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By Auteur inconnu

Forse a Voi, del Greco Alfeo

Cultor sacro, almo Crateo,

Questa voce nuova arriva,

Ché in Arcadia non mi udiste,

Né sentiste

Mai cantar del Tebro in riva.

Or sappiate che il mio nome

È Trisalgo, e che le chiome

Cinte ho anch'io de i sacri allori,

E che anch'io la Cetra ho al fianco,

Né mi stanco

Di sonarla infra Pastori.

Cento tronchi in questi boschi,

Coll'esempio de' gran' Toschi,

Sculti son dalla mia freccia,

Cui più d'un lesse talora

Ed ancora

Diede un bacio alla corteccia.

Talor sino il vil bifolco,

Mentre il curvo aratro al solco

Move, i buoi pigri pungendo,

Sul calor del mezzo giorno

Va d'intorno

I miei canti ripetendo.

Vi diran Mirtilo ed Aci

S'ho d'onor pensier' vivaci,

E a qual meta io volga i passi;

Vi diran se mai per bronchi,

Se per tronchi,

Spessi, acuti, e duri sassi,

All'in giù piegassi un guardo,

E se mai pensoso e tardo

Mossi il piè per l'alta via,

Dove Onore in cima siede,

E risiede

Crateo seco in compagnia.

Della Mandra vil custode

Sono, è ver, ma anch'io di lode

Tesso fregi a i sommi Eroi,

E più d'un che gloria brama

Cerca fama

Da miei versi a merti suoi.

Che direte allora, quando

Con Melpomene cantando,

Cinto il piè d'aureo coturno,

Mi vedrete pronto, esperto

Correr l'erto

Calle tragico notturno?

In Europa io più non sono:

Col poter ch'è del Ciel dono

Scorro d'Africa sul lido

E dipingo in sulle scene

L'aspre pene,

Ond'ancor famosa è Dido.

Oh! se udisse questi carmi

Il rio volgo, di cui parmi

Sì gran copia in questa etate,

A me un guardo volgerebbe,

E n'avrebbe,

Come d'Uom stolto, pietate.

Santo Apollo, ei non intende

Qual virtute in noi discende;

Ombra pargli il nostro lume;

Ei non sa qual sia il furore

D'un Cantore

Colmo e acceso del tuo Nume.

Ei non sa che siam Divini

E che spesso de i destini

Ci avvolgiam dentro i segreti,

E che ornarsi in mille modi

D'alte lodi

Privilegio è de i Poeti.

Ma i pensier' bassi e profani

Della plebe stian lontani.

Loro ardir mai non soffersi,

E di lor, che a terra stansi,

Gioco fansi

Per lo Ciel sparsi i miei versi.

Tempo è omai che al primo segno,

Cui ferire ebbi disegno,

Tempo è omai ch'io mi rivolga,

E che i dardi impazienti

Ed ardenti

Da i tesi archi alfin disciolga.

Vasto campo, che nel seno

D'alte piante è adorno e pieno,

Lungo Dirce stassi chiuso,

Dove sol Cantori eletti

E perfetti

Spaziare hanno per uso.

Colà un tempo a me concesso

Fu di gire a questi presso

E sedere alle grand'Ombre,

U' Virtù tale s'accoglie,

Che le voglie

N'ho ancor tutte piene e ingombre,

Virtù tale, per cui solo

Può levarsi in alto a volo

Nostro fral basso intelletto,

E che il fa sì ardito e forte,

Che con morte

Di pugnar prende diletto.

Ben è ver che dove il bosco

Per folti alberi è più fosco

Vi son nidi orrendi e cupi,

Da cui spesso s'ode il fischio

Con gran rischio

Di rei Serpi e ingordi Lupi.

Ma gentil spirto, cui preme

Vera Gloria, nulla teme

E vi sta pronto ed accorto.

Lor vicin più volte ho corso,

Né di morso

Orma impressa al fianco io porto.

Or avvolta in bianca gonna

Sulla via stassi gran Donna,

Che in man stringe ardente spada,

E me torvo guarda in faccia

E minaccia,

Né vuol più ch'innanzi io vada.

Io l'inchino, adoro, e prego,

Ma il suo Cor punto non piego.

Altri pur quindi passaro,

Voi Crateo la via m'aprite,

Voi le dite

Che ad Apollo anch'io son caro,

Voi, che i Tragici famosi

Pure apriste fonti ascosi

All'Italico Idioma,

Ond'Invidia più non ave

Del suo grave

Stile a Grecia l'Alma Roma.

Parlo oscuro, vel vedete,

Ma Voi ben scioglier saprete

Da i lor veli i sensi miei.

Tra noi Vati sì parliamo

E trattiamo

Il linguaggio degli Dei.