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Ben anco in cor l'acerba
Memoria antica e cruda
La Donna d'Asia serba,
Quando con piede ardito
Carlo del Rab giva scorrendo il lito
E con la Spada insanguinata ignuda
A mortal guerra ardente
Sfidando l'Oriente.
E il pensier fiso e saldo
A lei tal anco il pinge
Feroce e d'ira caldo,
E sì talor l'inganna,
Che fra sdegno e timor tutta s'affanna,
E s'alza, e corre, e la dura asta stringe,
E veste elmo ed usbergo,
Ché aver sel crede a tergo.
Ed or per via silvestra
Il vede, or per montagna,
Or su una ripa alpestra
Lungo sonante fiume
Con quel sicuro d'atterrar costume,
Che dal suo braccio mai non si scompagna,
Tutto anelante e forte
Gir seminando morte.
Tai di furor faville
Spandea dal guardo acceso
Sullo Scamandro Achille;
Tai fece invitte prove
Colui, ch'altri chiamò Figlio di Giove,
Poscia ch'ebbe a domare il mondo preso,
Rompendo or quinci, or quindi
I forti Persi e gl'Indi.
Ma qual nuovo dolore
Aspro, qual nuovo scorno
Stringer dovralle il core
Al grido alto, immortale
De' be' vostri Imenei, coppia reale!
Ben sentirassi allor vicin quel giorno
Che di sue armi scinta
Vada fra lacci avvinta,
Mentre pe' campi suoi,
Fra stragi e fra ruine,
De' vostri figli Eroi
L'alto valor tremendo
Andrà su carro trionfal scorrendo,
Sparso fuori dell'Elmo al vento il crine.
O qual già volge in petto
Roma gioia e diletto!