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O Ruscelletto avventuroso appieno
Tra quanti a vaghe collinette intorno
Bagnano il fianco, o a verdi prati il seno,
Non già perché, quando risplende il giorno,
Al mormorar dell'acque tue risponde
Stuol d'Augelli or dal pino, ora dall'orno;
Non perché chiare e fresche e dolci hai l'onde,
Sempre di molli erbette il fondo ornato,
E dipinte di fiori ambo le sponde;
Non perché vedi in questo ameno prato
Danzar le Ninfe con gli Dei selvaggi
Quinci dal destro, indi dal manco lato;
Non perché per temprarti i caldi raggi
D'ardente Sol nelle giornate estive,
Stendono i rami lor platani e faggi;
Non perché al suon di boscherecce pive
Fan gli Arcadi Pastor' d'alto concento
A te d'intorno rimbombar le rive,
Onde, quasi ti sia grave tormento
L'abbandonar sì dilettosi calli,
Te ne vai queto queto e lento lento;
Ma sol perché dall'Eliconie valli
Venne Filli poc'anzi, e al suo bel viso
Fé specchio de' tuoi liquidi cristalli.
Appena tocche allor dall'improvviso
Splendor degli occhi suoi l'onde gelate
Ardere io vidi in questa riva assiso,
E attonito alla nuova alma beltate
Queste t'udii formar liete parole,
Che nella scorza ho di quel pin notate.
“Qual nuova luce è questa? or forse ei vuole
La cuna rinnovar tra le mie spume,
Del ricco Gange infastidito il Sole?”
Ma pur del Sol non è sì dolce il lume,
Come questo, che par ch'in mezzo al petto
Soavemente il cor m'arda e consume.
Io non vidi giammai più vago oggetto,
Né spero unqua veder, benché ritorni
Narciso a vagheggiar l'antico aspetto.
Se immagin sì gentil fia che soggiorni
Nel mio sen, non invidio all'Indo e al Tago
Le gemme e l'oro, ond'hanno i flutti adorni.
Ma dimmi, o picciol Rio, contento e pago
Solo del mio tesor, deh dimmi: or dove,
Dove nascondi, ohimè, la bella immago?
Se l'occhio in lei non si raggira e muove,
Quantunque mai gli avidi sguardi ei stende,
Mirar non sa vera bellezza altrove.
Per me da lei lontan, mai non s'accende
Di bei colori in sul mattino il Cielo,
Per me da lei lontano il Sol non splende.
Non toglie alla mia mente il tristo velo
L'Augellin col cantar di fronda in fronda,
L'Ape col susurrar di stelo in stelo.
Non hanno senza lei vista gioconda
Il colle, il prato, il fonte, il bosco, il lago;
È pallido ogni fior, torbida ogn'onda.
Dunque almen di quel volto onesto e vago,
Cagion d'ogni mio ben, Rivo gentile,
Deh mostra agli occhi miei la bella immago.
Se tu talor non ti recasti a vile
Udir tue lodi in pastorali accenti
Al rauco suon di mia sampogna umile;
Se a te le verdi rive e i puri argenti
Spesso guardai dal piede errante e vago
Di fiere belve e d'importuni armenti;
Se sol nell'acqua tua spegner m'appago
L'ardente sete, più ch'in altro fonte,
Deh mostra agli occhi miei la bella immago.
Così scendano a te dal vicin monte
Ognor le Ninfe più leggiadre e belle
Di molli fiori a coronar la fronte,
E tutte le più bianche Pastorelle
Di queste valli entro i tuoi freschi umori
Lavin le membra lor tenere e snelle.
Così per le tue sponde eterni i fiori
Aprano il riso infra l'algenti brine
Del crudo verno, e infra gli estivi ardori.
Così t'offra le sue rime divine
L'alto Pastore, ond'è superbo Eupago,
E 'l giovinetto Elpin l'aureo suo crine,
Talché Siro, Erasino, Alfeo, Bufago,
E Ladon con invidia odan tue lodi.
Deh mostra agli occhi miei la bella immago.
Ma tu, sordo Ruscel, lasso, non m'odi,
Od amando ancor tu quel bel sembiante,
De' miei sospiri e del mio pianto or godi.
Ah che mai non dovea misero amante
Sperar da te pietà, che oscuri e bassi
Natali avesti in sen d'antro stillante!
Indi per aspre balze e nudi sassi,
Con rauco grido il tuo destin piangendo,
Già mendico movesti i primi passi,
Finché per pioggia, o sciolto giel crescendo,
A i poveri Pastor' spesso rapisti
Capanne e greggi con fragore orrendo.
E se poscia, com'or, placido gisti,
Fu perché ti scemò l'arsura estiva
Di quelle forze, onde l'orgoglio acquisti.
Or cresci pur, calda stagione, e priva
Quest'ingrato Ruscel d'ogn'altro umore;
Spoglia d'erbe e di fiori ogni sua riva.
Il loco, ov'ei sen corse, abbia in orrore
Ogni Ninfa d'Arcadia, ed ogni Dio;
Lo calpesti ogni armento, ogni Pastore.
Ah no, fermate. Benché ingrato il Rio,
Pur non sia alcuno a danni suoi rivolto,
Per non turbar quell'acque, ove vid'io
Di così bella Donna impresso il volto.