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Veggio, ohimè, quel che io bramo, e veggio quella,
In cui bellezza sé medesma pose,
E veggio il mio destino, e veggio ascose
Nell'altero suo cor le mie quadrella;
E veggio fuor dall'una e l'altra stella
Vivaci balenar fiamme amorose,
E i gigli delle gote e l'alme rose,
E il labbro, ond'esce angelica favella;
E l'auree chiome, sovra cui s'assise,
Qual vincitor dal suo trionfo accolto,
Amor, che i nervi a sua virtude incise:
Veggio; ma che non veggio in lei raccolto?
Tutto quel che natura in noi divise,
Onde altero ne va questo e quel volto.