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Verde Colle, erma Selva, ameni prati,
Limpido rio, muscoso antro segreto,
Amiche Fere, vaghi Augelli amati,
Ecco a voi torna alfin, povero e lieto,
Il vostro Elcino, che da voi partìssi,
Per grave povertà, mesto, inquieto.
Ah, se giammai di mie querele udìssi
Sonar quest'aer sacro, e se 'l mio duolo
In duri sassi e 'n triste piante io scrissi:
Or di quel duol mi doglio, e in voi consolo
L'antico affanno, e di mia guerra ho pace:
Ricco e felice, perché nudo e solo.
Solo, se non che Amor santo e verace
Sta meco, e mi dipinge in ogni fiore
Quel ben, ch'io vidi e sì m'alletta e piace.
Vidi; ah ch'io vidi! e fu gioia e dolore
Veder sul fieno, in gelid'Antro e vile,
Qual giglio infra le spine, il mio Signore;
Il mio Signor, che sì pietoso e umile,
Per noi salvar, curvò le sfere, e scese
In terra, e non sdegnò spoglia servile.
Chi mai più strana maraviglia intese?
Oh cara vista! per cui l'alma errante
Ricchezza e fasto a disprezzar n'apprese.
D'eccelse Torri e di grand'or si vante
Di Giudea la superba alta reina:
Che son, che vaglion tante pompe e tante,
Se all'inculta Betlemme Iddio destina
Sue grazie, Iddio fatt'Uom, per noi d'Inferno
Togliere all'empia servitù meschina?
Sull'aspra rupe, nel più crudo Inverno
Lieta fiorì l'Arbor di Iesse eletta,
E pace vi spiegò bell'Arco eterno.
Ivi il suolo ingemmò pura e perfetta
Rugiada, e 'l Sole a mezza notte apparse,
Quel Sol, che di Giustizia ardor saetta.
Ma chi pria l'adorò? chi vide ornarse
Di luce il vero, al folgorar de i raggi?
Chi poteo, qui tra i vivi, in Dio bearse?
Forse i Regi e gli Eroi più augusti e saggi?
Ah, che primiera a tanto onor pervenne
Povera turba di Pastor' selvaggi;
E intorno a lei, sulle stellanti penne
Schiera librossi di celesti Amori,
Quando l'alta novella a portar venne,
E dolci a Dio sacrò plausi canori,
Sì dolci, che al paraggio invan si chiama
Passer solingo o Rosignuol che plori.
Beata Povertate! Elcin ti brama,
Senz'aurea dote verginella sposa:
Che pur sei bella, ancor che scura e grama.
Nell'ermo orror di questa valle ombrosa
Teco le notti e teco i dì felici
Trarrò: che pur sei bella e dilettosa.
Qui d'aspre risse e di furor' nemici
Non giunge oltraggio: né fortuna e speme
Qui scherzan lusinghiere ingannatrici.
Qui solo Amor soggiorna; e 'l rio, che geme,
Parla d'amor, parla d'amore il vento,
D'amore il bosco, che sussurra e freme.
O mia Diletta, le tue voci io sento.
Vieni, e prometti fe', ch'io fe' ti giuro:
E in te 'l mio ben ripongo e 'l mio contento.
Quel rio, che geme cristallino e puro,
E 'l bosco e 'l prato a noi daranno ognora
Bevanda e cibo da venen securo.
Se poi nembo di grandine sonora
Tutto guasta e fracassa: allegro in volto
Vedrò ciò che gli avari ange e scolora.
Perché lagnarsi e paventar? sì folto
Immenso stuolo di volanti Augelli,
Chi 'l nudre, in varia e vaga piuma involto?
Certo il gran Dio, che i teneri arboscelli
Pur nudre e veste, e fa le rose e i gigli
Splender nel manto sì leggiadre e belli.
Noi siam di sua gran Mente i cari figli:
Né saremo alta cura e grato oggetto
De' suoi paterni provvidi consigli?
O sommo Padre, che Israel diletto
D'eterea manna ristorar volesti,
Io sol da te spirto e ristoro aspetto.
E tu, Figlio divin, che a noi scendesti,
Guardane tu; se d'umil povertade
Eccelso esempio a noi mortali appresti:
E d'oro fia, senz'or, la nostra etade.