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Sovra me stesso oltre il poter mortale
Alzar mi sento, e già fatto men grave
Spazio per la celeste aria soave,
E tu, saggio Signor, m'impenni l'ale.
O Sole! o Stelle! o quanta Luce! o quale
Raggio d'eterna gloria adorno m'ave!
Talché mia salma più di sé non pave,
Che ben vede il suo stato alto immortale.
Or scorgo (gli occhi a terra rivolgendo)
Schermirmi il basso invido volgo invano,
Ond'io più altiero e glorioso ascendo,
E la Morte, cui son tolto di mano,
Me risguardar con torvo occhio, e fremendo
Gittar la falce disdegnosa al piano.