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Dunque l'alma tra risse hai sempre accesa?
E dunque or con Eulibio, or con Eniso,
Agesilo, sarai sempre in contesa?
Filacida, che pur la pace in viso
Mostra portar, talor per te s'accende,
Sicch'ei sembra da sé quasi diviso.
Onde se in selva strepito s'intende,
Va in proverbio (e il proverbio non s'inganna)
Romor s'ascolta: Agesilo contende;
E un Pastor, che per poco non s'affanna,
Giura che tanto ei sol si vive in pace,
Quanto sta lungi dalla tua capanna.
Deh frena omai quel genio tuo sì audace,
E sempre pensa a quel buon detto antico:
Assai sa chi non sa, se a tempo tace.
Anzi Pastore più di me nemico
Di risse in queste selve non si trova,
E in cui si scorga più l'esser d'amico.
Un indiscreto zelo in te si cova,
Vecchio Montan; che deggio far, se Eniso
In mille modi dileggiarmi prova?
Prendere io dunque doverommi in riso
D'Eulibio e di Filacida l'offese,
E girne de' Pastor' sempre in deriso?
Il prisco detto, a quel che ben l'intese,
Il silenzio comanda a tempo e loco,
Ma non già quando Alma gentil s'offese.
Io non mi sdegno già così per poco:
Tu sì, che ben sovente attizzi i cani
Per prenderti di me trastullo e giuoco.
Oh nostri spirti ciecamente insani!
Parlo io di pace, e tu vorresti adesso
Alzar, non che la voce, ancor le mani.
E chi mai più di te da smanie è oppresso?
Questo, che zel tu chiami, è rabbia e furia.
O buon Medico mio, cura te stesso.
Non sa dunque parlar, se non ingiuria
La lingua tua? volgi a più giusto oggetto
Lo sdegno tuo, che per viltà s'infuria.
È questo il giorno dall'Arcadia eletto
Verso i Pastor' negli ultimi anni estinti
I segni a palesar del proprio affetto.
Qui puoi con gli altri alle contese accinti,
Agesilo, provar se avrai la sorte
D'esser tra i vincitori o pur tra i vinti.
Qui sfoga pur quel genio tuo sì forte;
E se furor tu vuoi, furor ti prenda,
Che ben fia giusto allor, contra la Morte.
Montano, io vo' che tu meco contenda:
La lira prendi neghittosa e vetera,
E veggiam se alla mia pari si renda.
Non creder già che l'Uom quando più invetera,
Come negli anni, ancor nel canto superi
Ogn'altro, che toccar sappia la cetera.
O biondo Apollo, io te fra gli altri Superi
Invoco, e giuro di svenarti un Vitulo,
Se fia ch'oggi Montan da me si superi.
Su contendasi pur: per simil titulo
Dolce il contender fia. Tu, Pane, assistimi,
Tu reggi il canto mio, ch'a te l'intitulo.
Ma tu, che forse ancor Fanciullo udistimi
Chiaro in Arcadia, pensa ben ch'io cedere
A te non temo; anzi, se puoi, resistimi.
Ecco io comincio. Ah perché mai concedere
Tal forza a Cloto, la cui falce orribile
Tronca più vite, che non foglie han l'edere?
Ecco ti sieguo. E fia dunque possibile
Che di virtude ancor sul regno stendasi
L'oscura insegna della Dea terribile?
Che giova, ahimè, ch'alto co' pregi ascendasi,
Se con Doralbo, Eutemio ancor, che i culmini
Passò d'onor, forza è che all'empia arrendasi?
Qual altezza fia mai che tu non fulmini,
Morte crudel, se contra il grave Erostano,
Contra Candido il saggio alzasti i fulmini?
Deh quanto, o Morte, i dardi tuoi ne costano,
Se Elcino ancora, Elcino, anima e gloria
Di nostra Arcadia, ad atterrar si accostano!
Eumolpo mio, di te Morte si gloria,
Mentre i tuoi verdi allori oggi incoronano
Il negro carro della sua vittoria.
A chi, lasso, le Parche, a chi perdonano,
Se ancor Polibo il grande ardiro offendere,
Di cui sì chiari in Pindo i vanti suonano?
Ardisti, o cieca Dea, l'arco tuo tendere
Contra Lucinio, per cui tanto mirasi
Chiara Farsaglia ancor sull'Arno splendere.
Chi contra la crudel, chi non adirasi,
Se a' danni di Timandro, alto e mirabile
Della Liguria onor, sua falce aggirasi?
Qual tempio a i colpi suoi, qual rocca è stabile,
Se ancor sovra gli altari il buono Arcanio
Di quell'empia atterrò l'ira implacabile?
Verde ancor d'anni il sì gentil Vitanio
Ecco ne invola, e quasi nel tugurio
Istesso uccide a lui vicino Ermanio.
Spesso, ma invano, col Destin m'infurio,
In Eusisio gentil qualor sepolti
I pregi miro del bel suolo Etrurio.
Ma quanti, o Morte, in breve tempo hai colti,
Che, in rozze avvolti pastorali spoglie,
D'illustri voglie risplendean fra noi
Sublimi Eroi? Ah del gentil Termisto,
Del saggio Euristo ecco da te si priva
L'Etrusca riva, e si querela indarno
Il gentil Arno di sì ria sventura,
Ché ancor gli fura crudo colpo amaro
Quel così chiaro d'ogni onor Febeo
Gran Corileo. E giusto è ben se spandi
Or così grandi, o mesta Arcadia, i pianti.
Ahi quanti, ahi quanti in così breve giro
A te rapiro alti Pastori i Fati!
Vitalbo e Bati, Armindo, Argeo, Corisco,
Lidio, Clarisco, Astreo, Vatidio e Iola,
Tutti ne invola empio furor di Cloto,
Che falce a vòto unqua sull'Uom non gira.
Ma duolo ed ira a un tempo sol mi assale:
Ahi quale, ahi quale alto m'inonda affanno!
Il comun danno eh qual ragion conforta,
Se Elettra è morta? Elettra, a cui concesso
Sul nostro sesso fu in Parnaso il vanto;
Il cui bel canto ad ascoltar vid'io
Fermarsi il rio, e star sovente intenti
In aria i venti. Elettra (ahi qual maggiore
D'alto dolore mai cagion fu scorta?),
Elettra è morta.
Or qual mi porta fuor del mio costume
Castalio Nume, che mi ferve in seno!
Langue e vien meno la più bassa parte;
E si diparte il mio pensier da queste
Piagge e foreste, e, del mortale incarco
Libero e scarco, nella lieta erbosa
Valle si posa, ove alle fortunate
Alme beate de i gentil' Pastori,
Vinti gli orrori della cruda morte,
Più certa sorte e più sicuro giorno
Risplende intorno. E qual beato coro,
Cinto d'alloro, in pastorali carmi
Risonar parmi in quell'erta e felice
Verde Pendice! Al portamento, al viso
Io ben ravviso ora il gentil Pastore,
Idalmo, onore del Sebeto; e veggio
In nobil seggio d'odorosi mirti
Quegli alti spirti, che ad Arcadia bella
Invida e fella con gli usati inganni
Negli ultimi anni morte empia rapio.
E qual veggio io meravigliosa Donna
In breve gonna, che sì illustre e altera
Va fra la schiera de' famosi Eroi?
Ne' carmi suoi ah ben sì manifesta:
Elettra è questa, che cotanto estolle
L'Elisio colle, quanto già rendeo
Superbo Alfeo; che con ardente brama
A sé mi chiama dalla destra sponda,
Perché confonda l'acque sue col pianto,
Ed a lui accanto con dolenti note
Alle remote genti ancor palese
Le gravi offese dell'ingiusto Fato,
Che gli ha involato un così chiaro lume.
M'attendi, o Fiume avventuroso e degno:
Ecco ne vegno entro il vicino speco
A pianger teco.
Ahi cruda morte! col terribil arco
Sta sempre al varco, e co' suoi strali offende
Ancor chi splende per virtù più forte.
Ahi cruda morte!
Ahi dure leggi! il più rustico e vile
Al più gentil e nobile Pastore
Col tuo furore, empio Destin, pareggi.
Ahi dure leggi!
Vedi che meste
Per le foreste
Sen van l'Agnelle?
Né come prima
Sembran sì belle.
Qual fia che opprima
Lor doglia i cori?
Ahi che Morte ha rapito i lor Pastori.
Odi che Pane
Con meste e strane
Voci si duole?
Rotta ha la canna,
Che toccar suole.
Qual mai l'affanna
Duol tristo e rio?
Ahi che i Pastori suoi morte rapio.
Versin pur di pianto i fonti
Valli e Monti;
Copran nubi atre di duolo
Terra e Polo;
Denso vel d'orribil' ombre
Tutto ingombre,
Se in Pastori anco sì degni
Morte ria sfoga i suoi sdegni.
Piangan pur le belle Driadi,
L'Amadriadi;
Sfoghi il duolo, che l'assale,
La gran Pale;
Cintia gema in veste negra,
Lassa ed egra,
Se di morte ancor si vede
La virtù trafitta al piede.
Morte, ahi morte crudel, quanto ne inganni!
Di gloria a noi sicuri
Promette illustre pianta
I frutti omai maturi;
Ma la tua falce schianta
E pianta e frutti sul fiorir degli anni.
Morte, ahi morte crudel, quanto ne inganni!
Quanto, ahi quanto, Destin, sei crudo e infido!
Da parti più remote
Promette a noi naviglio
Portar merci più ignote;
Ma col tuo fiero artiglio
L'arresti e affondi nel partir dal lido.
Quanto, ahi quanto, Destin, sei crudo e infido!
Ove andaste, ove andaste, o nobil' Alme?
Misero! i nostri campi
Or non avran più in sorte
Di vera gloria i lampi,
Ché fiera iniqua Morte
In cipressi ha cangiato allori e palme.
Ove andaste, ove andaste, o nobil'Alme?
Ove siete, ove siete, Anime illustri?
Misero! ahi ben vegg'io
Che di virtude a scorno
Fier destin vi rapio,
Tal che a vostre urne intorno
Sparger ne resta sol rose e ligustri.
Ove siete, ove siete, Anime illustri?
Or sì che saggio, almo furore il petto,
Agesilo, t'accese; or sì che io vedo
Che hai spirto in seno a degne prove eletto.
Delle rampogne mie perdon ti chiedo.
Cessin dunque i contrasti: ecco al tuo canto
Con gloria tua, con mio diletto io cedo.
Pastor degno di stare a Febo accanto,
Ben veggio che un gran Nume in te ragiona,
Cui cedendo maggior fassi il mio vanto.
Pregoti: al giovanile ardir perdona,
Che i caldi desir' miei spesso a gran' cose
Sovra le forze loro invoglia e sprona.
Ma quasi i rai dal crin Febo depose:
Veggiam, pria ch'ei sen corra al mar già stanco,
Gli altri Giuochi, che Arcadia or qui dispose.
Veggiamgli pure: io mi ti assido al fianco.