5 (RVF 28)
O gloriosa in ciel beata e bella
Vergine, che di nostra umanitade
copristi già, non come l'altre carca
di colpe, quel ch'aperse a noi le strade
del ciel, nato di te umil ancella,
onde al suo regno di qua giù si varca;
ecco novellamente a la tua barca
voltando al cieco mondo omai le spalle,
per gir a miglior porto,
ricorre l'alma mia per ver conforto,
lo qual spero che fuor di questa valle,
ove 'l camin è fatto oscuro e torto,
la condurrà de' lacci antichi sciolta
per drittissimo calle
al verace oriente, ov'ella è volta.
Ascolta adunque, o madre, i giusti preghi
e non guardar a mie colpe mortali,
ma fa' che inanzi a la pietà superna
le tue preghiere siano tante e tali,
che per merito lor si movi e pieghi
fuor di suo corso la giustizia eterna,
sì ch'esso pio Signor, che 'l ciel governa
e che venne a portar per noi la croce,
donde a' mortali gira
gli occhi pietosi e 'l dolce lume spira,
non guardi al senso avezzo, che mi noce,
ma al buon voler de l'alma, che sospira
a lui per gran desio d'esser sua sposa,
onde con umil voce
gemendo, sopra ciò sta ognior pensosa.
Tu, madre, che del ciel possedi il monte
e sotto te la terra e l'onde salse,
a le cui sacre insegne s'accompagna
ciascuno, a cui di ver pregio mai si calse
dal primo insino a l'ultimo orizonte,
tal che Italia, la Magna, Francia, Ispagna,
Britannia tutta, e l'isole che bagna
l'oceano intra 'l Carro e le Colonne,
infin là dove sona
dottrina del santissimo Elicona,
ti chiaman sempre, e sotto umili gonne
l'alme, ch'al ciel la caritate sprona,
fammi tal grazia, ch'io ancor ne sia degno,
che te, fior de le donne,
amando, tutto 'l mondo abbia in disdegno.
Vedi, Regina, come 'l cor mi giace
al basso in ghiaccio ed in gelate nevi,
lontano dal splendor del sommo Sole,
tanto ch'i giorni, benché siano brevi
naturalmente, perché senza pace
sono, m'increscon sì ch'un'ora suole
parermi mille, e molto più mi duole
che 'l nemico furor la spada cigne
a maggior danni miei.
Però ricorro a te, madre, che sei
nostra speranza, per l'onde sanguigne,
ch'in croce sparse quel vero agnus Dei:
fa' sì che l'aversario, ch'io pavento,
quando in me il ferro strigne,
tutti gli colpi suoi commetta al vento.
Omai è tempo da ritrarre il collo
dal giogo antico e da squarciare il velo,
ch'è stato avolto intorno agli occhi nostri,
poi ch'è venuto giù da l'alto cielo
non Giove, non Mercurio, non Apollo,
no 'l domitor d'orrendi e feri mostri
né molt'altri, che per teatri e chiostri
lodati son da Orfeo ed Anfione,
ma quello, ch'infra i gigli
si pasce, e che, per farci veri figli
del sommo padre, cangia sua magione
e viensi umil in terra, acciò che pigli
umana carne di te degna madre
e con dolce sermone
a l'uomo insegni far opre leggiadre.
O prezioso e nobile tesauro,
idea seconda ne l'eterne carte,
sostegno d'ogni nostro peso e soma,
contra il drago infernal squadra di Marte,
cinta di triomfale mirto e lauro
il santo capo e l'onorata chioma
sopra ogni vincitor che mai fu in Roma,
pregoti, s'unque fosti a me cortese,
ch'or la tua mano sia,
com'esser suole, verso me sì pia
che schifar possa le nemiche offese
col favor del bel figlio tuo, Maria,
ch'indarno certo alcuna parte spera
ne l'umane difese,
se Cristo sta da la contraria schiera.
Di ciò in essempio abbiam l'ardir di Xerse,
che passò con gran squadre a' nostri liti,
de' quai appresso il mar di Salamina
altri furon occisi, altri feriti
contrario avendo Dio le genti perse.
Sì ch'a l'uom che 'l suo core non inchina
ad esso tuo figliuol e a te, Regina,
il cielo da l'occaso a l'oriente
vittoria non promette.
Ma ben chi ha le sue forze in voi ristrette
vince gran stuol con poca armata gente,
come dicon l'istorie da noi lette:
ch'umiliar al ciel pur ci conviene
le ginocchia e la mente,
sperando in te ristoro d'ogni bene.
Tu vedrai 'l cielo e l'onorata riva,
canzon, ch'a gli occhi miei cela e contende
non mar, non poggio o fiume,
ma sol l'error che mi smarisce il lume
de l'intelletto e 'l senso che m'incende:
onde, acciò romper possa il dur costume,
e venir là, fa' tu che m'accompagne
quella che con sue bende
infascia Cristo ed a la croce il piagne.