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By Auteur inconnu

Allor ch'acceso nella mente io vidi

Quel gran desio, ch'a raccontare in parte,

Principe invitto, i pregi tuoi m'invoglia:

“Come”, gridai, “come innalzar ti fidi

Mie basse Rime in così eccelsa parte,

O cieca, o folle, o temeraria voglia?

Come fia mai che scioglia

Il pigro, infermo, e vacillante ingegno

Volo sublime, all'alta meta eguale?

Se vuoi ch'io spieghi l'ale

Sovra me stesso al glorioso segno,

E pari 'l canto alla materia io formi,

Dammi sensi e parole a te conformi.”

“S'io dar potessi”, il fervido desio

Rispose, “qual vorrei, leggiadro stile,

Degno del gran soggetto, a' carmi tuoi,

Tu non avresti del Castalio rio

Tra i Cigni più famosi altro simile,

Com'ei non l'ha tra i più famosi Eroi.

Ma s'appieno da noi

Lodar non puossi con mortale inchiostro,

Non è tuo questo, no, né mio difetto,

Ch'appena a tant'oggetto

Giunge il pensier, non ch'altrui canto, o nostro,

Onde se d'ogni laude egli è maggiore,

Ascriva a sé medesmo il nostro errore.”

Fornito non avea l'accento estremo,

Quando levommi ancor dubbioso e tardo

Con lievi vanni infra le nubi a volo.

Poscia soggiunse: “Perché forte io temo

Che non possa soffrir tuo debil guardo

Di quel Sol di virtude un raggio solo,

Pria ch'al Bavaro suolo,

Alla sede immortal drizzar le piume

Vo' della Gloria, ove de' suoi Maggiori

Mirando i bei fulgori,

Di splendore in splendor, di lume in lume

A fissar le pupille a' rai più chiari

Della sua luce appoco appoco impari.”

Sì ratto a segno non volò mai telo

Come, ciò detto, il mio bramoso duce

Della Gloria pervenne al bel soggiorno.

Più lieto il suolo, più ridente il Cielo

Allora io vidi, e con più pura luce

Ardere il Sole, e sfavillarne il giorno.

Ergeano intorno intorno,

Opra d'inestimabile lavoro,

La fronte al Ciel cento palagi, e cento,

Che fean con suol d'argento,

Con mura d'adamante e tetti d'oro,

E con colonne di rubini ardenti

Lucidi alberghi a luminose genti.

Quando alcun fort'Eroe mira la Fama

Cader per man d'acerba morte estinto,

Tosto sen va della nemica a fronte.

Tolta la nobil salma all'empia brama

Del dente ingordo , a divorarla accinto,

Seco la porta all'Eliconio monte,

Ove nel sacro fonte

Tre volte immersa dall'Ascree sorelle,

Racquista e senso, e moto, e spirto, e vita.

Di raggi poi vestita,

Talché men chiare escon del mar le stelle,

In queste ricche e fortunate rive

Lieta sen passa, ed immortal qui vive.

Qui stuolo innumerabile, infinito

D'illustri Germi del tuo ceppo augusto

Con immenso splendor ferimmi i lumi.

Vedi Tuiscone a lunga serie unito

Di figli, a cui nel secolo vetusto

Diede senno e valor loco tra i Numi;

Onde leggi e costumi,

E riti e nomi, e Duci ebbero, e Regi,

Cimbri, Marsi, Suevi, e Lituani,

Goti, Norici, Dani,

Franchi, Unni, e quanti mai popoli egregj

Fiorir' tra 'l bianco Reno e i flutti Eusini,

Tra 'l gelato Oceano e i gioghi Alpini.

Poi lampeggiar di bianca nube avvolto

Vidi Alemanno, l'Ercole Germano,

Che tra gli antichi Boi regnò primiero;

E seco vidi un ordin denso accolto

Di nipoti, che fur di mano in mano

Successori al valor, non che all'Impero.

Indi 'l volto guerriero

Fiammeggiò d'Utilon, con quel drappello

Ch'ebbe d'Anversa e di Brabanzia il freno,

Tra cui vie più sereno

Il Ciel fea d'ogn'intorno il gran Martello,

Ch'alla sua stirpe coll'invitta spada

Di dominii più vasti aprio la strada.

Ma tra lor no 'l vedendo, “Or dov'è il Santo

Pastor Metense”, alla mia guida io dissi,

“A cui su 'l Vaticano ardon gl'incensi?”

“Altrov'ei splende infra sì chiaro ammanto”,

Rispose, “che non fia ch'in lui s'affissi

Alma rinchiusa tra gli umani sensi.

Ma né tutto conviensi

Ricercare il suo sangue, onde son piene

Quest'ampie valli, ché più agevol fora

Dell'arsa spiaggia Mora

Ad una ad una annoverar l'arene.”

Allor laddove pien di meraviglia

Vidi lume maggior, fissai le ciglia.

Tra 'l forte Padre e i valorosi Figli

Carlo splendea, di cui null'altro mai

Più degnamente ebbe di Grande il nome.

Com'era vago il mirar gli aurei Gigli

Folgoreggiar, quasi intrecciati a i rai,

Ond'egli cinte avea l'auguste chiome!

Com'era dolce, oh come

L'udir da' labbri della Gloria istessa

Quai rubelli ei domò, quante disperse

Barbare schiere avverse,

Ch'Italia avean miseramente oppressa,

Onde dal Tebro ancor volta alla Senna

La Fe' per norma a ciascun Re l'accenna.

“Poich'in parte narrate ebbe l'onesta

Diva di lui le trionfali imprese,

Del suo seme”, mi disse, “il frutto or vedi.”

Indi additando or quella schiera, or questa:

“Questi son”, dolcemente a dir riprese,

“Del Franco Soglio i bellicosi Eredi.

Delle temute sedi

Della Borgogna, dell'Italia amena,

Della Germania i Successor' quei sono.

Quegli altri al Regio trono

Saliron d'Aquitania e di Lorena.

Cinse quei, ch'or son meta agli occhi nostri,

La virtù di sua man di mitre e d'ostri.

Di quell'immenso stuol d'Eroi sì folti,

C'han di varie corone ornato il crine,

Altri Colonia, altri Suevia tenne.

Molti l'Etruria dominaro, e molti

L'Olanda, altri Carintia, e le vicine

Spiagge oltre l'Alpe; altri la Stiria ottenne.

Lo scettro alcun sostenne

Della Pannonia; altri le leggi dienno

All'Austria. Chi tra' Dani, e tra' remoti

Freddi Norvegi e Goti,

Chi tra i robusti popoli di Brenno,

Chi tra i forti Turingi, ed i Sassoni

Fé risonar de' regii editti i tuoni.”

Rimanevano ancor mill'altre, e mille,

Che la bella Reina ad una ad una

A mostrar s'accingea, Genti famose,

Quand'ecco balenar lampi e faville

Tali da lato, che restò ciascuna

Vinta da' raggi loro, e a me s'ascose.

Là dunque l'amorose

Luci meco rivolte, ella soggiunse:

“Quel drappello primier per l'orme istesse,

Che lasciò Carlo impresse,

All'alta Sede Imperiale aggiunse.

Temon suoi nomi ancor Daci e Normanni,

Arabi, Longobardi, Unni, e Britanni.

L'altro, ch'eguali al primo i raggi spande,

De' Bavari regnanti aduna insieme

Il più bel fior d'ogni virtude amico.

Ecco il guerrier Ottone, Ottone il Grande,

Ch'anzi a sé stesso, indi al suo nobil seme

Degli Avi racquistò lo Scettro antico.

Ecco il famoso Errico,

Che più volte fugò gli aspri Boemi.

Questi è Guglielmo, dal cui braccio invitto

Cadde il Frisio sconfitto;

Quei Lodovico, ch'a' litigi estremi

Per fine impor, la spada in guerra strinse

Contra l'irato Federigo, e 'l vinse.

Or fissa pur più dell'usato acuto

Lo sguardo, e vedi come lieto applaude

Tutto il mio regno al generoso Alberto,

Che sprezzò con magnanimo rifiuto

Della Boemia il gran diadema, in fraude

Del Regio Infante alle sue tempie offerto.

Vedi qual chiaro serto

Dell'altro Lodovico al crin s'attorse,

Perché di Palestina i sacri calli,

Indi l'Egizie valli

Coll'armi vincitrici intorno scorse,

Finch'a fronte del Nil su 'l muro espone

Di Damiata il Bavaro Leone.

Omai ti volgi al lucido sembiante

Di Massimilian, che nuovo Alcide

Dell'Idra Boreal franse l'orgoglio.

Ei sol tra tante aspre procelle, e tante,

Del Germanico Ciel sempre si vide,

Qual tra nembi e tempeste immoto scoglio.

Ben del Cesareo Soglio,

Ove già ricusò di porre il piede,

Degn'era di calcar l'eccelse cime,

Ma suo vanto sublime

Fia l'esser Avo a chi tra voi fa fede

Del valore di lui, mentre ne scopre

Viva immagin col nome, e più coll'opre.”

Nel Duce mio tal fiamma all'improvviso

Suon del tuo nome, inclito Eroe, s'accrebbe,

Che nuovo volo impaziente ei sciolse,

Ratto così che d'inchinarsi il viso

Quasi spazio opportuno a lei non ebbe,

Che sì cortese in sua magion n'accolse.

Ma pur dond'ei mi tolse

Tòrre intanto le luci io non sapea,

Là volgendo da lungi ancor gli sguardi,

Finch'egli: “Ove più guardi?

Quella Reggia immortal, che sì splendea,

Quanto ti parrà fosca, or or che paghi

Faranno gli occhi tuoi lampi più vaghi!”

Rivolto a lui: “Questo impossibil parmi”,

Io dir volea, quand'ei soggiunse: “Or mira”,

Ed accennommi tua real sembianza,

“Mira beltà, cui l'arte in tele o in marmi

Mai non formò simile, e invano aspira,

S'ha d'agguagliarla mai folle speranza.

E s'alfin pur s'avanza

Tanto ch'omai dal troppo lume oltraggio

Non senta ei più, mira coll'occhio interno

Dell'Alma il bello eterno,

Il bel, di cui quello del volto è un raggio,

Il bel, ch'è stato e fia fecondo padre

Di mille gloriose opere leggiadre.”

O Progenie d'Augusti, o nobil Germe

Del più bel Tronco che co' rami alteri

Giammai sorgesse a dominar la Terra;

O spavento dell'Asia, o dell'inferme

Glorie d'Europa, e de' cadenti Imperi

Sostegno, o saggio in pace e forte in guerra,

Già veggo che non erra

L'animoso desio, ch'in te promise

Splendor sì grande all'invaghita vista.

Già veggo unita e mista

Tutta la luce in te, che pria divise

Il Cielo col girar di tanti lustri

Tra 'l numeroso stuol degli Avi illustri.

Qual candido cristal, che da diversi

Lumi percosso un lume sol ne forma,

Che più d'ogn'altro alteramente splende,

Tal ricevi dagli Avi, e in un riversi

Mille rai di virtudi, onde s'informa

L'alta tua mente, e sovra lor s'accende.

In te quindi risplende

Da maniera gentil mai non disgiunta

Amabil maestà, benché temuta.

Quindi aver non rifiuta

Ragion di stato la pietà congiunta.

Quindi l'Impero colla forza ha tregua,

E l'estremo coraggio il senno adegua.

Ed oh che rai spargesti ancor fanciullo

Dalla grand'Alma, che poc'anzi s'era

Delle tue membra pargolette involta,

Allor che non avea maggior trastullo,

Che de' tamburi l'armonia guerriera,

La prima etade ad alte idee già volta!

Ascolta, o Grecia, ascolta:

Quanto il tuo Achille, onde sì vai superba,

Ebbe l'orecchie giovenili ingorde

D'armoniose corde,

Tanto il Germano Eroe, nella più acerba

Stagion degli anni, trasse sol da' rochi

Suoni di Marte i suoi diletti, e i giochi.

Che rai spargesti poi che, appena scorso

Il primo lustro, sostener gli scudi,

E la lancia trattar godevi, e il brando!

Di feroce destrier premere il dorso,

E tutte esercitar l'arti e gli studj

Di guerra, posta ogn'altra voglia in bando!

“E come, e donde, e quando”,

Gridò Natura attonita e confusa,

“Tal forza ebbe la man, senno la mente?

Chi v'ha così repente

Tanto vigor, tanta fortezza infusa?

Qual al tenero sen virtù soccorre

Veloce sì che 'l poter mio precorre?”

Sì disse allor, ma tacque poi Natura,

Tra più meravigliosi e chiari lampi

D'insolito valor tutta smarrita,

Quand'in etade non ancor matura

Ti vide a fronte in su gli Austriaci campi

Dell'Asia intera all'ampia Libia unita;

E quell'Oste infinita,

Onde Vienna, assediata e cinta,

Cadea da' fondamenti arsa e distrutta,

Vide in brev'ora tutta

Dal soccorso fedel dispersa e vinta,

E te dell'opra insieme e della gloria

Gran parte aver nell'immortal vittoria.

Quando mirò nel tuo primiero arrivo,

Abbandonati di Strigonia i muri,

Fuggir tremanti i barbari Custodi,

E la tua man pietosa al piè cattivo

Della bella Città scioglier de' duri

Ceppi servili i rugginosi nodi.

Quand'udì di tue lodi

Intorno risonar l'occaso e l'orto,

E 'l Mauritano e l'Iperboreo lido,

E del tuo nome al grido

Tremar con volto sbigottito e smorto

L'Asia superba, benché d'armi onusta,

E per tema gelar l'Africa adusta.

Quando ti vide dalle mani immonde

Di Bellona rapir l'orrenda face,

Ond'infiammati ardean la Senna e il Tago,

E per te lungi dalle loro sponde

Sparsi i nembi guerrier', di lieta pace

Splender alfin la desiata immago.

Quando il tuo ferro, vago

Ancor di gloria inusitata e nuova,

Vide di Buda incontro al sen rotarsi,

E a gli assalti animarsi

Gli altri da te, mentr'ogni estrema prova

Di Duce insieme e di Soldato adempi

Or co' premj, or co' detti, or con gli essempi.

Né il numero maggior di schiere infeste,

Né difetto di cibo, o morbi, o stragi,

Né inganni, o valorosa ostil difesa,

Né di fredda stagion gelo e tempeste,

Né quanti ha lungo assedio aspri disagi

Te rimuover potean dall'alta impresa;

Ma invan mortal contesa,

Ove con legge ignota ha in Ciel provisto

Altramente il destin, sue forze adopra.

Non era ancor là sopra

Dell'altera Città scritto l'acquisto,

Che perché sia di maggior gloria ornato,

A te riserba in altro tempo il Fato.

Né men della Natura Amor sospeso

Rimase allor, che della bella Sposa

Ti vide abbandonar l'amato fianco,

E riprender dell'armi il grave peso,

Di poggiar sovra l'erta e faticosa

Via dell'onor sazio non mai, né stanco.

Come non venne manco

Quel tuo gran cor, della Real Consorte

A i lamenti, a i sospiri, a i prieghi, a i pianti?

Ti parean poco i vanti

D'esser contra il nemico invitto e forte,

Se debellar non era a te concesso

Gli affetti, e con gli affetti ancor te stesso.

Da i dolci nodi delle caste braccia

Disciolto ecco ten riedi armato, e teco

Vien la vittoria nel Cesareo campo,

Ch'ove il Turco a Strigonia ancor minaccia

Nuovo ceppo servil, fugge da cieco

Terror percosso, di tua spada al lampo.

Dove cercate scampo,

Dove fuggite più, turbe infelici,

D'un infinito stuol miseri avanzi?

Quelle Città, che dianzi

V'offrir nella Pannonia asili amici,

Cadon già dome, e di cader sicuro

Omai vacilla anco di Buda il muro.

Appena scorso il verno, onde sospesi

Furon gli acquisti tuoi, spuntar vedesti

I primi fior' della stagion novella,

Ch'immantinente de' guerrieri arnesi

L'infaticabil sen pronto rivesti,

E troni incontro alla Città rubella.

Conobbe allor ben ella

Che del tuo braccio all'invincibil forza

Era l'opporsi omai vano consiglio,

Onde al vicin periglio

Ceder volea, ma il Cielo in lei rinforza

La speme, perché a te la palma vegna,

Quanto contesa più, tanto più degna.

Il Ciel quel lato a te prescriver volle

Laddove i fossi son più larghi e cupi,

E sorge il muro più munito ed alto;

Ove la forte rocca il capo estolle,

Ed erti calli e inaccessibil' rupi

Rendean più periglioso ognor l'assalto.

Dal Ciel di duro smalto

Furon de' defensori i petti armati,

E d'audace vigor gli animi infusi.

Il Cielo, il Ciel, de' chiusi

Guerrier' sì folti stuoli inaspettati,

Perché fosser de' tuoi l'opre impedite,

Trasse più volte a temerarie uscite.

Da qual poter, se non de' cenni sui,

De i sotterranei ardor' gl'impeti privi

Furon di forza, o contra te respinti?

Da chi raccolti fur, se non da lui,

Tanti popoli erranti e fuggitivi,

E a liberar l'egra Città sospinti?

Chi, dentro i muri cinti

D'arme e ripari, disperate schiere

Fé penetrar tra dure stragi e morti?

Chi recinti più forti

Alzò improvvisi, ove le torri altere,

Dome talor dalle tue invitte posse,

Cedean all'incessanti aspre percosse?

Gelosa Europa allor di tua salute,

Quai voti non offerse a Dio, quai prieghi,

Perché lasciassi quei cimenti orrendi!

“Signor”, dicea, “ tu, che sì gran virtute,

Cui non udìssi eguale, unisci e leghi

In quel cor giovenil, tu lo difendi.

Se la tua man non stendi

Per sottrarlo al periglio, ove s'è posto,

Per punir chi ti sprezza empio e superbo,

A fato troppo acerbo

(Ah sian vani gli augurj) il veggo esposto.

Tra precipizj aperti ecco passeggia

Sicuro, e 'l suo valor fa ch'ei no 'l veggia.

Che s'egli è tuo decreto, e i fati l'hanno

Scritto lassù negli adamanti eterni,

E col mio pianto cancellar no 'l lice,

Che mai sempre da vil giogo Ottomanno

Oppressa sia tra mille oltraggi e scherni

Della mia Buda la real cervice;

E che la spada ultrice

Per lei trar dalle man' di gente infida

Mai sempre invan da' Duci miei si volga,

L'assedio omai si sciolga:

Trionfi pur l'Asia nemica, e rida

De' miei passati, e de' presenti scorni,

Pur che il Bavaro Eroe salvo ritorni.

Al suo onore, al mio Impero, e alla tua fede

Da lui spero, Signor, se in vita il servi,

Spero gloria maggior, trofei più degni.

Non so come la mente in lui prevede

Popoli uccisi, incatenati e servi,

Dome provincie ed abbattuti Regni.

Scorgo in lui, scorgo i segni

D'un non so che di grande. A' pensier' vasti

Sembra termine omai troppo vicino

Lo spaventato Eusino,

E appena l'Asia aver spazio che basti.

Deh non sia da crudel falce improvvisa

Tanta speranza in su 'l fiorir recisa.”

Sì prega Europa, e i desiati acquisti,

Perché la fanno del tuo scampo incerta,

Più non anela, anzi gli abborre e sprezza;

Né gli occulti artifici ancor previsti

Avea del Cielo, che per via tant'erta

Render degni li vuol di tua fortezza.

Somma virtù non prezza

Opra ch'all'altrui forza anch'è conforme,

E sdegna andar colà, dov'altri aspiri.

Quindi tosto che 'l miri

Disperato dagli altri, imprimi l'orme

Per strada ancor dall'altrui piè non tocca,

E ascendi alfin l'impenetrabil Rocca.

Di spavento, d'orror, di meraviglia

Un non so che confuso in gelo stringe

Il sangue alla nemica oste vicina,

E tante schiere con sospese ciglia

Irresolute a rimirar costringe

Di sì forte Città l'alta ruina:

L'orgogliosa Reina

Della Pannonia indomita e feroce,

Ch'alla Germania ogn'or s'oppose invitta,

Veggon languir trafitta

Dalla tua mano; odon l'estrema voce,

Ch'aita invoca in suon tremante e basso,

E alcun non muove in sì grand'uopo il passo.

Signor, se ben con debil face al Sole

Su 'l mezzo giorno accrescer luce estima

Chi impresa tal pensa illustrar co i versi,

Pur io vorrei sovra l'eterea mole

Alzar, gridando, ogni più dotta rima,

Onde le labbra in Elicona aspersi;

Ma qual tra fior' diversi

D'Ibleo giardino ape dubbiosa e vaga

Dal giglio appena poche stille invola,

Ch'indi ratta sen vola

Dove scorge la rosa arder più vaga,

Tal tra i fior' de' tuoi pregi il canto io sciolgo

Appena in lode d'un, ch'agli altri il volgo.

Ma tanti, e sì diversi omai ne veggio

Vagamente spuntar per ogni sponda,

Che più non so qual taccia o quai ridica.

Forse cantar sull'aurea cetra io deggio

Ch'oltre le spiagge, ove la Drava inonda,

Corresti ad incontrar l'oste nemica?

Né insolita fatica

Di lunga via per aspri monti e sassi,

Per fiumi, e piani paludosi e incerti,

Per boschi ermi e deserti

Punto rattenne i generosi passi,

Finché vedesti pure all'aura sparse

Del campo Oriental l'insegne alzarse.

Canterò forse qual novella tema

Del Tracio Capitano ingombrò l'alma,

Tua man col brando fulminar vedendo?

Dirò ch'ei pose ogni speranza estrema

Sol tra' ripari, di più nobil palma

Su 'l campo aperto il paragon fuggendo?

Ché tu, di sdegno ardendo,

Scorrevi intorno alle trincere ostili,

Come Leon, che la nemica belva

Cercò di selva in selva,

Poi fuggir vide in sen d'antri Massili:

Tutti ei circonda i passi angusti, e rugge,

E d'ira insieme e di dolor si strugge.

O con gli accenti appresi in riva all'Arno

Farò sonar per le Castalie spiagge

Quelle, che festi, inusitate prove,

Quando, tutt'altre vie tentate indarno,

Con finte ritirate accorte e sagge

Tirasti alfin l'oste rinchiusa altrove?

Qual fu il mirar te, dove

Vuol periglio maggior maggior lo schermo,

L'estrem ordin guidar per ciechi aguati!

E ad ora ad or gl'irati

Lumi volgendo, argin ben saldo e fermo

Far col tuo petto, di fortezza albergo,

Al barbaro furor, ch'inonda a tergo!

O forse narrerò come, ridutti

Gl'insuperbiti Traci ove a battaglia

Inevitabil costringeali il loco,

Tu generosamente innanzi a tutti

Ti scagliasti tra lor, come si scaglia

Tra gli aerei vapor' fulmineo fuoco.

Né mai (benché non poco

Sangue versando dalla man piagata)

Fermasti il corso al rapido cavallo,

Finché 'l nemico vallo

Non penetrasti, e la gran tenda, ornata

Di gemme e d'or, tutte ferite o estinte

L'avverse squadre, o a fuga vil sospinte.

Da i freddi orror' delle gelate tombe

Sorgete pure, o degli invitti Parti,

Sorgete, Ombre famose, Ombre onorate;

Voi, voi, ch'al suon di bellicose trombe

Vincer fuggendo con insolit'arti

Tante volte ammirò la prisca etate,

E al Babilonio Eufrate

Stendere il vostro Impero, all'Indo Idaspe,

Oltra l'Armeno Arasse, e il Tigre Assiro,

Dite se mai mentiro

Per le Persiche arene, o per le Caspe,

Spronati solo da pensier' sagaci,

Fuga più gloriosa i vostri Arsaci.

Ma tu che intanto in grembo agli antri foschi

D'antiche selve, o per la Drava a nuoto,

Turba smarrita, per timor sol fuggi,

Esci fuori dell'onde e fuor de' boschi,

E all'estremo d'Europa, al più remoto

Lido d'Asia e di Libia omai rifuggi.

Te stessa opprimi e struggi,

Fatta insana dal duolo acerbo e greve,

E 'l tutto di terror confondi e mesci.

Nuovo cordoglio accresci

Al tuo Tiranno, ed a lui di' che in breve

O per fuggir d'Europa il corso affretti,

O il gran Guerriero entro Bizanzio aspetti.