5° Giorno
L'antico abitator d'estrania parte,
che tornar pensa a la sua patria illustre,
dopo varie fortune e grave essiglio,
e molti in faticosa e dura vita
trascorsi lustri, al suo fedele albergo,
ed al cortese albergator si mostra
grato ed amico anzi il partire estremo;
così noi, che bramiam di far ritorno
al ciel, quando che sia, tardi o per tempo,
da questa men sublime opaca chiostra
de la terra e del mar, che intorno inonda,
da cui molti anni il nudrimento e 'l cibo
sì caro avemmo, e sì gradito ostello,
debbiam gli ultimi offici e i detti e i doni
di pietate e d'amor, debbiamo i pegni
di non oscura e non mortal memoria
a questa nostra sì pietosa e cara
nudrice antica, che fanciulli in grembo
ne accolse, e vecchi ne sostiene e folce,
a questo mar, che ne trasporta e pasce,
a questo, onde spiriamo, aer sereno.
Dunque narriam come la santa destra,
poichè in tal guisa ebbe ciascuno adorno,
di vari abitator frequenti e lieti
facesse tutti alfin nel giorno quinto,
sì che non vi lasciò spazio nè clima
di vasta solitudine e dolente,
nè di perpetuo orrore incolto ed ermo.
Avea la dotta man del mastro eterno
de' bei fiori di stelle il ciel dipinto,
e pur come occhi suoi lucenti e vaghi,
già con la luna in lui creato il sole,
quando egli disse: "L'acqua omai produca,
e seco l'aria partorisca insieme
ogni vivo animal che vola e repe".
E nel suo commandar tutti repente
i fiumi diventar fecondi e i laghi,
e' vaghi armenti e le squammose torme
de' propi notatori il mar produsse.
E quanto ancor d'immondo e di palustre
limo è ripieno, e senza corso o moto
ristagna ed impaluda in pigro letto,
sortì il propio ornamento e 'l propio onore,
e non rimase neghitoso e voto,
allor che Dio creò di novo il mondo
ch'immantinente gracidar nascendo
ne lo stagnante umor rane palustri,
e sì fatti animai nasceano insieme,
in guisa ad esseguire il sommo impero
si mostrar l'acque frettolose e pronte.
E tutti quei, di cui potriansi a pena
le varie sorti annoverar parlando,
subito nati, in operosa vita
e sè movente, disegnaro a prova
di quei che gli creò, l'alta possanza,
che narrar non si può con lingua umana.
Ed allor prima fu creato, e nacque
dotato l'animal d'alma e di senso.
Perchè le piante e le frondose sterpi
de gli arbori ch'al ciel spiegar le chiome,
benchè abbian vita, onde si nutre e cresce
da l'umide radici il verde tronco,
animali non son, nè in cara dote
ebber dal Padre eterno il senso e l'alma,
onde sentiamo sì diversi obietti.
Benchè vi sia chi non dinieghi e toglia
a le scorze selvagge, a' rozzi tronchi
un inchinarsi, un ripiegar se stesso,
un distendere i rami in cara parte,
ch'è quasi un moto di frondose braccia
per secreto desio d'amore occulto.
E ne le piante ancor stupido senso
conobbe alcuno antico, o che gli parve.
Ma resti pur questa sentenzia errante
in quel silenzio, a lor cotanto amico.
Come si sia, creati il quinto giorno
fur gli animanti, a cui non lega e 'ndura
rozzo e tardo stupore i pigri sensi.
E qualunque animale, o repe o guizza,
o nel sommo de l'acque o pur nel fondo,
prodotto fu per obedir al suono
de la divina ed immutabil voce.
Nè in pochi e brevi detti alcun rimase
escluso dal soprano eterno impero.
Non quei, che l'animal figliando in parto,
soglion vivo produr, delfini e foche;
nè meno 'l picciol pesce, onde sovente
la man del pescatore al fune avolta,
per secreta virtù stupisce e torpe;
non chi l'ova produce, o chi si copre
di molle squamma o di più dura scorza;
non quei c'hanno le penne o pur non l'hanno,
ma tutti fur ne le parole accolti,
e quasi inchiusi sotto certa legge,
del lito i vaghi abitator guizzanti.
E quei che nel profondo il mare alberga,
e quei ch'affissi stanno a' duri scogli,
e quei che vanno insieme in ampia greggia,
e quelli ancor ch'erran dispersi a nuoto,
e le balene smisurate e l'orche,
co' pesci picciolissimi e minuti.
E se fra questi ha pur chi 'l molle peso
del corpo sovra i piè sostiene e porta,
son di natura ambigua e quasi incerta,
e 'l gemino lor vitto in terra e 'n onda
van ricercando, non contenti a pieno
di semplice esca, o d'un sol cibo al pasto.
E son fra questi le stridenti rane,
e granchi di più branche, a cui s'aggiunge
il cocodrillo, e 'l notator cavallo
che del Nilo trascorre i larghi campi,
ed ondeggianti per l'asciutte rive.
Perchè i piccioli, i grandi, i dubbi e i certi,
sotto il decreto d'uno eguale impero
esser vario sortiro e varia vita,
allor che disse Dio: "Producan l'acque".
E dimostrò con la mirabil voce
quanto la vaga ed umida natura
de l'instabile umor convenga a' pesci.
Però che quale è l'aria a' levi augelli,
o pur ad animal che spiri in terra,
cotale è l'acqua al notator marino,
ed a qualunque guizzi in fiume e 'n lago.
E la cagione è manifesta a' sensi,
perchè il pulmon ne la sinistra parte
fra le viscere nostre ha 'l propio sito
spongioso e raro e trasparente, in guisa
di specchio, o d'altro che riceve imago
e la ritorna; e si ristringe ed apre,
quasi mantice o folle, e 'l rezzo e l'aura
spirando e respirando, accoglie e rende,
e ventillando è refrigerio al core,
che di purpureo sangue è caldo fonte.
E con l'istesso spirto, onde rinfresca
l'interna arsura, anco si forma e finge
in vari detti la sonora voce.
Ma diè natura a le guizzanti torme
in vece di pulmon le curve branche,
e mentre le distende e le raccoglie,
dentro l'acqua riceve o pur la sparge;
e così in loro il propio officio adempie,
ch'è quasi un respirar d'umore e d'onda.
Ma pur voce non manda il muto pesce,
nè domestico mai, nè mansueto
diventa, nè sostiene il tatto e i vezzi,
onde palpa e lusinga umana destra.
Perchè d'alcuni pur si narri e scriva
c'han per propia natura e propia sorte,
oltre l'uso comun, sonoro spirto;
altri suono non pur, ma voce ancora,
altri quasi parole, in cui distingue
non ben loquace lingua i propi affetti.
Perchè non basta al suon lo spirto interno,
ond'ei si forma, e 'l suo spongioso e raro
pulmone, e la sua vota umida canna,
fistola detta; ma la voce appresso
sol ne la gola si figura e finge.
A le parole ancor la lingua e i denti
son d'uopo: onde non parla, e non informa
gli accenti suoi quel che di lingua è privo.
Ma 'l suon da l'altre parti ancor si frange,
come nel cinto che traversa e fascia
le vespe e l'api, si percote e rompe
l'interno spirto; e quinci s'ode un roco
mormorar, che per l'aria intorno aggira.
Altri rompendo ne l'istessa fascia,
che cinge il corpo suo, lo spirto interno,
canta, battendo l'ali, e i verdi boschi
suonano intorno a quei sonori accenti
de la cicala a' lunghi estivi giorni.
Ma fra' pesci nel mare o 'n fiume o 'n lago
che sia molle, o di crosta almen coperto,
alcun non manda fuori o voce o suono,
altri con vario suon grunnisce e stride,
talchè del suo stridor risuona intorno
l'onda sovente; e dal concento il nome
prese quel pesce in mar, che detto è lira.
Stride il pettine ancora, e stride a prova
la rondine marina, e questo e quella
stridendo vola, e si solleva in alto
con lunghe e larghe penne, e 'l mar non tocca.
Ma nel fiume Acheloo non solo stride,
ma voce il suo cinghiale aver si crede,
e 'l cucco notatore ha voce anch'egli,
ond'al cucco volante è quasi eguale.
Ma non è vera voce, e voce assembra
l'interno spirto, che si frega e frange
in quell'orride branche, ond'ei risuona.
Ma sue parole quasi e sua favella
tra l'acqua e 'l limo ha la loquace rana,
de le paludi abitatrice immonda.
E questo avien perc'ha pulmone e lingua,
di cui compiuta è l'una e l'altra parte:
la prima ha 'l modo pur de gli altri pesci,
e l'altra ancor, che manda il roco suono,
al gorgozzul s'attacca e si congiunge.
Ed ulular le rane, e gli altri ancora
sotto l'acque s'udir pesci lascivi.
E l'ululare è un amoroso invito,
onde il cupido maschio alletta e chiama
la femina consorte dolci nozze.
Ma 'l veloce delfino ha voce e suono,
perch'ei non è senza pulmone e sangue;
ma non ha lingua, ond'ei formi e distingua
quel suon che s'ode mormorar su l'acque.
Ma ronfar già dormendo ancora udisti,
e dormir son veduti umidi pesci,
e quei che dura crosta involve e copre,
benchè non abbian l'umide palpebre,
le quai chinate nel soave sonno
ricopron gli occhi a' notatori stanchi.
Ma dal placido lor queto riposo,
in cui sol mossa è la guizzante coda,
l'accorto pescator conosce il sonno.
Nè gli trafigge sol col suo tridente,
ma con la cauta man gli palpa e prende.
E spesso preda fa di quei ch'affissi
sono a gli scogli o ne l'arene avolti,
o sotto un sasso o sotto il curvo lido
dormono ascosamente o in imo gorgo.
In questa guisa è col pungente ferro
presa l'orata; e 'l lupo altri percosse:
si desta a pena, in così fisso ed alto
sopore è immerso, e 'l fin del suo riposo
è col principio di sua morte aggiunto,
anzi dal breve nel perpetuo sonno
desto ei trapassa, e se n'avede a pena.
Ma 'l veloce delfin, la grande e vasta
balena, mentre dorme in mezzo a l'onde,
fuor dal sommo de l'acque inalza e sparge
la sua fistola cava, ond'ella spira,
e leggiermente le sue pinne intanto
agita e muove. E ne l'ombrosa notte
via più che in altro tempo, il sonno a' pesci
s'irriga, e pur in sul meriggio estivo,
allor che pasce i favolosi armenti
Proteo ne le marine ampie spelunche,
come creduto fu, le pistri e l'orche,
a cui fa l'alga immonda un pigro letto,
stertono i lunghi giorni; e dorme appresso
l'indovino pastor, tre volte e quattro
già numerate le squammose greggie.
Ma le favole antiche in altra parte
han più opportuno loco. Io taccio adunque
di Proteo e d'Arion, che tratto a riva
dal veloce delfin, campò da morte.
E taccio ancora i mal creduti amori
del pio delfino e del fanciullo estinto,
per cui si dolse il suo marino amante,
e vinto al fin dal suo dolore insano,
morì gemendo in su l'asciutta arena.
Ma se di ciò si nega a prisca fama
credenza alcuna, almen di fede indegna
non sia l'antica istoria, in cui si legge
che la natura ancor pietate insegna,
quasi maestra a' pesci e quasi madre.
Quinci al curvo delfin le gonfie mamme
diede, perchè nudrisca i cari figli,
anzi ei di novo ancor nel curvo ventre
raccoglie i pargoletti; e si rientra,
onde uscì prima, il non cresciuto parto,
quando è più tempestoso il mar sonante.
Cresciuto poi fra le procelle e i nembi,
securo apprende il gir per l'onde a nuoto,
senza temer flutto spumoso o turbo,
arte paterna. E pur col padre appare
qual fida aita a' naviganti audaci:
onde antivede il buon nocchiero accorto
l'orrida guerra de' contrari venti,
e drizza al porto l'agitata proda.
Ma qual canuto pescatore e lasso,
ch'appo le rive del Tireno invecchi,
o del mar d'Adria o de l'Egeo canoro,
o lungo il Caspio o lungo il Ponto Eussino,
o 'n su' lidi vermigli, o dove inonda
il gran padre Ocean Germani e Franchi,
Scoti e Britanni od Etiopi ed Indi;
qual, dico, abbia ivi l'età fornita
ne l'infeconde e solitarie arene
e 'ntorno a' cavernosi e duri scogli,
or l'amo ed or le reti in mar gittando,
narrar potria de gli umidi notanti
le tante sorti, in cui distinta e scevra
è lor natura e la progenie antica?
E ben mille maniere e mille modi
di varia vita, e di costumi e d'opre
pur variate, e lor diverse parti?
Perch'altri ne conosce il mar d'Egitto,
e l'Eritreo, che fa l'onde sanguigne,
altri l'Ircano, e quel d'Assiri e Persi,
altri quello in cui lava i piedi Atlante,
e quello in cui biancheggia Indo ed Idaspe,
che sono al nostro mare o in tutto estrani,
od in gran parte peregrini ignoti.
Quanti ancor ne produce in grembo e pasce
l'Ocean sotto l'Orse, o sotto il cielo
in cui più non appare il Carro e l'Orsa,
che qui saria quasi mirabil mostro?
Ma pur da prima gli produsse in vita
tutti egualmente la divina voce,
e 'n sì varie maniere anco distinse.
E quinci avien ch'altri nel primo parto
manda fuor l'ovo, e nol riscalda e cova,
d'augello in guisa, e non si forma il nido,
nè con molta fatica i figli ei nutre.
Ma l'acqua il peso in sè caduto accoglie,
e 'l fa vivo animal, che guizza e nuota.
Altri produce l'animal da prima;
nè come 'n terra 'l mulo, o pur ne l'aria
soglion molti meschiar l'incerta prole
lascivi augelli, ma progenie immista
si perpetua fra lor sempre feconda
con legittime nozze. Se natura
ha certe leggi, onde i consorti accoppia,
e se pur mesce la murena al fiero
maschio serpente: l'un depone il tosco,
l'altra nol fugge, o 'l suo marito aborre.
Nulla sorte di pesci ha d'una parte
la bocca armata de gli acuti denti,
da l'altra affatto inerme e quasi ignuda,
come ha fra noi la pecorella e 'l bue.
E niun pesce ancor, come si narra,
suol ruminar omai sazio del pasto,
se lo scaro ne traggi; e tutti a prova
hanno in guisa di seca i bianchi denti
in due fila ristretti; e quinci e quindi
vario e distinto è il cibo. Altri di fango
si pasce e nutre, altri di fungi e d'alga,
altri d'erbe marine over palustri,
o di quelle onde i fiumi han verde il fondo.
Ed altri corre frettoloso a l'esca,
che suol gittar ne l'acque umana destra,
e pur di cibo uman vago si mostra;
altri il pesce minor ne l'amo ingoia.
La maggior parte pur de' pesci ingordi
scambievolmente si divora e strugge,
e del maggior sempre il minore è pasto.
E spesso avien che ne l'istesso modo
quel che pur dianzi del minor satolla
fece l'avida fame, or fugga invano
il suo maggior, che lo persegue e scaccia,
e dal gran predator sia preso al fine,
ed empia l'uno e l'altro il ventre istesso.
E questo ancor fra noi più spesso incontra,
perchè il possente, a cui fu dato in sorte
sovra umil plebe il greve imperio e 'ngiusto,
pasce de' più minuti avido il sangue,
e di qualunque gli è soggetto e servo.
E 'n che diverso è un fiero ingordo petto,
ch'avara fame di ricchezze e d'oro
stimola sempre e 'nsaziabil rende,
dal gran mostro del mar, che mille e mille
via men forti di lui persegue ed empie
di lor la sua profonda alta vorago?
Già colui, fatto ingiurioso ed empio,
del poverel vicino i beni ingombra;
e tu di lui, rapito e preso a forza,
godi le prede; e le rapine antiche
con tirannico dente e rodi e struggi,
e quasi parto a tue ricchezze aggiungi
quel che 'n molt'anni egli usurpò rapace,
e 'n guisa tal più de l'avaro avaro,
e de l'ingiusto più n'appari ingiusto.
Guarda che non t'attenda il fine istesso,
nel quale incappa e se medesmo avolge,
mentre gli altri persegue, il pesce incauto,
io dico amo pungente o nascia o rete.
Non fuggirai, non fuggirai superbo,
dopo tanti altrui fatti iniqui oltraggi,
l'ultima pena, che sovrasta e tarda,
e qual sasso pendente al fin minaccia.
Or d'un minuto animaletto e vile
riconosci l'insidie e i falsi inganni,
e fuggi omai di frodi indegno essempio.
Il granchio la soave e dolce carne
brama de la marina e nobil conca,
difficil preda e preziosa e cara,
perch'a tenero cibo un duro vallo
fece natura, e circondollo intorno,
e perchè in guisa si congiunge e serra
l'una con l'altra forte e salda testa,
che non vi ponno entrar l'orride branche.
Che fa dunque egli? quando in mar tranquillo,
sotto il sereno cielo al chiaro giorno,
de' dolci raggi e del soave aspetto
gode la conca, e si dispiega e spande,
allor quasi di furto egli nascoso
un piccol sasso entro vi getta, e vieta
ch'ella più si ricopra e si rinchiuda.
E 'n questa guisa de la debil forza
può adempire i difetti astuto ingegno.
Oh di malizia, e d'uomo iniquo e scaltro,
ma pur di rozza e d'infeconda lingua
maligno magistero e muta fraude!
Tu, se brami imitar l'industria e l'arte
ne l'acquistar, de' tuoi vicini il danno
schiva, e non fare a' tuoi fratelli oltraggio.
Fuggi de' condennati il vile essempio,
e di povero aver contento e lieto,
la povertà, ch'a se medesma basti,
a' diletti molesti, a' servi onori
umil preponi, a l'alterezza, al fasto,
e di te stesso in te trionfa e regna,
chè non han regno eguale o Sciti od Indi
Nè del polipo indietro i furti io lascio
e i falsi inganni: chè se mai s'appiglia
a qualunque si sia marina pietra,
egli repente si dipinge e veste
di colori di quella, e lei rassembra.
Però se 'l pesce, che trascorre a nuoto,
da' sembianti ingannato in lui s'aviene,
pur duro sasso il crede in mare occulto,
e di leggiero è sua rapina e cibo.
Di tai costumi i lusinghieri accorti
son ne' palagi de' possenti augusti
o de' regi sublimi, e 'n questa guisa
s'inchinan pronti ad onorar l'altezza
de la fortuna; e trasmutar se stessi
sogliono in color mille e 'n mille forme,
sì come l'uso o 'l tempo, o come chiede
la voglia del signor e 'l suo diletto,
variando tenor, sembianti e gesti,
parole e modi, e co' modesti insieme
sono modesti, e sospirosi in atto
co' più dolenti, e con gli allegri allegri,
protervi co' protervi. E legge e norma
si fanno d'altrui senno e d'altrui gusto,
talchè agevol non sembra, o leve cura
schivar l'insidioso e duro incontro
di questi, in guisa che si cessi 'l danno,
che l'empietà sotto il contrario aspetto
de la pietà suole apportar sovente.
Di tai costumi ancor rapaci lupi
soglion vestir di mansueto agnello
candido manto, e semplicetti in vista
altrui mostrarsi. Fuggi, ah fuggi, amico,
il costume sì doppio e sì perverso.
Segui la verità. Gradisci ed ama
il sincero candor d'alma innocente,
e la non violata e pura fede.
Vario è 'l serpente e l'angue; e quinci avenne
che 'l condannò sentenza antiqua e giusta
a trar per terra steso il propio corpo.
Sincero è il giusto, e nulla mente o finge,
come Giacob. Però gli accoglie e loca
l'alto Signore in sua magione eterna.
Ma questo così vario e 'ncerto albergo,
ove abitiam vivendo, e l'ampio mare
è grande e vasto, in cui serpenti e draghi
s'aggiran senza fine, e fieri mostri;
e 'n lui co' grandi son confusi e misti
i piccioli animali, e tutti insieme
saggio governo e giusta legge affrena
i popoli natanti. Ed hai ben onde
seguir d'alcun tu possa il raro essempio.
Non accusarlo sol, se vizio o colpa
di natura imperfetta in lor conosci.
E prima tu non pensi, e non rimiri,
come sian compartiti a' vaghi pesci
i propi luoghi, e quasi i propi alberghi,
e i propi regni: onde da quello a questo
non soglion trapassar, se non di rado,
gli altrui campi usurpando e 'l letto e 'l cibo,
ma tra' confini suoi quasi ristretto
ciascun si spazia entro 'l sortito regno.
Nè geometra i lunghi spazi ed ampi
divise lor, nè d'alte mura intorno
circondò le magioni umide algenti,
nè termine vi pose, e d'ogni parte
quel che lor giova è largamente aperto,
e quasi destinato in propia sorte.
Questo sen questi pesci accoglie e nutre;
l'altro pasce quegli altri, e fiume o monti
con l'aspre rupi, e con distesi gioghi
non gli disparte, e non recide il passo.
Ma certa legge di natura a tutti
divide con misura eguale e giusta,
come è pro di ciascun, l'albergo e 'l loco,
ove con gli altri ci si raduni e pasca,
e quel che basti in un sol giorno al vitto.
Già tali non siam noi, del padre Adamo
contaminata prole, e 'n Dio superba:
perchè noi trasportiam de' padri antichi
i termini già affissi; ed ampio acquisto
facciam pur sempre d'occupata terra,
casa a casa giungendo, e campo a campo,
città spesso a cittate, e regno a regno,
ch'a' vicini si scema e toglie a forza.
Conobber prima le balene e l'orche
il loco che natura a lor prescrisse,
e 'l preparato pasto; e 'l mar profondo
d'isole desolato oltre i paesi
abitati occupar, dove non resta
d'alcuna parte più la stabil terra,
dove più non appare o lido o monte,
dove arar non si ponno i vasti campi
d'innavigabil mare, ove non giunse,
spiando nove genti e novi regni
e nova gloria, il navigante audace.
Ove non prisca istoria o vecchia fama,
non ardir, non pensiero umano ed alto
del folle immaginar la nave approda.
Ma quel medesmo ignoto immenso mare
ingombrar le balene eguali a' monti,
come si narra da' nocchieri esperti,
ned isola o cittate oltraggio o danno
da lor riceve, o la nemica forza
provano unquanco ingiuriosa e 'nfesta,
ma qualunque di lor maniera e sorte,
quasi in città, quasi in contrada amica,
anzi paterna, con antique leggi
ne le parti del mare, ove sortilla
voler divino, e sua natura accampa.
Peregrinando ancor sen vanno i pesci,
e dalla patria in voluntario essiglio
son relegati in parte ignota e strana.
E si partono insieme accolti a stuolo,
e 'n guisa di guerrier, ch'al dato segno
lascian le propie tende e 'l primo campo,
seguendo il suon de la canora tromba,
allor che 'l tempo destinato appressa,
desti da la possente antica legge
de la natura, e frettolosi e pronti
verso il settentrion han volto il corso.
E gli vedresti, di torrente in guisa,
correr da la Propontide congiunti
nel mar Eussino. Or chi gli move e regge?
qual imperio di regi? o qual d'araldo
al suon di trombe publicato editto
il già prefisso tempo a lor dimostra?
Chi guida i peregrini? Or non conosci
l'ordine eterno, che penetra e passa
per le minute parti, e il tutto adempie?
Non fa contesa a la divina legge
ubediente 'l pesce, e lei contrasta
l'uomo, indarno ritroso e ribellante.
Perchè sia muto, non avere a scherno
il privo di ragion, chè via più folle
se' tu, mentre ripugni a l'alto impero
del Re celeste. Odi la voce, ascolta
del muto pesce le parole e i detti.
Perchè ci parla quasi il moto e l'opre,
onde a peregrinar t'invita e desta,
ed a lasciar torbido flutto amaro,
cercando in altra parte acque più dolci
ne' regni d'Aquilone, ove riscalda
men co' suoi raggi il sol, e meno attragge
de le sue parti più leggiere in alto.
Nè l'avaro desio di merci e d'auro
lor move a trapassar i mari e i fiumi,
come gli uomini suol, ma sol d'immista
e legittima prole amore e zelo.
Ma ricerchiam perch'i giganti altieri
più la natura non produce, e figlia
la terra pregna de l'orribil parto.
Ma d'elefanti ancora e di balene
non si ripente. E se fatture ed opre
son pur de la divina eterna destra,
son buone, e buone fur da lei prodotte;
che le produsse grandi, a' monti alpestri
ed a l'isole eguali; e 'l nostro orgoglio
volle abbassare, e darne alto spavento
con quel sì monstruoso e fiero aspetto,
e con la smisurata orribil mole.
Però che Dio quando creò primiero
tanti animali, e sì distinti e vari
e d'opere e di moto e di sembianti,
altri a servirne gli produsse in terra
per uso umano e ubedienti al nostro
placido impero, e talor grave ed aspro.
Per sua grandezza e per sua gloria ancora
alcuni altri produsse, e 'n lor dimostra
quella, che fa gran cose, arte divina,
e divina virtù, che presso e lunge
più e men chiaramente altrui risplende.
Ma de gl'industri Greci il folle ingegno
le maraviglie del Signore eterno
rivolse in gioco, ed adombrarle in parte
volle con varie sue menzogne adorne;
mentre descrisse oltre le mete e i segni
d'Alcide invitto i favolosi regni
di que' felici, e le già illustri e conte
Isole Fortunate, e 'l lungo corso
di temeraria nave, e ci dipinse
lo smisurato pesce, e 'l vasto grembo
che popoli diversi in sè rinchiude:
tal che 'l profondo e tenebroso ventre
a le genti nemiche, a l'arme infeste
è di battaglia un periglioso campo.
Ma le navi da' pesci in mar sommerse,
anzi da un pesce solo il fero assalto
fatto a mille superbe armate navi,
favola non fu già, nè scherzo o gioco.
Nè favola è quel Giona in mar sommerso,
ed inghiottito dal vorace mostro.
Ma de l'alto Signor l'alta possanza
ne le picciole cose altrui si scopre,
non sol ne le più grandi. Ecco trascorre
a vele piene e sparse il mar sonante
con destro vento corredata nave;
e pesce minutissimo repente
tarda e ritiene il suo veloce corso,
come s'ella radici in mar profondo
avesse fatte; e quinci al pesce il nome
dal ritardar fu dato. E gran temenza
non solo danno altrui balene ed orche,
o la sega marina acuta i denti,
o 'l cane o quella pur che spada assembra.
Ma tal pesce è nel mar, ch'alfine estinto
è spaventoso ancora, e 'n guisa punge
che presta apporta inevitabil morte,
e la picciola ancor marina lepre
repente ancide. E pur s'agguagli il danno
in paragon col pro, l'utile avanza,
e ci giova de' pesci ancor l'essempio.
Ma se te stesso ben misuri e stimi,
uom, tu sei pesce, e questa vita è il mare,
ed a la rete che si lancia in alto,
e tanti vari pesci in sè raccoglie,
è somigliante il gran regno del cielo,
che ne' suoi lacci ne raguna e stringe,
e poi gli eletti ne' suoi vasi accoglie,
gli altri fuor gitta, e gli distingue e parte.
Così avverrà nel consumar del mondo
che gli angeli usciran santi ministri
del giudicio divino, e fian divisi
i rei da i giusti; e quei dannati al foco,
questi a la gloria destinati in cielo.
Vi son dunque de' pesci e buoni e rei;
e 'l buon la rete non involve e lega,
ma 'l leva in alto, e l'amo non l'ancide,
ma d'innocente il bagna e puro sangue
di piaga preziosa. Uom, tu sei pesce,
tu sei quel pesce, a cui l'aperta bocca
dimostrò la statera entro nascosa.
E 'l libero voler, che 'n te riserbi,
son le bilancie tue distorte, o pari.
Uom, tu sei pesce; e 'l pescatore è Pietro,
o chi di Pietro ha qui sembianza e vece.
Questo mare è il Vangelo, in cui si fonda
la Chiesa, ch'è di Dio sacrato albergo.
Non temer, o buon pesce, o rete od amo,
che non ancide altrui, ma sol consacra.
Se pesce sei, fuor de le torbide onde
sorgi sublime, e 'l tempestoso flutto
non ti sommerga, e s'è tempesta in alto,
nuota sicuro o ti ricovra al fondo.
E s'è tranquillo il mar, fra l'onde scherza,
e s'è procella pur sonora e turbo,
guarda che 'l nembo impetuoso e denso
non ti percuota fra gli scogli al lito.
Ma sorgi omai, sorgi dal mar profondo,
e 'l nostro ragionar da l'onde emerga.
Miriamo in alto, alziamo al cielo i lumi,
veggiam mirabilmente il lido adorno;
il sal tratto da l'onde in bianco marmo
quasi indurarsi, e qual purpurea pietra
rosseggiar sotto il cielo il bel corallo
che dentro al mar fu molle e tenera erba,
e tra le conche biancheggiar lucente
la dura perla, e tra l'inculte arene
fiammeggiar l'oro, e quasi care gemme
di più colori le dipinte pietre.
Nutrito ancor ne l'acque è l'aureo vello.
Ed ha l'onda i suoi fior, che sparge e porta
sovra le sponde; e quivi il lucido ostro
anco risplende. E ciò che i duci invitti
in lieta pompa trionfale adorna,
ciò che s'adora ne' possenti regi,
o ne' purpurei padri oggi s'onora,
è bellezza e tesoro, e cara merce
del mare, anzi del mar cortese dono.
Mille altre aggiunge ancor bellezze e feste,
e maritime vaghe altere pompe.
Spira il vento soave, e placida aura
con dolce mormorar susurra e vaga,
e 'ncrespa l'onda, che spummoso argento
pur tra gli scogli o presso al curvo lido
somiglia, e spesso a' lucidi zaffiri
l'acqua profonda, ed a' soavi raggi
del sol si tinge di piropo in guisa.
Le vele sparse ventillar lontano
veggonsi biancheggiando a cento, a mille,
e 'n corso superar cavalli e carri.
E spiegar le famose insegne antiche
dipinte navi, e co' pungenti rostri
fender l'umili vie; guizzare intorno
gli umidi pesci, e dimostrar sovente
il veloce delfino il curvo tergo.
E liete rimbombare a suon di tromba
le sponde e l'acque e gli arsenali, e i porti
pieni di navi e d'altri in varie forme
contesti legni. E bella antica mole
far ampia strada a' cavalieri illustri,
e frenar di Nettun l'ira e l'orgoglio,
e i premi ancora, e l'onorate palme
de' vincitori io scorgo; e 'n varie antenne
la gloriosa inchino alta corona.
Ma già come uom che dentro il seno ondoso
de l'Adrian si tuffi in lieto giorno,
e 'n celebrato onor di pompa antica,
e cerchi i più riposti oscuri fondi,
e i duri e sotto l'acque accolti scogli,
e i secreti che 'l mare asconde in grembo,
per riportarne su gittata gemma
tra' suoi purpurei padri al veglio duce;
così dal suo profondo anch'io risorgo,
e da gli oscuri e tenebrosi abissi
la bella verità, ch'è più lucente
di gemme onde abbian pregio Arabi ed Indi,
la bella verità, ch'ivi sommersa
par che si giaccia, porto in chiara luce.
E pura a gli occhi de' mortali esposta
l'offro da contemplar; nè manto appanna
le care membra o velo il crin adombra.
Or da gli ondosi campi alzarmi a volo
a' ventosi de l'aria ardisco e tento.
Chi mi dà l'ale in guisa di colomba,
perch'io sovra le nubi e sovra i venti
m'inalzi? e fra' volanti al ciel vicino
mi spazi? Quel che sovra il ciel ne scorse,
m'affidi ancor, mi porti e mi sostegna
per questo procelloso e 'ncerto regno
de la fortuna che si varia e cangia
in tante guise; e tanti alberga e pasce
turbini e venti e pioggie e nevi e fiamme,
ond'è turbato delli augelli il volo.
Era già ornato il cielo e pieno il mare,
verdeggiavano i boschi e i prati e i monti,
quando Dio comandò che sovra il suolo
terrestre isser volando i vaghi augelli
per l'aria, in cui s'accoglie e si condensa
quell'umido vapor, ch'esala in alto
dal freddo grembo dell'opaca terra.
Talchè repente gli animai pennuti
ne l'aere incominciaro il volo e 'l canto.
E chi tra' muti pesci era pur dianzi
desto, tra 'l suon di tanti augei canori
or darà gli occhi in preda al pigro sonno?
E neghittoso e lento a i vaghi augelli
cederà nel lodare il Re superno,
o 'n render grazie a chi ci nutre e pasce?
Quelli due volte a prova e inanzi il giorno,
e quando il sol da sera i raggi accoglie,
e l'oriente scolorito imbruna,
fan di soavi note un bel concento.
Ed or tacita l'alba, e non sonoro
trar vorrà l'uno e l'altro estremo tempo,
che s'appella dal suono e 'n lui si chiude,
e s'apre il giorno strepitoso e 'ntento
a l'opre faticose de' mortali?
Ah non sia ver! Ma raccontiam seguendo
del quinto dì le buone e nobili opre.
Sono a' pesci sembianti i vaghi augelli,
e tra 'l notante e 'l volatore alato
è quasi parentado: a quello il nuoto,
a questo il volo diè natura in sorte.
E l'uno e l'altro i liquidi sentieri
con le sue penne seca e con la coda,
or mossa alquanto, or quasi in giro attorta,
che 'n vece di timon governa il corso.
Son diversi però, ch'a' pesci il cibo
ministra l'onda instabile e vagante,
a gli augelli la ferma e stabil terra.
Però al notante necessari i piedi
non son, come al volante; e quinci aviene
che questo n'è fornito, e quel n'è privo.
Ma pur al cocodrillo, il qual sovente
scende a predar su l'arenose rive
del Nilo, i corti piè natura diede.
Anzi i piedi dal suolo ebbero il nome,
chè "pedo" il suol fu detto in greca lingua.
A l'incontra un augel per l'aria a volo
si spazia, e sovra l'ali ognora il peso
porta e sostiene del suo debil corpo,
a cui piedi negò l'alma natura;
come gl'insegni nel sublime volo
a mirar alto, a disprezzar la terra,
e quinci porge essempio a nobile alma,
ch'aspira al cielo e prende il suolo a scherno.
Questo a la rondinella appar simile,
e tra sassi pendenti in verde speco
si forma il nido di tenace fango,
in cui s'apre a gran pena angusto il varco:
"cipselo" il nominò la Grecia antica.
Altri de' volatori han piedi in sorte,
ma pur son male acconci al far rapina
ed al cacciar il nutrimento, e l'esca
cercar ne l'aria. Annoverar fra questi
si può la rondinella peregrina,
a cui di piedi in vece è il basso volo,
che vicino al terren con l'ali il rade.
E quella ancor ch'è dell'erbose rive
abitatrice, onde riparia è detta.
Sono in molte altre guise ancor diversi
gli augelli, e di grandezza e di figura,
e vari di color, vari di vita,
d'opere variate e di costumi.
Ora lasciando a dietro i molti modi,
ond'han le penne scisse, o insieme aggiunte,
quasi di pelle o di vagina avolte,
o fuor di modo pur tenere e molli,
dirò ch'altri sian puri ed altri impuri.
Quelle, innocenti e mansuete, in terra
scelgono il vitto pur di seme o d'erba;
queste son vaghe di più fero pasto,
di cruda carne e d'atro sangue 'ngorde,
però l'unghie pungenti, e curvo il rostro
ebbero in vece d'armi, e penne al volo
più de l'altre veloci: onde la preda
sia tosto presa, e lacerata in parti.
E non si fa di queste o stormo o greggia,
ma soglion le feroci andar solinghe
a la rapina, e sol l'accoppia e giunge
amoroso desio di cara prole.
L'altre raccolte sono in vari stormi,
d'amica compagnia bramose e liete,
secure no: chè le perturba e sparge,
e spesso ancide il predator rapace.
E tali son le candide colombe,
a cui sì prezioso e bel monile
fa la natura di colori e d'auro,
e le gru peregrine e i magri storni.
Di questi, altri soggetti a grave impero
non sono, e 'n libertà tranquilla vita
vivon, quasi con propie antiche leggi.
Altre hanno 'l duce, ed ordinate a squadre
seguon la scorta lor per l'aria a volo.
Altre son propie abitatrici antiche
del suol nativo; altre volar da lunge
sogliono in terra estrana, e 'n altro clima
cercar più caldi soli inanzi al verno.
Altre ritornan pur co' freddi giorni,
peregrinando a la stagione estiva.
Tornano al fin d'autunno i tordi a volo
nel tepido confin del verno algente,
dove son tesi lor ben mille aguati
ne l'inospite terra. Altri l'inganna
con l'infedele e insidiosa gabbia.
Alcun le prende col tenace visco,
e ne le reti alcun gl'involge e lega.
E la cicogna ritornando, inalza
la primavera le sue verdi insegne.
Altre son de la mano a' vezzi avezze,
che dolcemente le lusinga e molce,
ed a la mensa del signore usate.
Altre son timorose; e i dolci nidi
fanno alcune altre ne gli umani alberghi.
Altre, selvaggie quasi e quasi alpestri,
prendono i luoghi solitari in grado.
Ma gran varietà la voce e 'l suono
fa ne' volanti augelli, e gran divaro.
Altre tacite sono, altre loquaci;
senza musica alcune e senza canto,
alcune altre canore. Ad altre insegna
d'assomigliar del suono i vari accenti
la natura maestra, e l'uso e l'arte.
E la pieghevol voce in dolci modi
inchina ed alza; altre ritrose, indotte,
con perpetuo tenore in un sol tono
mandan fuor sempre l'immutabil voce.
È pomposo il pavon, superbo il gallo,
e la colomba placida e lasciva,
e la pernice perfida e gelosa,
ch'a depredare i cacciatori aiuta.
Amano alcune di raccorsi insieme,
e congiunger le forze e i cari alberghi,
quasi in una città comune a tutti,
sotto un lor propio re. L'imperio e 'l fasto
ricusan altre del signor superbo,
talchè ciascuna a sè provede e pensa.
Sia da quelle il principio, onde l'essempio
prendiam per l'uso de l'umana vita.
Comuni han l'api la cittate, e i tetti
di molle cera e l'odorate celle;
comune il volo e la fatica, e l'opre
di mirabil lavoro, e i conti paschi;
e comune hanno ancor la prole e i figli,
che non son nati in doloroso parto
d'amor lascivo, il qual congiunge e mesce
l'affaticate insieme immonde membra,
ma con la bocca fuor succhiati e scelti
da gli odorati e rugiadosi fiori.
Poi tutte insieme in bella schiera accolte
sotto un ordine solo, un solo impero
seguon d'un re, ch'è venerato a prova.
E non sostiene alcuna uscire a' prati,
d'erbe vestiti e di bei fior dipinti,
se prima il re non incomincia il volo.
E non è questo re per caso eletto,
o per fortuna, che sovente inalza
a somma podestà l'indegno e 'l vile;
nè per giudicio de l'errante volgo,
nè come erede de l'antico regno
de gli avi antichi nel superbo soglio
s'asside, gonfio del paterno fasto,
e 'ntenerito da lusinghe e vezzi,
ne l'arti peregrine incolto e rozzo.
Ma per natura il nobil regno acquista,
e da natura ha le reali insegne
d'oro lucenti, onde s'adorna e splende;
e gli altri di grandezza e di figura
e di costumi mansueti avanza.
È ben d'aculeo il re pungente armato,
ma l'aculeo non usa in far vendetta:
perchè son leggi, non in breve carta,
od in aride foglie o 'n frale scorza,
o 'n durissima pietra impresse e scritte;
ma da natura entro le menti infisse,
ch'ove è più di possanza e di valore,
più vi sia di clemenza e di pietate.
Ma qualunque de l'api il re non segue
o pur si mostra in obedir ritrosa,
del temerario ardir tosto si pente
o di sua tracotanza, e sente il colpo
del propio aculeo, ond'è trafitta e more:
fiero castigo in se medesmo ed aspro,
che già soleano usar gli antichi Persi,
dando a se stessi voluntaria morte.
Niun barbaro re di Persi o d'Indi,
o di Sarmati pur, o novo o prisco,
con tanta riverenza al regio scettro
vide inchinarsi i popoli devoti,
quanti ne vede nel minuto stuolo
il fortunato re de l'api industri,
che l'arme, onde natura il fece adorno,
non opra ne' soggetti e ne gli umili.
Odan di Cristo i servi, a' quali è imposto
che non si renda mai per male il male,
ma che nel bene il mal s'avanzi e vinca.
Odan de l'api caste il santo essempio,
nè d'imitarlo alcun si prenda a sdegno:
ch'ella nel procurarsi il propio vitto
non guasta l'altrui cibo e nol corrompe,
ma di cera si finge i dolci alberghi,
la qual da vari fiori accoglie e mesce.
E pur di fiori l'ingegnosa, e d'erbe
d'ogn'intorno spiranti il vario odore,
loca a la sua capace angusta reggia
i primi fondamenti, e sovra asperge
d'umor celeste rugiadose stille,
liquido prima, e poi tenace e denso.
E con cera sottil divide e parte
minutissime celle, a cui di sovra
la somma parte, ch'è pendente e cava,
fa testudini e volte; e l'una a l'altra
s'appressa in guisa tal ch'aggiunte e scevre
la vicinanza lor distringe e lega
più forte insieme la tenace mole,
e fa non ruinoso a lei sostegno:
sì che può sostenere il dolce peso,
e ritener che giù non caggia il mele.
E ben si mostra l'ingegnosa pecchia
architetto ne l'opra e nel lavoro
maraviglioso, e saggia, e dotta a pieno
di quanto il geometra insegna e trova.
Perchè formò le celle in giusto spazio
con sei angoli tutte e fianchi eguali,
e non per dritto l'uno a l'altro appoggia,
ma quelle infime sedi in guisa adatta
a le sovrane sue concave parti,
che nulla ne patisce il sommo e l'imo.
Ma come annoverar potrò narrando
de' cari augelli le sì varie vite?
L'estrane gru dentro l'adunco piede
portano il sasso, onde si folce e libra
tra l'aure incerte l'agitato volo,
mentre ne' giorni nubilosi e brevi,
lasciando a dietro il Termodonte o l'Ebro,
passano i larghi mari; e 'n su l'apriche
sponde soglion vernar de l'ampio Nilo.
Tal per savorna in mar tra' venti e l'onde,
altre rive cercando ed altre parti,
regge il suo corso la spalmata nave.
Queste han di notte sentinelle e scorte,
che mentre l'altre in placida quiete
dormon sicure, van girando intorno;
e le notturne insidie e i venti e l'aure
spian da tutte parti impigre e pronte.
E poi fornìta quella guardia, e 'l tempo
di lor vigilia, al suon quasi di tromba
destan gli addormentati; e gli occhi al sonno
danno per breve spazio, e 'n quella vece
altri succede al faticoso officio.
Una precede l'altre, e quasi avanti
l'alte insegne precorre; e poi si volge
nel tempo dato, e la sua sorte e 'l loco
che si conviene al duce, altrui concede.
Dimostran molto di ragione e d'arte
le cicogne, e 'n tal guisa al tempo istesso
quasi a spiegate insegne in queste parti
vengon da più lontano ignoto clima.
E le nostre cornici amica guardia
lor fanno intorno, in ampio stuol congiunte.
E son fidata scorta al lungo volo
contra la forza de' nemici augelli,
come soglion guerrieri inglesi e scoti,
o germani ed iberi uniti in lega.
Ed in quella stagione in loco alcuno
non ci appar la cornice, e poi ritorna
tinta le piume d'onorate piaghe,
e del già dato aiuto i segni mostra.
Deh chi descrisse lor sì certe leggi
di sì pietoso officio? o chi minaccia
sì grave accusa o pur sì giuste pene
a chi gli ordini fermi, e 'l propio loco
per viltate abbandona in guerra o 'n campo?
Quinci prendete essempio, egri mortali,
e l'uomo impari da gli augei volanti
quai de gli ospiti sian le giuste leggi,
nè chiuda avaro albergator superbo
le dure porte a' peregrini erranti
a mezzanotte, o lor dinieghi il cibo;
se per gli estrani augelli i nostri augelli
non ricusan d'espor la vita in guerra,
e de' perigli altrui si fan consorti.
E qual altra cagion di fiera morte
in Sodoma versò di fiamme ardente
dal ciel turbato spaventosa pioggia,
che la ragion del violato albergo
sprezzata e rotta, e quell'iniquo oltraggio?
Ma la pietosa Providenzia e cara,
la qual de le cicogne a' vecchi è mastra,
destar ben può de' figli il dolce amore
verso gli antichi loro e stanchi padri.
Quelle d'intorno al genitor languente,
a cui per lunga età cadere a terra
sogliono i vanni e le minute piume,
stanno pietose. E le già afflitte membra,
e nude di pennate e lievi spoglie,
scaldano al volator lassato e grave
soavemente con le propie penne;
e gli portano il cibo ond'ei si pasca,
e sollevano ancora e quinci e quindi
con l'ali il tardo veglio, e 'n questa guisa,
le disusate membra a l'uso antico
già richiamanti, danno aiuto al volo.
Ma qual fra noi di sollevar l'infermo
padre non sembra fastidito e lasso?
Chi n'impone a le spalle il grave pondo?
Quel ch'è creduto ne l'istorie a pena.
E non più tosto disdegnoso e schivo
a l'altrui braccia le caduche membra
commette, e 'l mal locato officio a' servi?
Ora prendiam lodato e caro essempio
di materna pietate, e non si dolga
di povertate o di miseria alcuno,
nè de la vita sua dispere e pianga,
mentre riguarda il magistero e l'opre
de la pietosa rondinella industre.
La rondinella di minuto corpo,
ma di sublime egregia e chiaro affetto,
povera e bisognosa, il propio nido
ella medesma pur compone e finge,
prezioso via più di gemme e d'auro:
perchè d'ogni tesoro è vile il pregio
a lato a quell'albergo, in cui s'annida
la sapienza. E ben è saggia e scaltra,
mentre ella del volar mantiene e serba
la vaga libertate, e nutre e cresce
i pargoletti ancor teneri figli,
securi da l'insidie e da gli assalti
de gli altri augei, sotto i sublimi tetti
là dove l'uom ricovra, e per usanza
al conversar uman così gli avezza.
È mirabile ancor l'ingegno e l'arte,
onde a se stessa le sue propie case
fa senz'aita d'architetto o fabro;
e le festuche pria prepara e sceglie,
e le cosparge di tenace fango
per congiungerle insieme, e se coi piedi
non può in alto portar tenero limo,
l'ali d'acqua si sparge, e poi di polve
arida e leve, ond'ella fa di novo
la fangosa materia a l'umil casa.
Con questa, quasi colla, aggiunge insieme
le già scelte festuche, e di lor forma
il nido a' figli; a cui se gli occhi accieca,
pungendo alcuno, ella il perduto lume
a' ciechi rende con la medica arte.
Or chi di povertà si lagna e plora,
miri la rondinella, e grazia speri
da quel Signor, ch'a lei sì larga dote
diede, e sì ricco don d'arte e di ingegno,
onde di povertate e di fortuna
ogni sciagura, ogni difetto adempie
in sì lodata e sì felice inopia.
L'alcione, del mar picciol augello,
forma di palla in guisa il dolce nido
d'arido fior, che 'l mare in sè produce:
e i pargoletti figli a mezzo il verno
da la tenera scinde e frale scorza
ne l'arenoso lito, in cui depone
de l'ova il caro suo portato peso.
E questo avien quando da fieri venti
il mare a terra si percote e frange,
e biancheggiando di canuta spuma
sparge le molli arene e i duri scogli.
E de l'alcione al desiato parto
è sopito il furor d'orridi venti,
son quete l'onde tempestose, e 'ntorno
sgombre le nubi, e serenato il cielo
in sì tranquillo e sì felice aspetto
de' fidi augelli a la progenie arride.
E 'n sette prima di sì lieti giorni
suol covar l'ova la pennata madre,
ne gli altri sette nutre i nati figli.
Ed a questi ed a quelli ha imposto il nome
da l'alcione il navigante esperto,
ed al candor del lucido sereno
da tutti gli altri li distingue e segna.
Questo ci rassicuri e ci conforti,
perchè chiediamo a Dio le grazie e i doni;
lo qual, se 'n grazia d'un minuto augello
l'orribil placa e grande e vasto mare
in mezzo al tempestoso ed aspro verno,
e lo ritiene e 'l fa tranquillo e piano,
che farà, s'egli intende al nostro scampo?
o se provede a l'uom suo figlio eletto,
di sua divinità sembiante imago?
La tortorella dal suo amor disgiunta
non vuol novo consorte e novo amore,
ma solitaria e mesta vita elegge
in secco ramo, e 'n perturbato fonte
la sete estingue; e del marito estinto
così rinova la memoria amara.
A lui sua castità conserva e guarda,
a lui di moglie ancora il caro nome,
perchè solver non può l'iniqua morte
le sante leggi di vergogna, e i patti
a cui s'astrinse voluntaria in prima.
Quinci la vedovella essempio prenda,
nè baldanzosa a le seconde nozze
s'affretti, e tuffi ne l'oblio profondo
l'amor suo primo e la sua prima fede.
L'aquila in allevar la nobil prole
è via più d'altro disdegnosa e 'ngiusta:
chè di tre figli i duo percote e scaccia
con gli aspri colpi de' suoi duri vanni,
e 'l terzo alleva, a cui non manchi il cibo,
che suol rapire il predator volante.
E forse altra cagion più bella e giusta,
non avarizia del nutrir la spinge,
ma severo giudicio, onde riprova
com'a lei non convegna indegno parto,
perchè volge i suoi figli inverso il sole
sospesi in aria ne l'adunco artiglio;
e quel che non dechina a' raggi ardenti
la ripercossa vista e 'l debil guardo,
ma intrepido nel sol l'affissa e ferma,
è scelto a prova, e gli altri aborre e sdegna
pur come indegni di reale onore,
con quel suo generoso e gran rifiuto.
Ma gli scacciati entro 'l suo nido accoglie
quella che rompe l'ossa, e quinci il nome
prende, od aquila sia bastarda, e nata
di genitor diforme, od altro augello;
nè gli lascia perir d'orrida fame,
ma co' suoi figli lor nutrisce e serba.
E tali son quei duri acerbi padri,
che espongono i bambini, o sono iniqui
nel compartir fra' suoi l'avere e l'esca.
E tutti quei c'hanno l'artiglio adunco,
allor ch'i figli timidetti il volo
tentan primiero, e spiegan l'ale a pena
con mal sicure ancora e 'ncerte penne,
gli spingon tosto dal paterno nido;
e s'alcuno al partir è tardo e lento,
con l'ali sue percosso e ripercosso
precipitando 'l caccia il fiero padre.
Ma verso i figli suoi l'amore e 'l zelo
de la cornice assai di laude è degno,
che 'n atto di pietosa e fida madre
conduce nel lor primo ardito volo
la debil prole; e lor ministra 'l cibo
lunga stagion, perchè s'avanzi e cresca.
E molti sono ancora e vari augelli,
cui non fa d'uopo, in generare, il maschio,
come gravidi sian di vento e d'aura.
Ma son poscia infecondi i nati figli,
nè fan perpetua la ventosa prole
d'Euro i nepoti, o pur di Noto e d'Austro.
Ma senza mescolarsi, e senza coppia
di maritale amor concepe e figlia
l'avoltoio, che sì tardi a morte giunge
(maraviglioso al mondo e raro mostro),
e col secolo suo la vita agguaglia.
Or se deride alcun gli alti misteri
de la nostra divina invitta fede,
nè creder può che da' virginei chiostri
de l'intatta Regina il figlio uscisse,
di sua virginità servando il fiore,
miri qual dia famoso e certo essempio
a le cose divine alma natura.
E quel che può ne l'aria augel volante,
possibil creda a Dio, che puote il tutto.
E i medesmi avoltoi presagio e senso
hanno quasi divino, ond'è prevista
de' guerrieri la morte; anzi talvolta
sogliono accompagnar l'armate squadre,
antevedendo la sanguigna strage
de l'orrida battaglia e 'l fin dolente.
Ma chi potria de le locuste a pieno
gli spaventosi esserciti narrarti?
Ch'ad un quasi di guerra orribil segno
sogliono a schiere sollevarsi in alto,
ed accamparsi ed ingombrar d'intorno
quanto è 'l largo paese; e i dolci frutti
pria non toccar, che dal sovrano impero
lor sia permesso il depredare i campi?
Debbo anco dir come al meriggio estivo
le canore cicale i verdi boschi,
quasi nel petto avendo interna lira,
faccian sonar con quei continui accenti?
O come incontra al sol ripari e schermi
di luoghi tenebrosi e d'ore tarde
cerchi l'augel, che da l'antica Atene
a la sua diva fu nutrito e sacro?
E come ei solo infra gli augei volanti
adopri i denti, e in quattro piè si fermi,
benchè due n'abbia l'africano augello,
c'ha sì gran corpo e di sì grave peso?
Sovra due tanti egli il leggiero appoggia,
e l'ali sue quasi di cuoio dispiega;
e come penda l'un da l'altro avinto,
quasi catena inanellata e lunga,
e 'n questa guisa pur, natura, insegni
di scambievole amore i fermi nodi.
E come gli occhi de l'augel notturno
sian somiglianti ad uom, che tutto intenda
d'umana sapienza a' vani studi?
Perchè di quello in tenebroso orrore
la vista è forte, e poscia ha lumi infermi
là dove il sol le tenebre disperda.
Così di questi appare acuto ingegno
nel vano contemplar, ma in vera luce
la debil mente imbruna e tutta adombra.
Debbo anco dir come ti svegli a l'opre
di canoro augelin l'acuta voce,
che lunge intuona e 'l sol richiama, e desta
il peregrin e 'l buon cultor de' campi,
l'uno al suo faticoso aspro viaggio,
l'altro a secar le già mature spighe?
O dir come ne rompa il dolce sonno,
e n'inviti a vegghiar con fida guardia
contra l'insidie d'avversario antico
il tardo augel, che già sottrasse al rischio
la gran città, del mondo alta regina,
a lei scoprendo la notturna fraude,
e 'l barbaro crudel ne l'ombra occulto,
che per oscure vie saliva in alto
a quel suo trionfale altero monte,
ove già sorse in maiestate augusta
alta rocca a l'imperio, a Giove il tempio?
O descriver deggio io del bianco cigno
il divino presagio e 'l dolce canto
anzi l'antiveduta e lieta morte,
onde l'alma immortal s'affida e spera
farsi là sovra 'l ciel per grazia eterna?
O del verme indiano, a cui natura
mirabilmente fa le corna e l'ali,
espor sì varie e sì cangiate forme?
Però voi che sedendo, illustri donne,
tessete e ritessete in tronchi e 'n fiori
e 'n più maravigliose altre figure
prezioso lavoro, e cari stami
da lunge a voi mandati infin da gl'Indi,
per adornar di vaga e molle veste
le care membra; voi ne l'opra, o donne,
dovete richiamar ne l'alta mente
quel che altre volte ragionare udiste:
che risorger debbiam, ripreso il manto
di nostra umanitate, e farci eterni.
Tutte vestite allor di luce e d'auro
risplenderete al Sol che l'alme illustra,
assise in gloriosa ed alta sede,
e d'altro ornate che di perle e d'ostro.
Or a te mi rivolgo, e tu supremo
fra gli altri onore avrai ne gli alti carmi,
immortal, rinascente, unico augello.
E questo fia quasi odorato rogo
di chiare laudi, in cui la fama antica
si rinovi nel mondo e l'ali spanda,
e per questo sereno e puro cielo
lieta si spazi e gloriosa a volo,
a scherno avendo omai gli arabi monti.
Dio fra gli altri dipinti e vaghi augelli
quel dì che prima dispiegar le penne
per l'aria vaga al suon de l'alta voce,
fè la fenice ancor, come si crede,
se pur degna di fede è vecchia fama.
E 'n sì mutabil forma il Padre eterno
di mortal, rinascente, unico augello
figurar volle quasi in raro essempio
l'immortal e rinato unico Figlio,
che rinascer devea, come prescrisse,
quando ei ne generò l'eterno parto.
Loco è nel più remoto ultimo clima
de l'odorato e lucido Oriente,
là dove l'aurea porta al ciel diserra
uscendo il sol, che porta in fronte il giorno.
Nè questo loco è già vicino a l'orto
estivo, o pur a l'orto onde si mostra
il sol cinto di nubi a mezzo il verno;
ma solo a quello ond'ei n'appare ed esce
quando i giorni e le notti insieme agguaglia.
Ivi si stende ne gli aperti campi
un larghissimo pian; nè valle o poggio
in quell'ampiezza sua dechina o sorge,
ma quel loco è creduto alzare al cielo
sovra i nostri famosi orridi monti
sei volte e sei la verde ombrosa fronte.
E quivi senza luce al sole è sacra
opaca selva, e con perpetuo onore
di non caduche fronde è verde il bosco,
che l'ondoso ocean circonda intorno.
E quando de l'incendio i segni adusti
nel ciel lasciò nel carreggiar Fetonte,
securo il loco fu da quelle fiamme.
E quando giacque in gran diluvio il mondo
sommerso, ei superò l'orribili acque.
Nè giungon quivi mai pallidi morbi,
o pur l'egra vecchiezza o l'empia morte,
non cupidigia o fame infame d'oro,
non scelerata colpa, o fiero Marte,
o pure insano amor di morte iniqua.
Sono l'ire lontane e 'l duolo e 'l lutto,
e povertà d'orridi panni involta,
e i mal desti pensieri, e le pungenti
spinose cure, e la penuria angusta.
Quivi tempesta o di turbato vento
orrida forza il suo furor non mostra,
nè sovra i campi mai l'oscure nubi
stendono il negro e tenebroso velo,
nè d'alto cade impetuosa pioggia.
Ma in mezzo mormorando un vivo fonte
lucido sorge e trasparente e puro,
e d'acque dolci e cristalline abonda,
e ciascun mese egli si versa e spande,
talchè dodici volte il bosco irriga.
Quivi alza i rami da sublime tronco
arbor frondoso, e non caduchi e dolci
pendono i pomi tra le verdi fronde.
Tra queste piante e 'n quella selva alberga
appresso il fonte l'unica fenice,
che de la morte sua rinasce e vive:
augello eguale a le celesti forme,
che vivace le stelle adegua, e 'l tempo
consuma e vince con rifatte membra.
E come sia del sol gradita ancella,
ha questo da natura officio e dono,
che quando in cielo ad apparir comincia
sparsa di rose la novella aurora,
e dal ciel caccia le minute stelle,
ella tre volte e quattro in mezzo a l'acque
sommerge 'l corpo, e pur tre volte e quattro
liba quel dolce umor del vivo gorgo.
Poscia a volo s'inalza, e siede in cima
de l'arbore frondosa, e quinci intorno
la selva tutta signoreggia e mira.
Ed al nascer del sole indi conversa,
del sol già nato aspetta i raggi e 'l lume.
Ma poichè l'aura di quel lucido auro,
onde fiammeggia il sol, risplende e spira,
a sparger già comincia in dolci modi
il sacro canto; e la novella luce
con la mirabil voce affretta e chiama.
A cui voce di Cirra o di Parnaso
dolce armonia non si pareggia in parte,
nè di Mercurio la canora cetra
l'assembra, nè morendo il bianco cigno.
Ma poichè Febo del celeste Olimpo
trascorre i luminosi aperti campi,
e per quell'ampio cerchio intorno è volto,
ella tre volte ripercossa al petto
l'ali d'oro e dipinte, al sol applaude
con non errante suon la notte e 'l giorno.
E la medesma ancor parte e distingue
l'ore veloci, e quella accesa fronte,
venerata tre volte, alfin si tace,
pur come sia del sacro oscuro bosco,
e di que' tenebrosi ed alti orrori
sacerdote solinga, a cui son conti
i secreti del cielo e di natura:
però di riverenza e d'onor degna.
Ma poi forniti cento e cento lustri,
ne la vetusta età più grave e tarda,
ella che già passare a volo i nembi
poteva e le sonore atre procelle,
per rinovar la stanca vita, e 'l tempo
chiuso e ristretto pur da spazi angusti,
fugge del bosco usato il dolce albergo.
E di rinascer vaga, i lochi sacri
addietro lascia, e vola al nostro mondo,
ove ha suoi regni l'importuna morte.
E già drizza invecchiata il lento volo
in quella di Soria famosa parte,
a cui diede ella di Fenice il nome.
E di selve deserte ivi ricerca
per non calcate vie secreta stanza,
e si ricovra ne l'occulto bosco.
Ed allor coglie de l'aereo giogo
forte palma sublime, a cui pur anco
compartì di fenice il caro nome;
cui romper non potria co' feri denti
serpe squammosa o pur augel rapace,
od altra ingiuriosa orrida belva.
E chiusi allor ne le spelunche i venti
taccion fra cavernosi orridi chiostri,
per non turbar co' lor torbidi spirti
del bell'aer purpureo il dolce aspetto.
Nè condensata turbo i vani campi
del ciel ricopre, ed al felice augello
toglie la vista de' soavi raggi.
Quinci il nido si fa, sia nido o tomba
quello in cui pere, onde rinasca e viva
l'augel, che di se stesso è padre e figlio,
e se medesmo egli produce e cria.
Quinci raccoglie de la ricca selva
i dolci succhi e i più soavi odori,
che scelga il Tiro o l'Arabo felice,
o Pigmeo favoloso od Indo adusto,
o che produca pur nel molle grembo
de' Sabei fortunati aprica terra.
E quinci l'aura di spirante amomo,
con le sue canne il balsamo raguna;
nè cassia manca o l'odorato acanto,
nè de l'incenso lagrimose stille,
e di tenero nardo i novi germi,
e di mirra v'aggiunge i cari paschi.
Quando repente il variabil corpo,
e le già quete membra alluoga e posa
nel vital letto del felice nido,
e nel falso sepolcro ardente cuna
al suo nascer prepara, anzi la morte.
Sparge poi con la bocca i dolci sughi
intorno, e sovra a le sue propie membra.
Ivi l'essequie sue si fa morendo,
e debol già con lusinghieri accenti
saluta il sole, anzi l'adora e placa.
E mesce umil preghiera a l'umil canto,
chiedendo i cari incendi, onde risorga
col novo acquisto di perduta forza.
Fra vari odori poi l'alma spirante
raccomanda al sepolcro, e non paventa
l'ardita fede di sì caro pegno.
Parte di vital morte il corpo estinto
s'accende, e l'ardor suo fiamme produce,
e del lume lontan concepe il foco,
ond'egli ferve oltra misura e flagra,
lieto del suo morir, perchè veloce
al rinascer di novo egli s'affretta.
Splende quasi di stelle ardenti il rogo,
e consuma il già lasso e pigro veglio.
La luna il corso suo raffrena e tarda,
e par che tema in quel mirabil parto
natura, faticosa e stanca madre,
che non si perda l'immortale augello;
ma di gemina vita in mezzo il foco
posto il dubbio confin distingue e parte.
Ne le ceneri aduste alfin converso,
le sue ceneri accolte egli raduna
in massa condensate, e quasi in vece
è l'occulta virtù d'interno seme.
E quinci prima l'animal ci nasce,
e 'n forma d'ovo si raccoglie in giro.
Poi si riforma nel primier sembiante,
e da le nove sue squarciate spoglie
alfin germoglia l'immortal fenice.
Già la rozza fanciulla a poco a poco
si comincia a vestir di vaga piuma,
qual farfalla talvolta, a' sassi avinta
con debil filo, suol cangiar le penne.
Ma non ha per lei cibo il nostro mondo,
nè di nutrirla alcun si cura intanto,
ma celesti rugiade intanto liba,
da l'auree stelle e da l'argentea luna
cadute in cristallina e dolce pioggia.
Queste raccoglie, e fra ben mille odori,
sin che dimostri il suo maturo aspetto
ne le cresciute membra, indi si pasce.
Ma quando giovinetta omai fiorisce,
fa volando ritorno al primo albergo.
E quel ch'avanza del suo corpo estinto
e de l'aduste e 'ncenerite spoglie,
unge di caro ed odorato succo,
in cui balsamo solve e incenso e mirra,
e con pietosa bocca indi l'informa,
e tondo 'l fa, sì come palla o sfera,
e portandol co' piedi, al lucido orto
si rivolge del sole, e 'l volo affretta.
E l'accompagna innumerabil turba
d'augei sospesi, e lunga squadra e densa,
anzi essercito grande intorno intorno
fa quasi nube, e 'l volator circonda.
Nè di tanti guerrieri alcuno ardisce
al peregrino duce andare incontra,
ma de l'ardente re le strade adora.
Non il fero falcone ardita guerra
gli move, o quel ch'i folgori tonanti
(com'è favola antica) al ciel ministra.
Qual le sue barbaresche orride torme
scorgea dal fiume Tigre il re de' Parti,
di preziose gemme e d'aurea pompa
altero, e di corona il crine adorno,
purpureo il manto, ch'è dipinto e sparso
dal lago di Soria di perle e d'oro,
e col fren d'oro al suo destrier spumante
regger soleva il polveroso corso
per la città d'Assiria alto e superbo,
ov'ebbe fortunato ed ampio impero;
tale ancor va maraviglioso in vista
l'augel rinato, e con reale onore
e real portamento i vanni ei spiega.
Il color è purpureo, onde somiglia
il papavero lento, allor ch'al cielo
le sue foglie spargendo al sol rosseggia.
Di questo quasi velo a lui risplende
il corpo, la cervice, il capo e 'l tergo.
Sparge la coda che di lucido oro
rassembra, e d'ostro poi macchiata e tinta.
Ne le sue penne ancora orna e dipinge
pur come in rugiadosa e curva nube,
l'arco celeste, in cui si varia e mesce
verdeggiante smeraldo a' bianchi segni,
ed a gli altri cerulei e vaghi fiori.
Ha duo grandi occhi eguali a duo giacinti,
e riluce da lor vivace fiamma,
e pur gemma somiglia il rostro adunco.
La testa le circonda egual corona,
come la cinge al sol co' raggi ardenti.
Son le gambe squammose, e d'or distinte
l'unghie rosate, e la sua forma illustre
tra quella del pavon mista simiglia,
e de l'augel che 'n riva al Fasi annida.
Grande è così, ch'a pena augello o fera
nata in Arabia, sua grandezza agguaglia;
pur non è tarda, ma veloce e pronta,
e con reale onor nel ratto volo
la regia maiestate altrui dimostra.
Del verde Egitto una cittate antica
ne' secoli primieri al sol fu sacra:
quivi sorger solea famoso tempio
di ben cento colonne altero e grande,
già svelte dal tebano orrido monte.
E quivi, come è fama, il ricco fascio
repor solea sovra i fumanti altari;
e 'l caro peso destinato al foco,
a le fiamme credea, tre volte e quattro
adorando del sol l'ardente imago.
Fiammeggia il seme acceso, e 'l sacro fumo
con odorate nubi ondeggia e spira,
tal ch'egli aggiunge a gli stagnanti campi
di Pelusio, e spargendo odori intorno,
di sè riempie gli Etiopi e gli Indi.
Maravigliando a la mirabil vista
tragge l'Egitto, e 'l peregrino augello
lieto saluta, e festeggiando onora
repente. È la sua forma in sacri marmi
scolpita, e in lor segnato il nome e 'l giorno.
O fortunato, e di te padre e figlio,
felice augello, e di te stesso erede,
nutrito e nutritor, cui non distingue
il vario sesso, e lunga età vetusta
non manda, come gli altri, al fine estremo;
nè Venere corrompe, o 'l suo diletto
non cangia indebolito, e van dissolve;
cui di Venere in vece è lieta morte,
onde rinasci poi l'istesso, ed altri,
e con la morte immortal vita acquisti.
Tu, poichè la vecchiezza i mari e' monti
cangiato ha quasi e variato il mondo,
perpetuo ti conservi e quasi eterno
a te medesmo ognor pari e sembiante.
E tu sei pur del raggirar de' tempi,
e de' secoli tanti in lui trascorsi,
di tante cose e di tante opre illustri
sol testimonio, o fortunato augello.
E felice via più perchè a noi mostri,
quasi in figura di colori e d'auro,
l'unico Figlio del suo Padre Iddio,
Dio, come 'l Padre, a lui sembiante e pari.
E la natura col tuo raro essempio
insegna pur a l'animosa mente
(s'ella dubita mai) com'ei risorga
da la sua morte e dal sepolcro, eterno,
e benchè nostra pura e invitta fede
abbia lume più chiaro onde ci illustri,
te non disprezza, e con perpetuo onore
il tuo bel nome al tuo fattor consacra,
ch'è sommo sole, onde ha sua luce il sole.
Fatto avea tutti omai gli umidi campi,
ch'agitar suole il vento obliquo o l'onde,
co' propi abitatori il Padre eterno,
s'abitatori pur de l'aria vaga
i volatori augelli, e non più tosto
son de la terra, onde hanno il cibo e 'l volo.
Quando egli vide il suo lavoro, e l'opre
tutte esser buone, e gli animai feroci
buoni pur anco, e sua bontate impressa
in lor, qual nota del suo mastro o segno,
però gli benedisse, e 'n questa guisa
disse: "Crescete, e numerosa prole
tutte le acque riempia, e 'n su la terra
in gran numero ancor s'avanzi e cresca
ogni progenie de' volanti augelli".
E de la santa voce il santo impero
ancora è certa e 'nviolabil legge.
Perchè dopo tanti anni e tanti lustri,
tanti secoli a volo omai trascorsi
da' princìpi del mondo a questa estrema
e tarda etate, in cui s'appressa il fine,
nè progenie di lor, nè fera stirpe,
o per diluvio o per incendio ardente,
o per lunga mortale orrida peste,
o per lor feritate o per l'insidie
d'umano ingegno, o per le orribili armi
estinta non rimase o scema unquanco,
ma quasi eterna si perpetua e serba.
Tanta de la divina e santa voce
è la virtù che lor difende e guarda,
perchè sia a pieno, e 'n ogni parte adorno
questo che tutti abbraccia e tutti accoglie
ne l'ampissimo sen capace mondo.
Così fu fatto. Ed al mattino il vespro
giungendo, impose fine al quinto giorno.