al vero
Nascoso pria sotto confuse larve,
E 'l profondo ineffabile Mistero
Sulla tua fronte a chiare note scritto
Diè di pace e d'amor pegno sincero.
Or chi sarà, che pe 'l sentier più dritto
Scorgami a dir dell'Opra alta e gentile,
Di cui fu seme il primo uman delitto?
Tu, se 'l priego d'un cor supplice umile,
Vergin, ti muove, tu la stanca Cetra
Reggi, e tu infiamma l'agghiacciato stile,
Ché mai non sorse a viaggiar sull'Etra
Furor più sacro, né più tanto strale
Uscì mai da Poetica faretra.
Era omai giunto il termine fatale,
Ed avea l'ira in carità cangiata
Delle cose l'Artefice immortale,
Quando in Terra a portar l'alta ambasciata
Scese un Messaggio, dal cui volto uscia
Tutto il seren della Magion beata.
Un nuovo Cielo, in rimirar Maria,
Gli s'aperse d'intorno e sì gli piacque,
Ch'esser forse pensò dov'ei fu pria.
Poscia: "O Vergine," disse, "a cui non nacque
Altra simile o degna, in cui s'asconda
Quel sommo Spirto, che correa sull'acque,
Qual torrente di Grazia il sen t'inonda?
Oh fortunata, che del vero e vivo
Gran Padre e Sposo tuo sarai feconda!"
Qual aura molle al caldo tempo estivo
Le fresche Rose rugiadosa allatta,
Ostro accrescendo all'ostro lor nativo,
Tale, o Bella, a quel dir la neve intatta
Di tue guance s'accese, e tal sembrasti,
Qual chi fra sé co' suoi pensier' combatta.
Egli allor: "Di che temi? ancor contrasti?
Madre sarai senza viril contatto,
E fian sempre i tuoi fior' vergini e casti.
Anzi il tuo sempre inviolato e intatto
Sempre e mai sempre inviolabil Chiostro
Via più puro sarà, fecondo fatto.
Odi d'alta virtù mirabil Mostro!
Aura divina, onnipotente, eterna
Non mai descritta da mortale inchiostro,
Aura dolce, che 'l Ciel muove e governa,
Sol delle caste orecchie tue pe 'l varco
Strada farassi alla magion più interna,
E di sacro vigor tumido e carco
Crescerà 'l ventre. Incognite quadrella
Già Iddio ti avventa, ed il mio labbro è l'arco."
Spirto d'invitta Fede, a tal favella,
Pien d'un'alta umiltate al sen ti corse,
E poi dicesti: "Ecco di Dio l'ancella."
Ambo le labbra per dolor si morse
Il Re dell'Ombre, e non più stette il Mondo,
Come fu già di sua salute in forse.
Ed ecco (oh quai portenti!) entro 'l fecondo
Tuo sen l'incomprensibile celarsi
E 'l gran sostegno tuo farsi a te pondo,
E stupir la Natura, ed avverarsi
Le antiche Carte, e dell'Inferno a scorno,
La dubbia speme in sicurtà cangiarsi.
Miro un Astro lucente a par del giorno,
Scorta e forier di peregrini passi,
Nuovo insolito dì sparger d'intorno.
E pianger di dolcezza Uomini e sassi
Miro, e Re grandi l'alto Re de i Regi
Stesi a terra inchinar con gli occhi bassi.
Miro l'Armento, che i Celesti pregi
D'infante Dio tra rozzi panni avvolto
Par che conosca e d'adorar si pregi.
Quinci Angeliche voci e quindi ascolto
Sacri vagiti, onde dal gaudio rotte
Liete lagrime a me piovon su 'l volto.
Non uscì mai dalle profonde grotte,
Per dar cambio a Colui, che 'l giorno rende,
Splendida più, né più beata Notte,
Notte, che d'ogni giorno assai più splende,
Mirabil Notte, ond'è quel Sole uscito,
Che al Sol dà luce e tutti gli Astri accende,
Uom vero e vero Dio, Lume infinito
D'eterno Lume immortalmente grande,
Picciol fatto per noi, frale e finito.
Ma tu, Donna Real, d'Opre ammirande
Illustre Vaso, alle cui lodi invano
Argenteo fiume di parlar si spande,
Vedi ben che ogni sforzo è fiacco e vano
A tanta Impresa, e che a risponder sorde
Le tempre son dell'intelletto umano.
Del tuo gran Parto le sagrate corde
Tocchi Angelico Plettro in maggior tuono
E due Nature in un Soggetto accorde,
Ché a sé mi chiama un lamentevol suono
D'urli e di pianti e di materne strida
Senza trovar pietà, non che perdono.
Ecco dell'empio Re l'ira omicida,
Ecco piange Betlemme, ecco si lagna
Che 'l ferro i Figli e 'l duol le Madri uccida.
Ecco che in mezzo d'infedel Campagna
Offre scampo e riparo al gran periglio
Quella Terra, che 'l Nil feconda e bagna.
E già in un dolce riposato esiglio
Povera vita, ma tranquilla meni
Col vecchio Sposo e col tuo piccol Figlio.
Ma l'aer sacro de' bei rai sereni
Qual nube adombra d'improvviso affanno,
Che gli fa d'ampio umor gravidi e pieni?
Se 'l tuo Figlio smarristi, è brieve il danno,
Ché tosto il trovi, e di sua vista sazj
Le luci, che desio d'altro non hanno.
A più crudeli e tormentosi strazj
Il Ciel ti serba, e più che mai veloce
Già varca il Tempo i destinati spazj.
Spine veggio e flagelli, e Chiodi e Croce,
Veggio il suol, che i Cadaveri sprigiona,
E de' rotti Macigni odo la voce;
Nera gramaglia, che 'l gran dì corona,
Veggio, e la vera immortal Vita uccisa,
Che a Morte in braccio a gli Uccisor' perdona.
Quanto, oh quanto da te fosti divisa,
Quando la bella, scolorita, e cara
Faccia mirasti del suo Sangue intrisa!
E quando il sen ti trapassò l'amara
Voce del Figlio esangue, allor ch'ei disse:
"Altro figlio in mia vece a te prepara",
Nel Tronco a par del Tronco immote e fisse
Tue pupille inchiodasti, e 'l cuore aperto
Crudo coltello di dolor trafisse.
Qual Tortorella, che con passo incerto
Va la sua dolce compagnia cercando,
E 'l Piano assorda e l'aspro poggio ed erto,
Tal non ben viva e di te stessa in bando
Givi tu co i sospir', fatti già tromba,
Il dolce amato Nome in van chiamando.
Ma poiché 'l terzo dì tolse alla Tomba
Ogni suo dritto, e in pioggia poi di foco
Scese a te l'alta ed immortal Colomba,
Vera Màrtir d'amore, a poco a poco
All'Alma di sé, Donna, il volo apristi,
Ch'arder da lungi a chi ben ama è poco.
Pianti sereni e sospir' lieti e tristi,
E dolci amare dilettose pene,
Ed affetti di gioia e di duol misti,
Fede armata di zelo, e viva spene,
E carità fervente oltre nostr'uso,
Che d'alto e nobil foco empie le vene,
Tal fatto avean di te 'l desio lassuso,
Che sì lungo aspettar più non soffriva,
E parea dal suo Cielo il Cielo escluso.
Ma già la Nave tua correndo a riva
Con vele d'oro e con gemmate antenne
Al felice naufragio i fianchi apriva.
Morte alzò 'l braccio, ma tantosto il tenne
Riverenza e timor, poi disse: "O Donna,
Torni pur tua grand'Alma, onde sen venne.
Che poss'io teco, ancorché inerme e in gonna?
Non ho io signoria fuor del mio regno,
E 'l tuo alto valor di me s'indonna.
Amor, ministro assai di me più degno,
Amore, Amor sottentrerà in mia vece,
Ché ferir non poss'io sì eccelso segno."
Volea più dir, ma incontro a lei si fece
Un de' tuoi sguardi, che con dolce forza,
Qual densa nebbia, il suo parlar disfece.
Or tu la debil voce in me rinforza,
Signora e Madre, ché, di pianto molle,
Pietoso affetto a dir di te mi sforza.
Era già 'l tempo che divampa e bolle
Il gran Pianeta, e su gli Eterei Poggi
L'infiammato Leon sua chioma estolle,
Quando discesa da i superni Alloggi
Luce a te venne, non so quale o quanta,
Ch'io non ho sguardo che tant'alto poggi.
E quanto più bevea l'Anima santa
Del caro lume, più spedita e lieve
Trasparia per lo vel che l'Alme ammanta.
Candida falda di non tocca neve
Era 'l volto, e i begli occhi: "Avrem pur pace,"
Dir parean con un guardo, "e avremla in breve."
Così a guisa di bella e chiara face,
Che a poco a poco, quando l'aere è cheto,
Soavemente si consuma e sface,
Esente affatto dal comun Decreto,
Senza morir moristi, e i nostri danni
Morte fer' bella e 'l Ciel più bello e lieto.
Vedova sconsolata in neri panni
Piangea la Terra, ed i Celesti Amori
Facean teco ritorno a gli alti Scanni.
Sull'ale intanto de' beati Cori
Correa giù per quell'aere luminoso
Dolce armonia di Spiriti canori,
Che lusingando il tuo gentil riposo
Fean corona e concento alla bell'Urna,
Ov'era il pregio d'ogni pregio ascoso.
Ma non sì tosto alla finestra eburna
S'affacciò la terz'Alba, e col piè d'oro
Calpestò la fuggente ombra notturna,
Che i tuoi begli occhi a far di sé tesoro
Si riapriro, e sulla fronte augusta
Ristampò l'Alma il suo primier lavoro,
E del bel velo dolcemente onusta
Fé poi quindi tragitto a quella Vita,
Che di Morte l'assenzio unqua non gusta.
Parlate, o Cieli, e tu, che, al Ciel salita,
I sensi del mio cuor penetri e intendi,
A i dolcissimi accenti apri l'uscita.
Tu con lingua di luce a spiegar prendi
Del gran Trionfo tuo l'alta memoria,
E tua facondia il mio difetto ammendi.
Tu la gran pompa e l'ineffabil gloria
Del Ciel mi narra, e 'l trionfale ingresso,
Di cui quel giorno ancor si pregia e gloria.
Narra i plausi festosi e 'l dolce amplesso
Del Figlio, e quanto all'apparir tuo crebbe
Del trino Lume in te l'alto riflesso,
E quanta luce di beltà s'accrebbe
Alla parte più interna e più sublime
Del Ciel, che in sorte per sua gloria t'ebbe.
Ma in quella guisa che de' fior' le cime
Piegansi al colpo di soave Vento,
Già si piega il tuo spirto alle mie Rime,
Spirto, che in suon d'alta pietade io sento
Dirmi sovente al cor: "Confida e taci:
Un dì fia forse il tuo desir contento."
Or perché queste misere tenaci
Fasce non scioglie il Tempo, e de' miei giorni
Non vanno a tramontar l'ultime faci?
Deh vegna il dì che le mie notti aggiorni,
E sciolta l'Alma dal mortal suo laccio
Alla sua bella libertà ritorni.
Forse (oh che spero!) a vera gloria in braccio
Vedrò 'l vero adombrato in questi Versi,
E 'l più bel mi parrà quel ch'io ne taccio.
Io benedico l'ora, in ch'io t'offersi
L'arte e l'ingegno, e al Sol di tua bellezza
Le disviate mie pupille apersi.
Vergine, tu ben vedi a quale altezza
Poggia un tanto sperar, ma s'io non fallo,
Nacque dal peccar mio la tua grandezza.
Or se déi tu cotanto all'uman fallo,
Che non potranno in me grazie divine?
Non fu mai (sallo 'l Cielo e 'l Mondo sallo),
Né mai fia posto al tuo poter confine.