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Nel più eccelso d'Arcadia ombroso monte,
Fra le Ninfe più caste ebbe il soggiorno
Siringa, che 'l natal trasse d'un fonte.
Ella, col cuor di pure voglie adorno,
Solo a Diana ogni pensier rivolto,
Godea seguir le vaghe fere intorno.
Aveano a gara nel purpureo volto
Tutti uniti le Grazie i doni loro,
Amor tutto il suo bello avea raccolto.
Era alla Diva del virgineo coro
In tutto egual, se non ch'usar solea
Questa l'arco di corno, e quella d'oro.
Per lei ciascun Nume selvaggio ardea,
Ma tutti, or colla fuga, ora col dardo,
Tutti scherniti ella più volte avea.
Un dì furtivo Pan pria collo sguardo,
Poi coll'orme seguilla, e giunto appresso:
“Per te”, gridò, “per te languisco, ed ardo.”
Cerva mai non fuggì dal segno espresso
Di vicino levrier con piè men lenti,
Valli, monti, e sentier' cangiando spesso,
Come la Ninfa dalle brame ardenti
Dell'Arcadico Dio ratta si toglie
Al primo suon degli amorosi accenti.
La fuga intanto nel suo viso accoglie
Più vaghe rose, e il venticel, che spira
D'incontro a lei, l'oro del crin discioglie.
La segue Pan, dovunque il piè raggira,
Tanto veloce più, quanto maggiore
Vede farsi quel bel, per cui sospira.
Per dare ad or ad or nuovo vigore,
E nuova lena all'affannate piante,
Sprona la speme l'un, l'altra il timore;
Finch'ella del Ladon corrersi avante
L'onde rimira, e i fuggitivi passi
Quinci 'l Fiume arrestar, quindi l'Amante.
Chiede allora con prieghi umili e bassi
Allo stuol delle Naiadi sorelle
Che 'l suo fior verginal perir non lassi.
Le sembianze primiere oneste e belle
Ecco tutte sparire all'improvviso,
E le membra vestir forme novelle.
Davanti agli occhi dello Dio deriso,
Nel suol subitamente il piè s'asconde,
S'allunga il fianco, e il petto, e il collo, e il viso.
L'arco e gli strali, e l'auree chiome bionde,
Il bianco cinto e la cerulea vesta
Cangiansi in verdi scorze e in lunghe fronde.
Fassi alfin lieve canna, in cui non resta
Vestigio alcun della bellezza antica;
Ma pure in Pan più chiaro ardor si desta,
Ché scosso il cavo sen dall'aura amica
Forma un soave e lamentevol suono,
Che l'interno dolor par che ridica,
Ond'egli preso da quel dolce tuono
Uno strumento flebil ne compose,
E disse: “Or vani gli amor miei non sono.”
Sette canne ineguali in ordin pose,
E a queste colla cera aggiunte insieme
Il prisco nome di Siringa impose.
Poi ricercando colle labbra estreme
Da i fori lor l'armoniose note,
Col fiato or l'uno, or l'altro informa e preme.
Le melodie, fin a quel giorno ignote,
Correr fanno da i boschi augelli e fere,
Restar l'aure sospese e l'onde immote.
Poiché 'l Rustico Dio lungo piacere
Trasse dal suon novello, in cui raccolse
L'alta armonia delle celesti sfere,
In un canto concorde alfin disciolse
Lieto le voci, e dell'età futura
Più d'un'arcano in questi detti involse:
“Ben puoi, d'Amor nemica acerba e dura,
Ratta fuggirmi, e pria ch'esser mia Sposa,
Ben puoi, Ninfa crudel, cangiar natura;
Ma non potrai per voglia aspra e ritrosa,
Una favilla pur spegner di quella,
Che per te m'arde il cuor, fiamma amorosa.
Se dianzi all'occhio eri leggiadra e bella,
Or sei bella e leggiadra alla mia mente:
E canna or t'amo, se t'amai donzella.
Tu con quest'armonia sarai possente,
Mercé di stelle al mio desire amiche,
Ritornar l'allegrezza al suol dolente.
Tu più soavi le campagne apriche
A i pingui Armenti, tu de' miei Pastori
Men gravi renderai l'aspre fatiche.
Accordando a' tuoi numeri sonori
Quei, ch'io lor detterò, semplici carmi,
Avranno essi nel canto i primi onori.
Ma qual da lungi or veggo, o veder parmi
Tra folta nebbia furibondo stuolo
Tutt'Arcadia ingombrar di fiamme e d'armi?
Per far stragi e ruine in questo suolo,
Barbare schiere, il sanguinoso Marte
Vi trasse invan dall'agghiacciato polo.
Ecco risorger con mirabil arte
L'Arcadia mia, dopo mill'anni, e mille,
Più che mai fortunata in altra parte.
Sotto Stelle più placide e tranquille
Passeran questi monti e questi fiumi,
Queste selve, quest'antri, e queste ville.
Quai splenderan tra loro ardenti lumi!
Quai leggi insieme unite a libertade!
Quali in rustico stato alti costumi!
O sempre al Ciel dilette alme contrade,
Tornerà in voi l'alma stagion, qual era
Nel dolce tempo della prima etade.
Ma chi fia quel Pastor, che infra la schiera
Degli altri or tanto si solleva, quanto
Tra i fiori il pino erge la fronte altera?
Oh qual diadema maestoso e santo
Gli orna la chioma, onde di tutti è Duce!
Oh qual veste al mio ciglio ignoto ammanto!
Fa tutto il gregge biancheggiar di luce,
Ch'egli del prato in vece, e del ruscello,
Soavemente verso il Ciel conduce.
Da qual recise mai stranio arboscello
Quell'aurea verga, ond'ei cuopre e difende
L'orto e l'occaso, e questo polo, e quello?
Infelici occhi miei, chi vi contende
Fissar lo sguardo in esso? Ah che da vui
Tanto si vede men, quanto più splende.
Le luci adunque rivolgete a Lui,
Che va sì ben con giovinetto piede
Seguendo da vicino i passi sui.
Mirate quanto colla mente eccede
I confini ch'a lui l'età prescrive,
Mirate qual al fior frutto precede.
Quelle, ch'alme virtù celesti e dive
Formangli al biondo crin verdi ghirlande
Del Tebro e del Metauro in sulle rive,
Son premio del sudor, che largo Ei spande
Di Minerva e d'Astrea ne i dotti campi,
Ove va di trionfi altero e grande.
Quel ricco manto, che di chiari lampi
Splende quantunque non fornito ancora,
E par che con diletto arda ed avvampi,
A lui s'intesse e s'orna e si colora
Delle grane più vive, onde s'accenda
L'Idalia Rosa in terra, e in Ciel l'Aurora.
Deh quel giorno dal Gange omai risplenda,
Quel giorno, in cui la maestà Latina
Della spoglia Reale adorno il renda.
L'augusta fronte — oh — come lieta inchina
Del chiaro ingegno all'ammirabil' prove
La gran Città delle Città Reina!
Divota gli offre Arcadia in forme nuove
Gli antichi giuochi, che già un tempo offerse
La Grecia a Febo ed a Nettuno e a Giove.
Già del barbaro nome, onde sofferse
Sì acerbe ingiurie il Tebro, e lunghi affanni,
L'odio vetusto in nuovo amor converse,
Poiché spera a ragion dopo tant'anni
Ch'un novello Annibal colle bell'opre
Tutti restauri dell'antico i danni.
Ma già più dell'usato a me si scopre
Quanto con denso impenetrabil velo
L'età futura agli occhi altrui ricopre.
Son giunto pure alfin, son giunto al Cielo,
E ciò ch'entro i suoi abissi io veggo aperto,
A te, casta Siringa, oggi rivelo.
Veggo che più d'un glorioso serto
Di propria mano alle sue chiome intesse,
E d'altro che di fronde adorna il merto.
Veggo ch'un giorno per quell'orme istesse,
Che dagli anni più verdi a calcar prese,
E trova ognor di maggior luce impresse,
Sì, veggo, sì ... Ma perché a udirlo intese
Correan Ninfe, e Pastori, a cui non piacque
Far del destin tutto il voler palese,
Ruppe nel mezzo il canto, e il meglio tacque.