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By Auteur inconnu

O caro Alessi amico,

Vedi pe 'l prato aprico

Quante leggiadre e belle

D'Arcadia Pastorelle

Tra dolce riso e giuoco

Van temprando di Sirio il crudo fuoco.

Qui neghittosi omai,

Che più facciam? non hai

Teco quel Chianti annoso,

Nemico del riposo?

To'lo, ché tolgo anch'io

Questo, che m'arma il fianco, audace Scio.

L'un fuoco l'altro estingua;

T'affretta, ché in la lingua

Crogiolata dal Sole

Ardono le parole.

Nuova col ber virtute

Prendiam di nostre Ninfe alla salute.

Tu par che a sdegno t'abbia,

Ohimè, di por le labbia

Di quel bel faggio al foro!

Via su, ch'ei l'orlo ha d'oro.

Spacciati: ben si vede

Che non t'ha colto il Sol quant'altri crede.

Or non sia più: to', prendi

Il nappo, e poi mel rendi

Colmo qual io tel dono.

Odi quel vicin suono?

Accordiam seco i versi,

E brindisi facciam forbiti e tersi.

Ve' Silvia fiso mira,

Che sì ch'ella desira

Un tuo saluto? A lei

Mancar già tu non déi:

Ella è onor del tuo Spello,

Ch'or, vie più che l'antico, è per lei bello.

Ma un nome sì soave

Par ti riesca grave.

Vuoi Clori? anch'ella attenta

Ti guarda, e non paventa,

Ché a sperar le fa scorta

Il tuo buon Palemone, e la conforta.

Oh, né men ella è degna.

Altra chi me n'insegna?

Ecco la bella, saggia

Lucinda, ecco Selvaggia,

Ecco Aglauro gentile,

Cara alle sante Muse, e lor simile.

S'or tu non scegli, invano,

E vicino e lontano,

L'occhio intorno si stende,

E a questa e a quella intende.

Tu mi guardi e sorridi?

Che di'? pur una volta invan non vidi.

Su, béi dunque ad onore

Di chi t'addita il core,

Ed io bevendo intanto

Disciorrò l'ali al canto

Ver' l'Isauro felice,

Ond'ha l'Arcadia ancor la sua Fenice.

O generoso Fiume,

Che d'un sì chiaro lume

Arcadia mia fregiasti,

S'Elisa a lei donasti,

Elisa in terra sola,

Che alle prische Eroine il pregio invola!

Ella d'erbette e fiori,

D'April caduchi onori,

Non t'ornerà le rive,

Ma dell'eterne e dive

Frondi, cui Borea indarno

Flagella, e al par n'andrai del Tebro e d'Arno.