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By Antonio Tebaldeo

Da febre oppresso e di speranza fuore,

giacea il mio corpo stanco, infermo e frale,

e già avea posta in su la corda il strale

Morte, ch'è fin di pena e di dolore,

quando il sagace, astuto e falso Amore

s'acorse e verso me drizò sue ale:

non per salute, ma per più mio male,

da me scaciando Morte e il suo furore.

Cussì per lui son riservato in vita

aciò che de martyre io non sia privo

e che la pena mia resti infinita.

Hor pensa tu, che leggi quel ch'io scrivo,

se esser dê la mia mente isbigotita:

non mi vòl morto Amor, non mi vòl vivo.