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By Auteur inconnu

Perché tu fosti quella,

Che il Re del Cielo elesse all'alta impresa,

E senza te non diè salute al Mondo,

Quella, che non compresa

Nel gran pubblico fallo e tutta bella

Fu dal sommo adombrata Amor fecondo,

O Santa Madre dell'Adam secondo,

A te lo stil rivolgo e l'intelletto;

Ma nulla posso, se non porgi aita

All'alma, che smarrita

Mal pareggia l'immenso almo soggetto.

Tu ver' me le pietose

Luci rivolgi del tuo dolce aspetto,

E da queste infiammato io dirò cose,

Che ne' secoli fur gran tempo ascose.

Dirò che 'l dì primiero

Di sue divine incomprensibil' vie

Sovr'ogn'altra t'elesse il sommo Padre,

E invan di voglie rie

S'armò per farsi di tue spoglie altero

Il fier nemico dell'umane squadre.

Tu fosti fin d'allor Regina e Madre,

E nulla valse all'empio il farti guerra

E immaginar dell'Aquilone il soglio,

Ché 'l temerario orgoglio

Virtù maggiore in un momento atterra,

Virtù, che 'l Re superno

Dal gran tesor dell'ire sue disserra,

E l'avversario del valore eterno

Confonde e fuga al tenebroso Inferno.

Mira con qual rovina

Cade l'angue superbo, e quanta seco

Parte del Ciel precipitando mena!

Ma non per questo il cieco

Desio corregge, o al pentimento inchina

La voglia ingorda e di livor ripiena.

Par che non senta l'infinita pena,

Che d'ogni parte lo divora e rode,

Tal nutre di vendetta ampio disegno.

Già della Terra il regno

Va meditando, e ne trionfa e gode;

Già 'l pomo rio dispensa,

E col piacer della futura frode,

Che contro l'uomo in sé rivolge e pensa,

La perduta del Ciel gloria compensa.

Pensier, perché mi guidi

A rammentare il mal gustato frutto?

Lascia che l'infelice istoria i' taccia.

Già non mi doglio in tutto

De' primi nostri Genitori infidi,

Né di lui, che, ingannando, il piè n'allaccia.

Quel, ch'è scritto nel Ciel, convien si faccia;

E veggio ben che, se l'altrui non era

Falsa impromessa e 'l nostro caso avverso,

Né 'l Re dell'Universo

Sceso saria dalla superna sfera

A domar l'empio Mostro,

Né tu con sovrumana alta maniera,

Chiuso il gran Dio nel verginal tuo chiostro,

Fatto avresti felice il peccar nostro.

Se palesi in quel tempo

Erano al folle ingannator gli effetti

Dell'arti sue, com'or ch'ogn'ombra è tolta,

Forse pensieri e detti

Cangiati avria, per ripararsi in tempo

Dall'esser vinto la seconda volta;

Ma così piacque al Cielo, che di folta

Caligine coperse il gran decreto,

E la nostra salute a te commise.

Tu in disusate guise

Alteramente umile e mansueto

Festi il Nume sovrano,

Ed ei, qual buon Pastor, non fu mai lieto,

Sinché ritolto al predator di mano

Non ridusse in sua greggia il Germe umano.

Dico che noi in sua greggia

Per gran pietà ridusse e dagli acerbi

Lacci di Morte il buon Pastor disciolse;

Noi, in vece de' superbi

Abitatori dell'Empirea reggia,

Esuli sulla terra in seno accolse.

Buon frutto di mal seme il Mondo colse,

E per alto ineffabile consiglio

Dall'inimico derivò salute;

Ma senza te perdute

Eran nostre speranze, e 'l divin Figlio

Né pur rivolto a noi

Avria pietoso una sol volta il ciglio,

Se tu, che (sua mercede) il tutto puoi,

Forza non gli facei con gli occhi tuoi.

Virtù di tue gioconde

Luci fu quella, che dall'alto trasse

E cinse il Verbo di caduco ammanto:

Non che a Lui bisognasse

Aita, o nascer non potesse altronde,

Ma te sola degnò dell'onor tanto.

Né del gran Parto mai altr'ebbe il vanto,

Salvo il Padre, che in Ciel genera sempre,

Della Divinità Principio e Fonte,

E te, che di nostr'onte

Quaggiù 'l danno ripari e 'l duol contempre:

Onde, se giunte sono

Al Nume eterno le terrene tempre

E l'uomo ottenne al suo fallo perdono,

Di te, gran Donna, interamente è dono.

Canzon, tu non sarai gran tempo sola,

Se chi 'l bel seno di Maria riempie

Della sua grazia il mio difetto adempie.