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Se della magra Invidia il rio veleno
Giungesse unqua a turbare il petto mio,
Quella, onde Amore un dì t'accese il seno,
D'involarti, Signore, avrei desio.
Ed in quel chiaro Sol di splendor pieno
Ardirei di fisar lo sguardo anch'io,
Che, estinto dall'ardor, sì dica almeno:
“Questi per troppo amar visse e morio.”
Ma siegui tu, c'hai spirto eccelso e forza,
La grave impresa: e all'ardir primo ardire
Giugni, né tema il tuo cammino arreste;
Ch'io, qual Nave agitata infra tempeste,
Il Porto guato, ove il Nocchier di gire
Mi vieta crudo, ed a perir mi sforza.