51 (253)
Svelta dal fianco degli aerei monti,
Prende Artefice illustre in chiuso loco
A tormentar la vil materia alpestra.
Quivi d'orror la spoglia a poco a poco,
Finché l'idea del suo pensier v'impronti,
Senza posar l'infaticabil destra;
Ma poich'arte maestra
Più far non puote, e in lei già spira e luce
Umana forma di beltà celeste,
Apre le mura infeste
Del travaglioso albergo, e la conduce
In luogo eccelso, onde s'ammiri, e scopra
Nel sasso il nume, e il facitor nell'opra.
Piacciati, Urania, che l'eterne cose
Io pennelleggi di color terreno.
Meraviglioso Fabbro è il Re del Mondo,
Delle cui Statue il sommo Empireo è pieno,
Che son beate in Cielo, e gloriose
Godono in terra dell'onor secondo.
Artefice profondo
Tragge in romita Chiostra il cuore umano;
E ben sovente d'Uom selvaggio e vile,
Ivi lo fa gentile
Collo scalpel della severa mano,
Finché v'imprime alta bellezza, e degna
Di star colà, dov'ei trionfa e regna.
Volgomi a te colla volubil onda
Degl'inni miei per illustrarti il solco,
Piccolo suol di Cantalice oscura,
Dove già nacque il Villanel Bifolco,
Ch'or solca il Firmamento, e il Suol feconda
Col raggio di sua gloria eterna e pura.
Ben di sua selce dura
Rupper leggiadre di virtù faville,
Se arava il campo, o se pascea l'armento;
E cento volte, e cento
Tu ne stupisti, e le vicine ville,
Ovunque il percotea la man di Lui,
Che a sé chiamando il dividea da altrui.
Oh qual diletto fu, qual meraviglia,
Quand'ei movea per le sonanti avene
Divina laude in su i confin' del giorno!
E i verdi boschi, e le colline amene,
Del superbo Appennino umil famiglia,
Mute ascoltaro, e gli fer' plauso intorno!
O quando a mezzo giorno
Partia l'ombra de' faggi, e le parole
Co i pastorelli, e in additar due strade:
“Quinci”, dicea, “si cade,
Quindi si va sopra le Stelle e il Sole”;
Poi riprendea coll'armi in piè risorto
L'alte fatiche, ond'ei traea conforto.
Ma santo Amor gli ragionò sul cuore:
“Troppo, o Felice, ove tu metti i piedi,
Fiorito è il suol, troppo gli affanni scarsi.
Oro non già, ma libertà ti diedi,
E forti membra, onde a soffrir dolore
Abbia la salma, e il cuor di che spogliarsi.”
Udì la voce, e, sparsi
Aratro e marre in sul pratel nativo,
Corse in angusta e solitaria Cella,
Ove il suo Dio l'appella,
Ove dovea farsi immortale e Divo;
E sotto l'ombra, che il governa e regge,
Di Serafica verga il piè corregge.
Grazie del Ciel, che i poveri tuguri
Hanno in custodia, ove Francesco aperse
Antichissima scuola d'umiltate,
Di lor ciascuna entrò per vie diverse
Del cuor di lui ne' cupi fondi oscuri
Col Fabro eterno, e vi portò beltate.
O bella crudeltate
Por giogo a i sensi, e la ragion sul seggio,
Con far dell'egra salma aspro governo,
Con patir duolo e scherno!
Quante virtuti in una sola io veggio!
Quante s'ei prega o s'ei contempla! e quante
Se irato sgrida, o se consiglia amante!
Così poteo sovra natura ed arte
Dal mortal guado alle sostanze prime
L'ali dell'alma sollevar cotanto,
Ch'or sulle Stelle, e in Vatican sublime
Va d'alto onor co i chiari ingegni a parte,
E col gran Pio, che ha tre Corone, e Manto.
Godi, o Felice, o Santo,
Che di Clemente all'adoranda voce
A te s'inchini il Cielo, e gli Elementi.
Candide e negre genti
Fra i rai dell'alba e la notturna foce
T'offrano incensi, e qual per ombra o velo
Veggiamo il dì de' tuoi Trionfi in Cielo.
Ché se onor cresce per colui ch'onora,
E da' più degni vien più chiara laude,
Bel pregio è ancor dell'immortal tua gloria,
Che oggi ti adora il Mondo, e il Ciel ti applaude
Per decreto di lui, ch'è degno ancora
D'onor' celesti, e di perpetua istoria.
Tien colassù memoria
Dell'ostie offerte, e de' votivi altari,
Ma più dell'umiltade, ond'ei ricopre
Gli alti pensieri, e l'opre.
Tu 'l favorisci, e gli tranquilla i Mari,
Tu spira al gran Nocchiero aura fedele,
E tardi ei ceda al successor le vele.