5 (298)
Odi, Nise, che vivanda
A noi manda
Con quest'ultimo Corriere
La bell'Isola incantata,
Sede amata
Del bel tempo e del piacere.
Storditella, non intendi,
E comprendi
Tanto men, quanto più pensi:
La bell'Isola incantata,
L'avvocata
Pietosissima de' sensi.
Né men or? poter del Mondo!
Gli è un po' tondo,
Cara Nise, il tuo cervello:
La bell'Isola, che Amore
Per onore
Nominò Cipro novello;
Quella, dove la sua Madre
Dalle squadre,
Onde l'Asia è così altera,
Rifuggìssi, allor che vinta
Fu rispinta
D'Amatunta e di Citera.
E cotanto ivi si piacque,
Che in quell'acque
Semi ascose di beltade,
Da fiorire al caldo, al gelo,
Di quel Cielo
Per le belle alme contrade.
E 'l gran Dio della fierezza
Per finezza
Alla Diva del suo cuore
Due miniere illustri e chiare
Terra e Mare
Fé di gemino valore.
D'Inghilterra: intendi ancora?
Oh in buon'ora:
D'Inghilterra, storditella;
D'Inghilterra, il bel paese
Sì cortese,
Onde solo Europa è bella.
D'Inghilterra dunque è giunto
In buon punto
Un gentil nuovo lavoro:
Bianca pasta odorosetta,
Liquidetta,
Di tre sensi almo ristoro.
Una pasta profumata,
Dilicata,
Che vien sangue in un momento.
Basti dir che l'inventrice
Sua felice
Le diè nome di Contento.
Or ascolta. In sulla libra
M'equilibra
Riso e mandorle in farina.
Fino al riso è poca cosa;
Faticosa
Ben è l'altra, e pellegrina.
Se le pesti, ecco un unguento;
Su 'l tormento
Del fornel se tu le poni,
Poco è il poco, e troppo il troppo:
Di galoppo
Se ne passano a' carboni.
Io 'l dirò, Nise, ma a patti
Che rimpiatti
Nel tuo petto il gran segreto.
Non vuol esser molinello,
Non pestello,
Ma grattugia; e tiello cheto.
Grattugetta traditora,
Che in brev'ora
Tanto lecchi e tanto morda,
Ch'ogni mandorla al precetto
Del vaglietto
A risponder non sia sorda.
Colla pingue limatura,
Mal sicura
Dal respir, cotanto è lieve,
Staccerai con man soave
La sì grave
Del tuo riso asciutta neve.
Qui per terzo, in peso eguale,
Verrà 'l sale
Così dolce, onde 'l Brasile
Viver sempre dona a tutti
Fiori e frutti
Con miracol sì gentile.
Poi fiorisci il tuo mucchietto
D'un spruzzetto
Della dura Indica noce,
Che colà nell'Oriente
Febo ardente
Dal Zenit profuma e coce.
Né sdegnar due fila sole,
Ma ve': sole,
Del bel manto giallo in oro
Di quel fior, che nuovo Mida
Si confida
Quanto ei tocca tinger d'oro.
Bianco sugo, in cui converse
O disperse
Il suo verde il prato erboso
Nelle mamme d'una bella
Vecchierella,
Che fé Padre il nuovo Sposo,
Piovi ardita in sulla massa,
Che s'abbassa
Nell'argento, in cui s'intride,
E sì stretta vi s'alloggia,
Ch'altra pioggia
Par che inviti o che disfide.
Sia la pioggia d'acqua pura,
Qual Natura
Giù dal Ciel la lascia andare.
Solamente sia bollente,
Sia cocente,
Sia bastante ad allungare:
Allungar quel denso latte,
Che combatte
A favor di due farine
La pigrizia d'un palato
Dilicato,
Che vuol rose senza spine.
Tempo, o Nise, è d'investire,
Di ferire
Col martel, che frulla e spacca,
Che fa stragi sì famose,
Sì spumose
Nella manna di Caracca.
Frulla in giro quella clava,
Ch'è sì brava,
Che co' denti onnipotenti
Quanto più rompe e disgiugne,
Più congiugne
I divisi ingredienti.
Indi posti in sulla brace
Dà' lor pace,
Ma non sì che tra di loro
A ogni tanto il turbinetto
Velocetto
Non ritorni al suo lavoro.
Quando poi la cotta pasta
Se gli appasta
Tenacetta alquanto in giro,
Per dar cenno ch'ella è fatta,
E tu ratta
To'la via da quel martiro.
Solo aggiugne la ricetta
Ch'ambra eletta,
Macinata fina fina,
Da staccetto di zendado
Rado rado
Vi si asperga, come brina;
Ch'a misura che s'infonde,
Si confonde
Presto presto in sua sostanza
Coll'ambrosia tepiduccia,
Che si succia
Quella liquida fragranza.
Pria che freddi, in porcellana
La sovrana,
Delle terre la Reina,
Versa giù soavemente
Lietamente
La superba gelatina.
E di quel con fiori adorno
Fatto intorno
Un bell'argin di cristallo,
La presenta alle tue belle
Damigelle
Scalmanate a mezzo il ballo.
O qual gloria, Nise mia,
Per te fia
Regalar l'Etrusca Terra,
Le del Tebro amate sponde
Far gioconde
Col Contento d'Inghilterra!