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By Guido Gozzano

Ah! Difettivi sillogismi! L'io

che c'è sì caro muore ad ogni istante

senza rimpianto. Muore nel riposo

e nella veglia. Un calice di vino

un grano d'oppio uno sbigottimento

una ferita, basta a dileguarlo.

Ma ci acqueta il pensiero che al risveglio

ritroveremo intatto e vigilante

il buono fanciulletto interiore

che ci ripete d'esser sempre noi...

Ah! Fanciullesca è veramente questa

anima semplicetta che riduce

alla nostra stadera l'infinito;

nutre speranze, chiede privilegi

più spaventosi del più spaventoso

nulla, chè il nulla è non poter morire.

Come pensare senz'abbrividire

tutta l'eternità chiusa nell'io

in questo angusto carcere terreno?

Quasi bramosi fantolini e vani

preghiamo un bene e non sappiamo quale.

Quando per anni o per follia s'offusca

l'altrui cervello quella decadenza

più non c'inqueta della decadenza

corporea. Permane la speranza

che l'io del caro sopravviva ancora

mentre è già come se non fosse più.

Ora se quasi ci si acqueta in vita

allo sfacelo della mente immemore

che mai vogliamo dalla morte immune?

Questa cosa di noi che vuol persistere

indefinita è dunque indefinibile

come il raggio ch'emana dalla lampada

come il suono che emana dal liuto;

lampada e liuto sono tra gli arredi

più famigliari e semplici che posso

scomporre ricomporre con le mani;

il mistero m'appare se mi chiedo

che sia, di dove venga, dove vada

il prodigio del suono e della luce...

Oimè! L'essenza che rivibra in noi

non può per intelletto esser compresa

da poi che l'io solo con se stesso,

soggetto, oggetto della conoscenza,

come uno specchio vano si moltiplica

inutilmente ed infinitamente

e nel riflesso è prigioniero il raggio

di verità che l'occhio non discerne.

Giova quindi sottrarci all'incantesimo

alla voce che implora di rivivere

come a un morbo insanabile terrestre.

Negli attimi di grazia, quando l'io

dilegua nei pensier contemplativi

quando l'istinto tace e si compiace

nella gioia dell'utile non nostro

o freme ad una strofe ad una musica

nell'ebbrezza senz'utile dell'arte

forse ci giunge il pallido riflesso

d'una luce remota, della vita

che ci attende al di là, nel puro spirito,

nel non essere noi, nell'ineffabile.

È la fede che Socrate morente

predicava all'alunno: «Datti pace!

Non morirò: seppelliranno l'altro».

È la luce che Baghava Purana

rivelava sul tronco del palmizio:

«Solo eterno è lo spirito. Non piangere

su te su me su altri. Perchè l'io

ed il non io son frutto d'ignoranza.

Desideravi un figlio, o Re: l'avesti;

oggi provi lo strazio del distacco,

strazio che dànno tutte le fortune

a chi s'illude e pensa durature

l'apparenze caduche della vita.

Solo eterno è lo spirito. Nei tempi

chi fu per te quel figlio che tu piangi?

Chi tu fosti per lui? Che voi sarete

l'uno per l'altro nell'ignoto andare?

Sabbia del mare, foglie date al vento...

Solo eterno è lo spirito. Consolati».

Ma il Re singhiozza disperato ancora

e pel prodigio d'uno di quei rishy

l'anima si ridesta nel cadavere,

si guarda intorno sbigottita, dice:

«In quale delle innumeri apparenze

d'animali, di uomini, di devhas

m'ebbi per padre questo che m'abbraccia?

Non mi toccare: io non ti riconosco.

O tu che piangi su di me non piangere.

Solo eterno è lo spirito. Consolati!»

Così parlato il giovinetto muore

un'altra volta. L'anima s'invola

eternamente. E il Re non piange più.