44 - E sì grande il piacer che 'n me si serra

By Antonio Brocardo

E sì grande il piacer che 'n me si serra

Che, dentro non capendo del mio petto,

Venir quanto più puote fuor procaccia;

Però venga chi i cuor chiude e disserra

E con il strale, ond'ho tanto diletto,

Apralo e uscir per la mia bocca il faccia.

Ma temo me non sfaccia,

Parlando, poscia soverchia dolcezza

Onde le rime ancor prego contempre

Acciò non mi distempre,

Che dir possa chi te, signor, non sprezza:

"Tal notte attender dee lieta e serena

Ch'ogn'altra bella gioia indietro mena".

S'alcun l'accesa face, la qual splende

Via più negli alti cor che 'n basso loco,

Nel volto acquetar pensa a lui più caro

E 'l legger piede presto presto stende,

A lui sovente scemar suole il foco

Vedendo cui di veder sempre è avaro.

Poi lei, ch'ogni suo amaro

Condir poteva e far lieve ogni oltraggio,

Non trovando, rimansi in quella parte

E l'ardor da sé parte

Stando in quel loco sul u' il chiaro raggio

De' begli occhi altre volte scorse intento:

Onde, come in ciel fosse, ivi è contento.

Or quando poi, da più benigne stelle

Accompagnato, mirar può il bel viso

Ov'ogni straccio dolcemente oblia,

Gli affanni in tutto allor da sé divelle,

In festa il duol mutando, il pianto in riso,

Né qua giù unqua più lieto esser porria.

Ma se, sua cortesia,

Le luci a lui volgendo oneste e accorte,

Madonna il ciglio a salutarlo move,

Dolcezza in sé tal piove,

Imaginando sua beata sorte,

Che non pur col pensier aguagliar lice

Non che dir quanto si trovi felice.

Mossa a la fin dal bel sembiante umano,

Da la cortese, angelica salute

Sovra il gelato cor fiamma d'ardire,

A l'alta donna, in atto umile e piano,

Racconta i martir suoi, a mezzo mute

Spesso restando le parole e 'l dire,

E se i coralli aprire

Vede, formar sentendo una parola,

Di gentilezza colma e di pietate

A chi l'aspre giornate

Soavi e quete far può al mondo sola,

Scacciati li dolor, li acerbi pianti,

Beato tiensi sopra gli altri amanti.

Se adunque, di sua donna dimorando

Nel dolce loco, un miserello amante

Contento vive e di ciò sol s'appaga;

E se, del volto l'aria rimirando

Col splendor di celesti stelle e sante,

Lieto sopporta l'amorosa piaga;

Se, quando più l'impiaga

L'ardente stral, udendo un de' suoi detti,

Ratto felice e beato diviene,

Quanto fia poi quel bene

Che tutti accolti ha in sé questi diletti?

E tal fu il mio, ond'io ringrazio Amore

Che in sì novi piacer già tenne il core.

Da lui guidato dentro al fido albergo

Trovaimi di madonna pur un giorno,

Anzi una notte del dì meno oscura,

Ove quel volto, in cui mirando aspergo

L'alma di gioia immensa, e quel adorno

Lume veder potea, ch'ogni altra cura,

Mostrandosi, a me fura,

Solo ristoro di mia pena e danno.

Ella dapoi, in atti ed in parole,

Assai più che non suole,

Pietosa fatta del mio lungo affanno

Tal che spesso dicea, pien d'alto zelo:

"Men di me liete son l'alme su in cielo!".

Or le traccie d'or fin, or quella fronte

Ove onestate tine suo maggior seggio,

Quando le perle e i bei rubini ardenti

Da stancar mille ingegni e lingue pronte,

Ed or quel petto in cui raccolto veggio

Grazia, virtù, leggiadri portamenti

Con gli occhi saldi e intenti

Contemplando men gìa, sì carco e pregno

Di letizia e piacer, in quello stato

Talora me beato

Facendo il parlar saggio, ornato e degno,

Che s'io per grazia ho un'altra notte tale

Di farmi spero al mio Signor eguale.

Canzon, se alcuno in fiamme

Amorose si trovi il qual si doglia,

Digli: "Se ben a morte ardendo vieni,

Non ti smarrir, sostieni,

Ch'ogni duro tormento ed ogni doglia

Con quante fur mai lagrime interrotte

Può ristorar il ben d'una sol notte".