49
L'alto signor, che d'immortal saetta
m'aperse il fianco, ond'è sì dolce il male,
poiché non puote di voi far vendetta,
che debil fate ogni suo colpo e frale;
com'uom, che d'altro modo non aspetta
farvi, senza ferir, sentir suo strale,
vuol ch'in parole sua virtù vi mostri,
per far ch'ardino in parte i pensier vostri.
Ond'io, che son di lui servo devoto,
per sua bocca dirò quant'ei mi spira
e spero in tutto, col dir mio, rimoto
far dal vostro pensier disdegno e ira.
Ma pria ch'a ciò pervenga, i' vo far noto
il giusto duol, ch'a ragionar mi tira
del lungo strazio, e dimostrarvi a punto
vostr' orgoglio e mia fede a che m'han giunto.
Voi sapete già ben, ch'essend'io privo
di servitute e de' pensieri scarco,
che mi fan or di me medesmo schivo
e sembrar leve ogni gravoso incarco,
e potendo ritrar gli occhi dal vivo
lume e vietar a le parole il varco,
ch'a spregiar libertà non stetti in forsi,
né l'orecchie chius' io, né gli occhi torsi.
Anzi, invaghito in quel medesmo istante
ch'io vidi sfavillar gli ardenti rai
e che giunse la voce al cor tremante
d'ogni voce mortal lontana assai,
credendo esser in ciò felice amante,
vincer da' sensi la ragion lasciai;
e seguendo un piacer breve e dubbioso,
scelsi gli affanni e dispregiai 'l riposo.
Dunque vostra beltà causò 'l mio danno,
quand'ebbe forza da me stesso tormi
e trasformarmi con sì dolce inganno
in voi, contra di cui non volsi oppormi.
E la falsa credenza del mio affanno,
e di legarmi e di mai più non sciôrmi,
stat' è cagion, ond'io son fatto servo:
né voi cangiate mai 'l voler protervo.
Ma quant'io più m'ingegno d'esser vostro
e di far tutto quel che v'è in desio,
e quanto assai più v'amo, ch'io non mostro,
per celar a le genti l'ardor mio,
quanto ancor farvi chiara al secol nostro
e agli altri in vive carte più desio,
voi tanto manco il servir mio sprezzate
e le fatiche mie vi son men grate.
Oneste donne ebber gli antichi lustri,
e al tempo nostro ve ne sono oneste,
né men famose e per bellezza illustri
di quante par che la memoria reste,
che serbano e serbar i multi lustri
eterni onori, in quelle parti e 'n queste.
Ma se l'amar tanto lor noia e spiacque,
sempre lor piace esser amate e piacque.
Non fu grave, spiacevole o molesto
del saggio greco a la fedel consorte
da mille Proci esser amata, e or questo
or schernir quello con maniere accorte;
né a Deidamia né ad Artemisia infesto,
né fu a Lucrezia, né a tant'altre morte,
non ch' a le vive, in sì diverse tempre
esser amate, e reverite sempre.
A voi, fuor de l'uman uso d'ogni una
in ciò più dispiacevole e più ria,
noioso è quel che suol bramar ciascuna,
perché più chiara sua costanzia sia.
E vi dovria bastar d'esser sol una
in beltade, in valor e 'n leggiadria,
fra quante son donne famose o furo
e sola non aver l'animo duro.
Creder dovreste ancor che come i rami
non han vaghezza in lor se non han fronde,
così non par che con ragion si chiami
bella veruna, a cui non corrisponde
a la bellezza onesto Amor, che i stami
tien de la vita. Anzi beltà s'asconde,
dove non vede ch'amor viva e regne
e cerca altrove di ripor sue insegne.
Voi sete bella e immitabil tanto,
ch'altra non potria farne la natura,
bench'ella scelse d'ogni bella quanto
bastò a formar vostr'exemplar figura;
come già fe' il pittor, ch'ottenne il vanto
d'aver dipinta un'Elena, che dura
cosa fora a trovar chi l'imitasse,
sì de le belle tutt'il bel ne trasse.
E per mostrarvi così acerba in vista
a me che sol per voi viver mi piace,
e per dar da veder quanto resista
vostro rio sdegno a l'amorosa pace,
volete il ben che mai non si racquista
perder, se 'l tempo lo consuma e sface.
Non mi pareste così 'l giorno, ch'io
vostro divenni e lasciai d'esser mio.
In atto io vi mirai leggiadro e onesto
e in sembiante alteramente umile,
con parlar grave e un volger d'occhi presto
ad infiammar ogni anima gentile;
e a discacciar ogni pensier molesto
dal cor portando entr' un eterno aprile:
poi vi rividi altr' abito e tale,
che del mio danno e d'altro non vi cale.
Non saprei dir, non che narrar, il torto
ch' avete a far di me sì lungo strazio;
ma so ch'al legno mio di prender porto
mai l'onde ingrate non daranno spazio.
Duolmi però che mi son tardi accorto
che vostro sdegno dovrebb'esser sazio
e che di tanta e così lunga fede
sempre più dispregiarla è la mercede.
Or veggo e dirol chiaro ch'io non mieto
altro ch'assenzo de' miei colti campi,
e che tanto son men de gli altri lieto,
quanto più par che d'ogni tempo avampi.
Lasso! che né poss'io ritrarmi in drieto,
né so la via che dal martir mi scampi.
E questo, onde m'acqueti, sol m'avanza:
che nulla teme chi non ha speranza.
Nulla tem'io, perché del ben dispero
et a soffrire il male ho l'alma avezza.
Ver' è che poi che 'l vostr' orgoglio fero
tanto mia servitute odia e disprezza,
per minor danno morte chiamo e spero
ch' ella il mi' amaro conda di dolcezza.
Ma non so di morir qual via m'ellegga,
che voi contenta, io me sgravato vegga.
Mi vien voglia talor di far sì come
fecero i Saguntini o gli Abidei:
che gli uni, udendo lo temuto nome
d'Aniballe e temendo i fatti rei,
gli altri del Macedonico, le Some
d'oro e d'argento e i famegliari Dei
e finalmente le reliquie estreme
e lor stessi si diero al foco insieme.
Poi nel pensier mi cadono i tormenti
ch'indegnamente a Socrate assegnaro
l'ultimo giorno, e a mill' altri spenti
di suchi acerbi e di veleno amaro.
Però, veggendo ch'al morir gli stenti
sarebbon gravi e l'induggiar discarco,
meco propongo di cercar maniera,
di sbramar tosto la mia voglia fera.
E pensato mi viene di volere
con ferro acuto o con carboni accesi
dar compimento al vostr'empio volere
e disgravarmi di sì duri pesi:
ma venendomi a mente tra più fere
morti, di tanti c'han se stessi offesi,
la morte di Pernice, mi vien voglia
lasciar com'egli la terrena spoglia.
Bramo alfin di morir fra tante guise,
d'ir tra la sabbia, che trasporta e mena
l'aere d'un luogo a un'altro, ove Cambise
del popol suo cento salvonne a pena,
e com'egli sua gente mal commise;
così poi darm'io 'n preda a quella rena,
perché potessi in sì tranquilla fossa
fuggir la carne travagliata e l'ossa.
Così son stato già più volte in forse
d'incrudelirmi per mi trar d'impaccio:
se non che suole il miglior spirto opporse,
che mi fa dir fra me: - Faccio o nol faccio? -
Il qual, veggendo che le Tigri e l'Orse
braman la vita ch'io tôrmi procaccio,
pria va cercando di dispor mie voglie,
indi la lingua a tai parole scioglie.
S'egli è pur ver ch'al fin attende ogni opra,
ponendo il danno che ne ven da parte,
se tuo voler di tante morti adopra
qual più repente pò d'impaccio trarte?
A che fin tende? o che avanzar là sopra
spera, se l'onor perde in questa parte?
O, posto che non sia perdita molta,
che frutto avrà questa tua voglia stolta?
Ciò che fa l'uomo, o che di far propone,
è per piacer a sé medesmo o altrui:
o veramente il suo pensier dispone,
o sodisfar, come fa a gli altri, a lui.
Gli è ver che son poi l'opre e triste e buone,
secondo è buono o rio l'un fin de dui.
Ma veghiam or s' el tuo pensier fallace
piacer t'apporta, o se t'annoia e spiace.
Che non sia tuo piacer, chiaro si vede,
poiché disperazion causa 'l desire.
Resta, dunque, a veder, se 'l danno cede
sopra di te, se ne verrà a gioire
quella, che del tuo cor in cima siede
e se pur le dorrà del tuo martire.
Però per far in ciò non falsa estima,
conoscer dei l'intenzion sua prima.
Od ella t'ama di buon core, od ella
t'odia a l'incontro e del tuo ben le spiace.
O veramente né a questa né a quella
parte si piega, ma si vive in pace.
Se per te al cor sente d'amor facella,
so che né mica del tuo mal le piace,
anzi 'l tuo ben più che 'l suo proprio brama:
e l'uom non de' giammai noiar chi l'ama.
S'odio la punge e del tuo mal si gode,
perch' altrimenti faria ingiuria al sesso,
a te stesso usaresti un grana frode
in contentar chi vuol tuo danno espresso.
Ma s'amor non l'infiamma il cor, né rode
ira, ché brami di vederti oppresso?
Ché vuoi seguir un desiderio vano,
che non suole albergar in petto umano?
Pon dunque freno al duol, che ti trasporta,
e spera in quel, ch'ogni or soccorre e suoi:
ché disconviensi a saggia anima accorta
bramar la morte anzi che venga a noi.
E non voler al ben chiuder la porta,
ch'acquistar non bastasti agli anni tuoi.
Siati cara la vita; e pensa bene
che sol per questa a la miglior si viene.
Richiama un poco la smarrita donna,
che fa dolce parer ogni aspra offesa,
'n cui 'l piacer d'ogni mortal s'indonna,
che sostien del desir l'anima accesa:
e vesti 'l cor de la sua ricca gonna,
se giugner brami a qualunque alta impresa;
quest'è colei che ne sostiene, e 'n questa
ogni pensiero ogni bell'alma inesta.
Ma perché meglio intenda la speranza,
questa vien detta per lo proprio nome,
le cui forze son tante e la possanza,
ch'ogni cor sgrava di noiose some.
Et oltre ch'ella porge al cor baldanza,
par ch'ogni affanno, ogni fatica dome.
E quinci avvien che tanti animi alteri
soglionsi porre a mille rischi feri.
Chi faria dopo molti affanni e molti
al miser uom sparger in terra il grano?
E chi sovente a' mercatanti stolti
ricercar mari e ogni terreno strano?
Chi faria a tanti investigar gli occolti
secreti, e a tanti far l'archimia in vano?
E chi farebbe al suo vicino guerra,
se non vi fusse questa donna in terra?
Costei de' grani le ricolte opime,
gli ampli guadagni e lo saper promette;
costei i tesori e le vittorie imprime
ne l'altrui menti d'ingordigia infette.
Se questa dunque ogni gravezza opprime
e l'alme in speme disperate mette,
se consolar vuoi l'alma che si lagna,
non discacciar così fedel compagna.
Questi consigli giudica migliori
quella, che tien di noi la miglior parte;
e sariano bastevoli a trar fuori
gli altri pensier, che 'l rio voler comparte.
Ma son sì del morire gli intensi ardori
vaghi, che la ragion qui non v'ha parte:
Non v'ha parte, né basta a porvi tregua,
ma forza è pur che 'l mal proposto segua.
Però vedendo quanto mal convenga
a un cor gentile, che virtute affetta,
quantunque di morir gran causa tenga,
far di se stesso con sua man vendetta,
convien ch'a mal mio grado io mi ritenga,
e ch'in ciò segua la sentenza retta:
in far al men, se di morir desio,
che non sia con infamia il morir mio.
Il che averrà, purch'io ritrovi vita,
assai peggio che morte a chi la prova,
che mi sostenga amaramente in vita,
tra nove morti, con maniera nova.
E sarà questo un non partir di vita,
per star mai sempre con la morte a prova,
fin ch'ello stanca o voi pietosa alquanto,
fin date al danno, o pur conforto al pianto.
Dunque mentr'io starò mal vivo in terra
e mentre che vorrà mia sorte fella
ch'io viva in così cruda eterna guerra,
provando sempre or questa pena or quella;
non fra coloro che 'l ciel nostro serra,
o dov'appar la tramontana stella,
ma n'andrò quinci co 'l dolor profondo
a trovar nova gente e novo mondo.
E non fra gente affabile né pia,
né che sotto statuti o legge viva,
ma dove ogni uom e ogni donna sia
d'umanità naturalmente schiva;
e questi men crudel, quella men ria
sembri, ch'è più di fede e d'amor priva:
in parte d'orïente sì remota,
che sia agli Arabi, ai Persi, agl'Indi ignota.
Né per pietà da me sempre lontana,
ma sol per alternar mie gravi pene
con la ferezza di gente inumana,
u' 'l mal si nutre e dove muore il bene,
pago vivrommi entr' un' orribil tana,
com'uom c'ha posto nel penar sua spene.
E farò al suon di mie morte parole
arder il ghiaccio e aghiacciar il sole.
E nel fregio de l'orrida spelunca,
dov'io starò a sfogar il mio cordoglio,
ch'in terren che d'umor mai non s'ingiunca
cavata fia, dentro d'un aspro scoglio,
pallida morte con la falce adunca
che sia dipinta orribilmente voglio,
e che sia scritto di mia vita un breve,
che leggendo ogni un torni di neve.
Dirà lo scritto ch'io gradir volendo
vostr'alto sdegno d'umiltà nemico,
sì come quel che certo esser mi rendo
più fido amante d'ogni novo o antico,
e perch'in tutto sodisfarvi intendo,
per farmi più di voi lontan, m'intrico
in questa buca, e per fuggir vostr'ira
in parti ignote ogni pensier mi tira.
Starà la grotta fuor d'ogni sentiero
com'io son fuor d'ogni speranza in tutto,
e non di marmi ma d'oscuro e nero
tufo, com'è 'l mio cor, l'adito instrutto,
il qual sarà sì inospite e sì fero
e de' raggi del sol sì privo tutto,
che, se volesse alcun venirvi, in vano
senza trovar cercaria 'l luogo strano.
Simile a questa una spelonca tetra
il Sonno tien ne le Cimerie grotte,
intagliata d'un monte in una pietra,
dov' a' raggi solar son le vie rotte,
e la nebbia che quindi non s'arretra,
del dì suol far caliginosa notte,
dagli uomini lontana e da l'armento,
dov' andarv' altri non sapria che 'l vento.
Quivi starò finché 'l vitale umore
sarà dal tempo o dal dolor consunto
e di sempre stillar degli occhi fuore
lacrime nove tôrrò novo assunto.
E mentre l'alma sarà unita al core,
maledirò dì e notte, l'ora e 'l punto
che mi pareste sì cortese e umana,
per farmi abitator d'oscura tana.
E perché 'l duro exilio più m'aggrave,
i passati piacer, ch'esser presenti
sogliono sempre a chi sta afflitto e grave,
accresceranno in me gli aspri tormenti.
Né mai da l'onde combattuta nave
fu in alto mar e da rabbiosi venti,
come fian da' pensieri acuti et irti
combattuti i miei lassi e frali spirti.
Fuggirà ancora sì da gli occhi il sonno,
che non potrà mortifero Letargo,
né quei che chiuse d'ingannevol sonno
(come si dice) cento lumi ad Argo,
né basterà Morfeo, ch'è dio del sonno,
perché si mostri lor cortese e largo,
serrargli in guisa che si possa dire
ch'io senta refrigerio del dormire.
Non m'uscirà giammai morte di bocca,
finché pietosa mie preghere ascolti,
però ch'a lei far questa grazia tocca,
ch'è fin de' mali manifesti e occolti.
E mentre ch'ella il fero stral non scocca,
che suol far pochi lieti e tristi molti,
un sol dolor harò, ch'amor sopporte,
ch'al fin di ben servir tal premio porte.
Così voi biasmo e io ne trarrò guai,
senza ch'util alcun indi rivenga.
E son ben certo che vi dorrà assai,
quando fia in van ch'a tal per voi pervenga,
benché s'io stesso il mal mi procacciai,
par che soffrir la pena or mi convenga;
e giusto fia, poich'io tôr volsi i colpi,
che 'l duol patisca e che me solo incolpi.
Però se quella alma virtù che suole
esser di sdegno e crudeltà nemica,
che far vi puote tra le donne un sole,
tal'or vi rende di pietade amica,
in guisa che l'ardenti mie parole
prendiate a grado e ogni mia fatica:
far mi potete a un volger d'occhi lieto,
lasciando 'l fascio de le noie a drieto.
Voi mi potete liberar d'affanni,
come m'avete in tante pene messo
e mi potete da suppremi danni
così levar, come m'avete oppresso.
Ché s'io finisco in questo speco gli anni,
oltre che torto mi farete espresso,
l'infamia vostra sarà tanta e tale,
che mi dorrà più assai che no 'l mio male.
Io sento già quasi stancar la penna,
e le rime e lo stile venir manco,
ma no 'l desir, che le mie ali impenna,
di dolersi di voi lassato unquanco;
ché senz' arbor fia prima Ida e Ardenna,
ch'io fia di raccontar mie pene stanco.
Ma quel signor, che la mia lingua move,
mi sforz'a rivoltar le rime altrove.
Qual speranza vi tien falsa ingannato
che senz'amor sia riposata un'ora
e vi dà da veder che sia biasmata
donna, ch' onestamente s'innamora?
Io non ne trovo alcuna ancor dannata
da le leggi di quel, ch'ogni uno adora:
né credo men l'oppinion de' saggi
ad altro ch'ad amar l'alme incoraggi.
Amor è desiderio di bellezza,
la qual è sempre amabil per se stessa.
Amor conde ogni amaro di dolcezza
e di giovar altrui già mai non cessa.
Amor ogni viltà scaccia e disprezza
e pensier degno a lui solo s'appressa.
Amor è seme d'ogni cosa buona,
è quel ch'a nullo amato amar perdona.
Questi con penne d'or veloce e snello
per li suoi regni in un momento vola
e, adattando gli strali in Mongibello
temprati, mille cor ferendo invola.
Commove spesso nel più gioven bello
l'ardenti fiamme, e spesso si consola
di richiamar ne' vecchi i spenti ardori
e d'allumar i più aghiacciati cuori.
Or non fu 'l biondo Apollo, vincitore
del gran Fitone, da costui legato
ora per Dafne, or per l'antico ardore
di Climene? E alla fine innamorato,
sotto forma rinchiusa di pastore
la sua luce, credendo esser beato,
per le piagge d'Anfriso assai contento
guardò d'Admeto il numeroso armento?
L'antico fabro Sicilian pur arse
per l'inventrice de la prima oliva.
Marte, superbo e fero, un tempo sparse
caldi sospir per la Ciprigna diva.
Orfeo, seguendo le vestigia sparse
d'Euridice, passò la mesta riva.
Del grand' amor di Cerere s'accese
quel che la forma di cavallo prese.
Giove medesmo, che governa e regge
co 'l ciglio i cieli e il mondan lavoro,
e che diede a le cose eterna legge,
constringendol costui cangioss'in toro,
e alcuna volta ne l'augel, ch'elegge
di fars' in su 'l morir dolce e canoro,
né scender si sdegnò da l'alta loggia
di Danae in grembo in preziosa pioggia.
Quel ch'ei far ne la propria forma intese
già per Semele, e quel che per Alena,
quando d'Anfitrïon l'imagin prese,
di che n'è già quasi ogni carta piena,
per non vi far co 'l mio dir lungo offese,
tacerò qui. Ma drizzarò la vena
agli essempi del mondo, se schivate
quelli del Cielo, onde voi nulla amate.
Mirisi prima al domator robusto
de' mostri, che giù poste le saette
e quella pelle di Leon, ch'el busto
gli copria orribilmente, al fin si mette
a dar legge ai capegli e a farsi onusto
di smeraldi ogni dito e pietre elette;
e con la man, ch'è de l'inferno fuora
el can ne trasse, trasse lana ancora.
Trasse le fila de la lana data
da Iole dietro al precedente fuso,
il qual da poi che con la clava armata
uccise il grande Anteo, prese quest'uso.
E amò più quella faccia delicata
de la sua bella donna, ond'io lo scuso
di quanta fama diergli i fatti suoi,
contando dagli Esperii a i liti Eoi.
Che fece Paris per costui, che Dido,
che Clitemnestra e che fe' il forte Achille
tutto 'l mondo il conosce e n'ode 'l grido.
Di Scilla, d'Arianna e d'altre mille
taccio, che per goder tra Pafo e Gnido,
han posto in bando lor cittadi e ville.
Ma che direte voi, che senton' anco
e le fere e gli augei suoi strali al fianco?
Per costui noi veggiam la tortorella
seguir il maschio e le colombe appresso
gir dei colombi, e de l'agnel l'agnella.
E da timidi i cervi fatti spesso
tra sé feroci, in questa parte e 'n quella,
s'hanno a combatter per le cerve messo:
e muggiando a la fin mostran segnale
del costui foco, onde fuggir non vale.
Per tutte l'acque dove rendon suono
l'onde spezzate percotendo i liti,
nel tempo loro i pesci maschi sono
da le bramose femine seguiti,
et essi lor concedonsi con buono
intento d'eternarsi essendo uniti.
E così, amando vicendevolmente,
ogni un vive in sua spetie eternamente.
Né gli animanti soli senz'Amore
venir non ponno a stato mai né a vita,
ma le piante né forma hanno di fuore,
né dentro qualità senza su' aita;
né a primavera di novel colore
saria la terra senza lui vestita.
Adunque e cielo e terra e mare e 'nferno
provan le forze del valor suo eterno.
Et acciò ch'in brevissime parole
io ben comprenda la costui essenza,
dico che quanto gira e scalda il sole,
soggiace a la natura e a sua potenza.
Et ella istessa sottoporsi vuole
a quest'Amor, di cui non sa star senza.
Or perché dunque voi sola volete
vincer costui, non che sprezzar sua rete?
Bastevi sol che la Natura e Dio
v'abbia produtto sì perfetta al mondo,
ch'ogni rara beltà vi paghi 'l fio
et ogni alto valor fia a voi secondo.
E non possa in voi tanto un sdegno rio,
che basti a por tante virtuti al fondo.
Che 'nsomma si commette grave errore
a dispregiar l'alta virtù d'Amore.
Questa ab eterno insiememente unita
nel dolce seno del principio nostro
creò 'l Cielo e la terra e diede vita
a le cose rinchiuse in questo chiostro,
e di tutte ritien cura infinita,
come mostran gli effetti e han pur mostro:
ch'ovunque avvien ch'ella si volga o giri,
par ch'ad ogni ora nove grazie spiri.
Anzi senza di lei non daria lume
il sol al giorno, od a la sua sorella,
né al mar rendrebbe il suo dritto ogni fiume,
né sarebbe lucente alcuna stella,
né voi fenice de l'aurate piume
sareste sola tra le belle bella.
E al fin quanto di nulla è stato fatto
fora in un ponto senza lei disfatto.
Questa de l'arti è pur dotta maestra,
né sol maestra anzi fautrice saggia:
perché non fu mai sì persona destra,
ch'imparata alcun'arte o trovata aggia,
s' el piacer del cercar non l'incapestra,
o 'l desio del trovar in lei non caggia.
Poi tanto in lor si specchia e sta lor sopra,
ch'a la sua perfezion conduce ad ogni opra.
Questa i corpi mantien sani e integri,
non intendo però degli elementi:
che, bench'essi pur sian fragili e egri,
foran più tosto senza liete spenti.
Questa par ne la prole che rintegri
quel, che non siamo a servar noi possenti.
E quest'al fin fa ch'a conoscer vegna
l'alma il fattor e a reverirlo insegna.
Seguite dunque una virtù sì antica
e così necessaria al viver nostro,
che dal gran Labirinto vi districa,
ond'erra senza filo il pensier vostro
e che farvi potrà senza fatica
salir beata nel superno chiostro,
perché del sol facciate e d'ogni stella
quel che fate ora al mondo d'ogni bella.
Non passate l'età fiorita e fresca
nel mar de l'ozio abominoso e tetro,
perché la gioventù non si ripesca,
se cade al fondo con le spalle a dietro.
Né la bellezza mai più si rinfresca,
se si secca una volta entr'un bel vetro.
Ch'io vi dico con fede, se nol fate,
ch'ingiuria al tempo e a voi 'nganno usate.
E quando poi le crespe chiome bionde
fian del colore che si copre e spezza,
e de le guancie morbide e gioconde
in voi scemato il pregio e la vaghezza,
e del sol de' begli occhi, che profonde
fa l'altrui piaghe, spenta ogni dolcezza,
un'altra ne lo specchio riguardando,
so ch'indarno direte sospirando:
- Quanto fu 'l mio pensier fallace e stolto,
che del ramo lasciai seccar le foglie
pria che n'avessi i cari frutti colto,
invan credendo che 'l troncon germoglie.
Deh! potess'io riaver quel ch'io m'ho tolto,
che tosto cangerei pensieri e voglie:
ma tardi giunsi a conoscenza vera,
ché i fior côrre si denno a primavera. -
Però cogliete (ora ch'è tempo) il frutto
dei teneri anni e de' vostr'alti pregi,
ché poi vien morte e cangia in fero lutto
titoli imperïali e nomi regi.
Né 'n quel punto val dir: - Io potei tutto,
né di bellezza ottenni i primi fregi -,
ch'ogni cosa vien meno e resta 'l folle
pentimento, che 'l mal non cura o tolle.
Et a ciò far né voi sola conforto,
che vi mostrate incontr' Amor superba,
ma tutte quelle, che di lor vago orto
lascian seccar, per non bagnar mai, l'erba.
La giovanezza è amica del diporto,
che tôr si deve ne l'etate acerba.
Ma se questa stagion col tempo vola,
del perduto piacer che vi consola?
Vinca 'l ver dunque e da voi 'l falso sgombre,
che la vostr'alma semplicetta inganna.
Pregate Amor che de' suoi rai v'ingombre
e che vi pasca di sua dolce manna.
E la voce del volgo non v'adombre
di peccato e disnor, che 'l saggio danna,
ché con ragion si può dir morta quella
che non l'arde 'l pensier d'Amor facella.
Qualunque cosa che suol far natura,
o necessaria vien fatta o migliore.
E per questo veggiam la notte oscura
e 'l di pien di chiarezza e di splendore,
a mezzo aprile in giovenil figura
vestito 'l mondo di novel colore,
e la state tornar languido e secco
e cangiato ogni fior in duro stecco.
Però non per mostrars' il dì sereno
è la notte a l'incontro fosca e bruna,
né perché renda april verde 'l terreno,
ch'agli occhi altrui tanta vaghezza aduna,
né perché secchi i fior la state sieno,
quando non han benigno e sole e luna,
da lor si pecca: anzi ciascun di loro
segue l'effetto, onde creati foro.
Così noi la Natura dir possiamo
che però ha posto al nostro nascimento
necessità d'Amor, perché seguiamo
questo dolce comun congiungimento.
Né per altro fu data Eva ad Adamo,
che per seguir sì bisognoso intento,
onde non pecca l'uom né voi peccate,
quando 'l perduto di riaver cercate.
Primieramente (s'è degno di fede)
gli uomini aveano, ond'erano sì alteri,
due facce, quattro man, doppio ogni piede
e l'altre membra di duo corpi interi.
I quai da Giove, a cui tôrre la fede
voller, sì come sconoscenti e feri,
per lo mezzo partiti furon poi,
fatti cotali, come semo or noi.
Ma per ciò ch'essi volentier tornare
harian voluto a l'interezza prima,
come quelli che 'n duo cotanti fare
meglio poteano nel grado di prima,
che da poi che si vider separare
l'uno da l'altro, dal piede a la cima,
secondo in piè alcun d'essi si levava,
così ogni uno al suo mezzo s'appigliava.
Il che poi tutti gli altri uomini han fatto
di tempo in tempo e 'l faran sempre ancora:
et è quel ch' oggi noi chiamiamo in fatto
Amor e amarci. Onde s'alcun talora
ama sua donna e 'n mezzo al cor ritratto
porta lo suo bel viso, ei cerca alora
la sua metà. E le donne ancor ciò fanno,
s'elle dei signor loro accese stanno.
Niuno è intero e ogni un cerca 'l suo mezzo,
che non è tutto quel che non può stare
senz' altretanto: Amor è poi quel mezzo
che ne suole a noi stessi rintegrare
e n'apporta un piacer che non ha mezzo,
che se molto potesse in noi durare,
la speranza troncando e il desire,
compitamente ne faria gioire.
Drizzate dunque a questo santo nume
tutti vostri pensieri e l'alma e 'l core,
che ci mostra il camino e ci dà piume
da volar sopra 'l Ciel, carchi d'onore.
E spogliatev' in tutto dal costume
che gran parte vi toglie del valore,
acciò che poi, di santi rai vestita,
v'adori il mondo, e siate in Ciel gradita.
Fate che v'arda il cor sì nobil foco
che come il nostro sol qui l'oro affina,
così questo consuma a poco a poco,
ciò che di vil con l'anima confina.
E avviva la parte, in cui mai loco
non ebbe la sua fiamma alma e divina,
perch'in lui trovarete util rimedio
contra i pensieri, che v'han posto assedio.
In lui vero riposo negli affanni,
felicissimo termine a i desiri,
rimedio salutifero nei danni,
certo e util conforto nei martiri,
securo porto ne lo mar d'inganni
e fin lieto a la guerra de' sospiri;
e trovarete al fin tanta virtute,
ch'a dirlo foran tutte lingue mute.
Come dunque la mia potrà lodarte
o santissimo Amor sì degnamente;
che non scemi parlando una gran parte
de le tue lode, fuor d'umana mente?
Con quai parole agguagliarans' in parte
l'opre divine e 'l tuo valor possente,
s' a conoscer il ver chiaro mi mostra,
ch'avanzi assai l'intelligenza nostra?
Tu bellissimo, buono, antico e saggio,
da l'unïon de la beltà più bella,
e bontate e sapienza, come raggio
dal sol derivi, e 'n quella stai e a quella
per quella torni a far tondo il viaggio.
Tu se' colui, che con ragion appella
il mondo padre de' piaceri onesti
e che pace a le cose e grazia presti.
Tu gli effetti distinti insieme aduni
e dai la perfezion a gli imperfetti,
lucidi e chiari fai gli oscuri e bruni
et amistà tra gli nemici metti.
A la terra i bei frutti, al mar raguni
i queti venti a far bonaccia eletti.
E perché d'ogni cosa al fin ti cale,
il lume porgi al largo Ciel vitale.
Tu se' insomma principio e tu sei fine,
di quanto ben pel mondo oggi si spande.
E perché star ti piace entr'al confine
di bei corpi e abitar indegne bande,
vanne or fra quelle altere e pellegrine
membra, com' in albergo ricco e grande,
di questa tua dolce nemica e mia:
ivi ti loca, ivi tua stanza sia.
Infunditi signor mio caro in ogni
parte di questa bella e fredda pietra.
E perché la tua aita i' non più agogni,
la sua durezza con preghiere spetra.
E fa ch'ella medesma si vergogni
di far segnal ch'al tuo pregar s'arretra.
Illumina co 'l tuo santo splendore
le tenebre, c'han posto assedio al core.
E come fida scorta in questo cieco
labirinto le mostra il ver camino.
Corregi tu la falsità che seco
regna per elezion, non per destino.
Purga coi chiari rai ch'adduci teco
l'error, che ti fa odiar sera e mattina,
acciò ch'ella abbandoni l'antico uso
et io non resti di speranza escluso.
E se l'aver al chiaro viso adorno
del primo bel l'alta sembianza impressa
et il vedersi tanti rai d'intorno
uscir, che poi le fanno amar se stessa,
le facesser usar, per farti scorno,
a tue preghiere resistenza espressa,
mostrale tu con nova altra maniera,
che sai punir l'ostinazion sua fera.
Fa che gli specchi, ond'ella si consiglia
a vagheggiar tanto se stessa in loro,
come la fan più bella che la figlia
di Leda e quante belle al mondo foro,
così l'empiano il cor di meraviglia,
scorgendo in essi l'alabastro e l'oro
e le perle, i rubini e i zaffiri,
che faran sempre ch'io per lei sospiri.
E da cotal poi meraviglia rara
in lei rinasca un desiderio strano,
di tener tanto la sua imagin cara,
ch'arda dì e notte di se stessa invano.
E quanto più seguir pensier le para
che per prova riesca ogni or più vano,
più di sé allumi e sé medesma brami
e senza frutto alcun risponda e chiami.
Fa ch'ella senta sì come in lei face
estrema povertà troppa ricchezza,
continua guerra la soverchia pace,
noiosa servitù molta bellezza;
e come tu senza quadrella o face
feri e allumi ch'il tuo regno sprezza.
Né consenti giamai ch'alcun si vante,
d'aver schernito le tue leggi sante.