47 (377)
Lieti prati, erti colli, almi ruscelli,
Limpidi fiumi, ombrosi fonti, e tersi,
Verdi boschi, alti monti, e vaghi Augelli,
A cui spesso, narrando i sì diversi
Effetti ch'un bel volto in me produce,
Ogni pensier della mia mente apersi;
Poiché il notturno orror mi riconduce
In queste spiagge, ove venir non oso
Quando l'aureo splendor del Sol riluce,
Non sdegnate, se a voi turbo il riposo,
E udite ciò che, sol perché men vissi
Da voi lontano, io v'ho tenuto ascoso.
Che da voi, rive amate, io mi partissi
Fé di Cintia il rigor, ma far non puote
Che non stian sempre i miei pensier' qui fissi.
Fuggendo lei, che per cagioni ignote
La mia vista infelice abborre e schiva,
In parti errando vo da voi remote.
Qual intanto da lei lungi io men viva,
Che co' leggiadri suoi dolci costumi
D'ogn'onesto piacer l'alma nutriva,
Il sanno i rivi, i fonti, i laghi, e i fiumi,
Che spesso crescon de' dogliosi umori
Che giorno e notte Amor mi trae da i lumi;
Il san degli antri i taciturni orrori,
Che ripetendo ognor miei tronchi accenti,
Par che mostrin pietà de' miei dolori;
Il sanno e i colli e i campi, e l'aure e i venti,
E l'erme valli e le deserte rupi,
Tutte ripiene omai de' miei lamenti;
Il san greggi ed armenti, entro i più cupi
Fondi de' boschi, ove il dolor mi mena,
Tante volte condotti incontro a i lupi.
E pur colei che sol render serena
Può la fosca mia vita, io fuggo e temo
Più la noia di lei che la mia pena.
Ma poiché omai son presso al giorno estremo,
Vo' almen che sappia che 'l suo sdegno altero
Né pure in parte il mio bel foco ha scemo;
Onde quando per l'umido sentiero
Dell'Ocean facendo il Sol ritorno,
Spargerà sovra i colli il dì primiero,
E, come suole, a questi prati intorno
Ella verrà, ch'io veder temo e bramo,
Per farsi il crin di vaghi fiori adorno,
Deh riditele pur, fior, fronda, o ramo,
(Così mai non v'offenda o caldo o gelo)
Deh riditele pur ch'ancora io l'amo.
Né l'amo men d'allor, che in prima il Cielo
Mostrommi in lei del bello eterno un raggio
Infra le nubi del corporeo velo;
Non men d'allor, che per un sol viaggio
Guidavamo gli agnelli a un pasco, a un rio,
E stanchi ambo accogliea l'ombra d'un faggio,
E collo stral, mosso da un sol desio,
De' verdi tronchi in sulle scorze amiche
Il suo nome io scriveva, ed ella il mio.
Deh non vi spiaccia almen, stelle nemiche,
Serbar sol questo, in qualche pianta impresso,
Piccol vestigio di sue fiamme antiche;
E poiché a me da voi non è concesso
Passar miei giorni a lei vicino, almeno
Viva il mio nome al suo bel nome appresso.
Ma pur lasso, chi sa ch'ella il sereno
Guardo un dì rivolgendo in quelle piante,
D'ardente sdegno non avvampi in seno?
E la memoria, ch'una volta amante
Pur fu d'Uranio, non le sparga il core
Di duolo, e di rossor l'almo sembiante?
Ah dunque a' tronchi vostri il grato umore
Nieghi il ciel, nieghi il rio, piante infelici,
Reliquie acerbe d'infelice amore.
Voi Giove irato colle fiamme ultrici
Spogli del verde crin; voi ferro o vento
Svelga dalle profonde ime radici,
E tutto quello in un con voi sia spento,
Che del mio amor con rimembranza acerba
Un giorno a lei può dar noia e tormento.
Tacciansi quante mai, steso sull'erba
Delle valli Tegee, rime cantai,
Onde allor la crudel sen gia superba.
S'asciughi il Rio, dove talor mirai,
Con lei sedendo in sulla verde sponda,
Moltiplicarsi de' begli occhi i rai.
D'alta rupe non più stilli quell'onda,
Con cui bagnarmi ella godeva, e poi
Ridendo s'ascondea tra fronda e fronda.
Cada il poggio, ove, assisi ambedue noi,
Ella unia al suon di mia sampogna umile
La celeste armonia de' canti suoi.
Sveni Lupo vorace entro l'ovile
Quell'Agnellin ch'a me tornò sovente
Cinto di fior' dalla sua man gentile.
Sia alfin col mio morir paga sua mente,
Ed all'ossa insepolte urna non s'erga:
Anzi entro l'acque più profonde e lente
Del fosco Lete il nome mio s'immerga.