462

By Antonio Tebaldeo

Hor veggio ben che in aquila non scese

a rapir Ganymede in Ida Giove,

e chi udirà quel che a dubbiar mi move

dirà che è fittïon chiara e palese;

ché non una, ma mille e mille prese

forme averebbe inusitate e nove

per questo Ursin, da le cui ciglia piove

fiamma, onde son le più fredde alme accese.

Spesso, mentre il gran fabro al dur martello

inteso è per formar a Giove il strale,

Venere fugge e a vagheggiar vien quello.

Con pace il dico, non l'haver a male

Cupido, Ursin di te non è men bello:

ché d'occhi vince te, se 'l vinci de ale.