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By Auteur inconnu

O del Bifronte Colle,

D'onor corona ordite,

Vergini Dive, al buon Fanciul che nasce,

Chiaro Germe, ch'estolle

L'alta Ruspola Vite,

Che d'umor nuovo si restaura e pasce.

Entro l'aurate fasce

Per voi s'avvolga, e intanto

Di fior' versate un nembo.

Voi l'accogliete in grembo,

Voi gli asciugate co' bei carmi il pianto;

Tu, o Sonno, i rai gli imbruna,

Ed io di lauri adombrerò la Cuna.

Quindi la nobil Alma,

Mentr'ei pur posa e dorme,

Ascolti il suon dell'immortal mia Lira,

Pria che sua dolce calma

Delle terrestri forme

Turbi il tumulto, e duol conosca, od ira;

E s'ei non apre e gira

Le vaghe luci intorno,

Perdoni il Genitore

Queste brevi dimore,

Ch'a i dolci amplessi or or farà ritorno,

E nelle care ciglia

Vedrà giunta al piacer la meraviglia.

Ei sa ch'è amabil arte

A i pargoletti Eroi

Far con plettro Dirceo dolce lusinga,

Qualor Musa comparte

Tanto a' Cantor' fra noi,

Che 'l puro Fonte di Parnaso attinga.

Bel genio mi lusinga

Per l'alta via de' Numi

Mirar del Sol le rote,

Ov'erri, onde si ruote

Giove, Ciprigna, e Marte, e gli altri Lumi

Al gran Natal chiamati,

E dir di lui quel ch'ordinaro i Fati.

Ma pur fallace Scuola

Per noi turba mortale

È colassù delle future cose!

Ben veggio in varia stola

Nel Concavo immortale

Splender degli Avi suoi l'alme famose.

Le chiome gloriose

Circonda altri d'alloro,

Altri di mitra, e santo

Lume ad alcuna è manto;

Qual rifulge di porpora, e qual d'oro,

Qual cigne usbergo, e spada,

Che stilla ancor di morte aspra rugiada.

Colui che 'l guardo atterra

È Mario il forte Scoto,

Sceso da' Regi, e par che altiero or dica:

“Io già con Carlo in guerra

Portai dal Suol remoto

Sull'Italico Ren la Stirpe antica,

Ch'or sulla riva amica

Del Tebro alza le chiome,

E tu, Fanciul, tu sei

Figlio de' Figli miei.

Cangia Fortuna in voi l'insegne e 'l nome,

Ma il sangue mio si scopre

Al regio aspetto, allo splendor dell'opre.”

Veggio Rinier sagace,

Cinto di toga e d'ostro,

E Galeazzo Uom d'arme, e d'onor carco.

Veggio un d'Astrea seguace,

L'altro di Marte, al nostro

Secolo più vicini Emilio e Marco.

Quanti famosi io varco,

Quanti l'obblio n'oscura,

Che fur tra Duci e Regi

In toga e in arme egregi,

E fora il numerargli inutil cura,

Ond'a' Nipoti infuso

Passò 'l valor già per natura ed uso.

Ma nel mirar Giacinta

Cade il mio sguardo al suolo,

Ove il cenere aspetta incenso ed ara.

Di sì gran lume cinta

Splende costei sul polo,

Che i rai m'abbaglia, e 'l cor m'apre, e rischiara,

Forte Eroina, e chiara,

Non per Città fondate,

O debellate Genti,

O Re cattivi e spenti,

Ma per vera ed altissima umiltate,

Sotto povera veste

Seguendo in breve chioma il Re celeste.

E tu, Alessandro, or poggi

Colà fra i Maggior' tui,

Tolto poc'anzi alla mutabil vita:

Te pianse il Tebro, ch'oggi

Consola i danni sui

Nel tuo German, che di Riniero imita

L'ostro e la gloria Avita.

Di Galeazzo io dico,

Degna quaggiù d'Impero

Alma Real, cui fero

Corona i pensier' saggi e 'l crine antico;

Popolo a lui soggetto

L'umane voglie, e Città forte è il petto.

Ei Precursore e Duce

De' Figli tuoi scoverse

Al giovinetto piè la via degli Avi,

E la segnò di luce

Insolita a vederse,

La via, che tu lor corsa anco mostravi.

Dolci costumi, e gravi

Quindi Francesco apprese,

E in verde età mature

Le magnanime cure,

Per cui tant'alto sorvolando ascese,

Che meritò sua chioma

Le frondi grate a i Defensor' di Roma.

Quando svegliò Quirino

Tromba di Marte avvezza

A mormorar sul Po barbari Carmi,

Sdegnossi il Cuor Latino,

Dicendo: “Oro, e ricchezza

Neghittosa quaggiù, che puoi tu darmi?”

Ed ecco uomini, ed armi

A' cenni suoi fur pronte.

Ecco per Duce espone

Al nuvol d'Aquilone

Del picciol Figlio l'animosa fronte,

Al Cittadin che langue,

Liberal pria dell'oro, e poi del sangue.

Quinci riporta il Prode

Dal Successor di Piero

Titolo eccelso, e Signoril Corona,

E mentre umana lode

Sul gemino emispero

Batte le penne, il Ciel gli applaude, e tuona.

Il Ciel di lui ragiona,

Perché umiltà riserba,

Riserba il cor gentile

Chiaro da Battro a Tile,

Ché virtù vera non fa onor superba;

E 'l Re dell'alta mole

Il don gli fa dell'onorata Prole.

Felice Pargoletto,

Ben fu cortese il Fato,

Che tanto l'Alba da' tuoi dì trattenne

Per darti a noi perfetto,

De' nuovi fregi ornato,

Che la virtù del genitore ottenne;

Ma non avrà mai penne

Sì forti aquila, o dardo,

Ch'adegui i passi tui

Per l'alte orme di lui

Correndo a prova col Fratel non tardo,

Ch'a te dinanzi i passi

Raddoppia, onde per via nol giunga, e passi.

Perché il soave frutto

Dell'altrui sole Palme

Credendo ignobil esca e vil conforto,

Tu per tua man costrutto

Vorrai fra sì grand'alme

Erger trofeo. Veri presagi io porto:

Sarà l'attender corto,

Ché sul tuo cor germogli

Virtute impaziente,

Ond'hai prisco e presente

Ne' tuoi l'esempio, e in te 'l gran seme accogli,

Per cui d'onor se' certo,

Senza tòr sull'altrui ragione o merto.

Apri, gentil Fanciullo,

Apri i begl'occhi omai,

Che non son degli Eroi lunghi i riposi.

Prendi gioia e trastullo,

E ne' Materni Rai

Vagheggia i tuoi, che son del par vezzosi.

Prendi i baci amorosi

Dall'alta Genitrice,

Qual Achille od Enea

Da Teti o Citerea,

Tu da Madre più casta e più felice,

Sposa ad egual Consorte,

Figliuol più vago, e un dì più saggio e forte.

Ma tra 'l grand'Avo e 'l Padre

Valore, e cortesia

Bevi per gli occhi, e 'l molle petto inonda.

Poi tant'opre leggiadre,

Che 'l Sol dipinge e cria,

Mira, e 'l suol fisso, e la volubil onda,

E 'l Ciel, che ne circonda

Talor di nubi involto,

Bench'or più chiare e belle

T'arridono le Stelle,

E la Terra quaggiù s'adorna il volto,

E 'l dì più tardi ha sera,

E 'l tuo Natal festeggia Primavera.

Già la crescente Oliva

I tardi rami affretta

Per coronarti il crin di frondi nuove.

A te s'erge, e coltiva

L'Arbore al Sol diletta,

E l'altre, onde s'onora Ercole, e Giove.

Alma dal Ciel si muove,

Che, dalle man' divine

In vaga veste ascosa,

A te quaggiù fia sposa

Eletta fra le vergini Latine,

Perché dal sen fecondo

Mandi gli Eroi, ch'aspetta Italia, e 'l Mondo.

O buon Sangue Romano,

Cui son le Grazie intorno,

Cui la Terra egualmente, e 'l Cielo onora;

Sebben di propria mano

Al tuo mortal soggiorno

Felicità l'eccelse porte infiora,

De' nostri lauri ancora

Non isdegnar ghirlande,

Ma in questi carmi espressa

Misuri omai sé stessa

L'acerba tua Virtute adulta e grande,

Sola a sé stessa esempio,

Per cui sen poggi della Gloria al Tempio.