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By Auteur inconnu

Svelta dal fianco degli aerei monti,

Prende Artefice illustre in chiuso loco

A tormentar la vil materia alpestra.

Quivi d'orror la spoglia a poco a poco,

Finché l'idea del suo pensier v'impronti,

Senza posar l'infaticabil destra;

Ma poich'arte maestra

Più far non puote, e in lei già spira e luce

Umana forma di beltà celeste,

Apre le mura infeste

Del travaglioso albergo, e la conduce

In luogo eccelso, onde s'ammiri, e scopra

Nel sasso il nume, e il facitor nell'opra.

Piacciati, Urania, che l'eterne cose

Io pennelleggi di color terreno.

Meraviglioso Fabbro è il Re del Mondo,

Delle cui Statue il sommo Empireo è pieno,

Che son beate in Cielo, e gloriose

Godono in terra dell'onor secondo.

Artefice profondo

Tragge in romita Chiostra il cuore umano;

E ben sovente d'Uom selvaggio e vile,

Ivi lo fa gentile

Collo scalpel della severa mano,

Finché v'imprime alta bellezza, e degna

Di star colà, dov'ei trionfa e regna.

Volgomi a te colla volubil onda

Degl'inni miei per illustrarti il solco,

Piccolo suol di Cantalice oscura,

Dove già nacque il Villanel Bifolco,

Ch'or solca il Firmamento, e il Suol feconda

Col raggio di sua gloria eterna e pura.

Ben di sua selce dura

Rupper leggiadre di virtù faville,

Se arava il campo, o se pascea l'armento;

E cento volte, e cento

Tu ne stupisti, e le vicine ville,

Ovunque il percotea la man di Lui,

Che a sé chiamando il dividea da altrui.

Oh qual diletto fu, qual meraviglia,

Quand'ei movea per le sonanti avene

Divina laude in su i confin' del giorno!

E i verdi boschi, e le colline amene,

Del superbo Appennino umil famiglia,

Mute ascoltaro, e gli fer' plauso intorno!

O quando a mezzo giorno

Partia l'ombra de' faggi, e le parole

Co i pastorelli, e in additar due strade:

“Quinci”, dicea, “si cade,

Quindi si va sopra le Stelle e il Sole”;

Poi riprendea coll'armi in piè risorto

L'alte fatiche, ond'ei traea conforto.

Ma santo Amor gli ragionò sul cuore:

“Troppo, o Felice, ove tu metti i piedi,

Fiorito è il suol, troppo gli affanni scarsi.

Oro non già, ma libertà ti diedi,

E forti membra, onde a soffrir dolore

Abbia la salma, e il cuor di che spogliarsi.”

Udì la voce, e, sparsi

Aratro e marre in sul pratel nativo,

Corse in angusta e solitaria Cella,

Ove il suo Dio l'appella,

Ove dovea farsi immortale e Divo;

E sotto l'ombra, che il governa e regge,

Di Serafica verga il piè corregge.

Grazie del Ciel, che i poveri tuguri

Hanno in custodia, ove Francesco aperse

Antichissima scuola d'umiltate,

Di lor ciascuna entrò per vie diverse

Del cuor di lui ne' cupi fondi oscuri

Col Fabro eterno, e vi portò beltate.

O bella crudeltate

Por giogo a i sensi, e la ragion sul seggio,

Con far dell'egra salma aspro governo,

Con patir duolo e scherno!

Quante virtuti in una sola io veggio!

Quante s'ei prega o s'ei contempla! e quante

Se irato sgrida, o se consiglia amante!

Così poteo sovra natura ed arte

Dal mortal guado alle sostanze prime

L'ali dell'alma sollevar cotanto,

Ch'or sulle Stelle, e in Vatican sublime

Va d'alto onor co i chiari ingegni a parte,

E col gran Pio, che ha tre Corone, e Manto.

Godi, o Felice, o Santo,

Che di Clemente all'adoranda voce

A te s'inchini il Cielo, e gli Elementi.

Candide e negre genti

Fra i rai dell'alba e la notturna foce

T'offrano incensi, e qual per ombra o velo

Veggiamo il dì de' tuoi Trionfi in Cielo.

Ché se onor cresce per colui ch'onora,

E da' più degni vien più chiara laude,

Bel pregio è ancor dell'immortal tua gloria,

Che oggi ti adora il Mondo, e il Ciel ti applaude

Per decreto di lui, ch'è degno ancora

D'onor' celesti, e di perpetua istoria.

Tien colassù memoria

Dell'ostie offerte, e de' votivi altari,

Ma più dell'umiltade, ond'ei ricopre

Gli alti pensieri, e l'opre.

Tu 'l favorisci, e gli tranquilla i Mari,

Tu spira al gran Nocchiero aura fedele,

E tardi ei ceda al successor le vele.