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By Torquato Tasso

Già s'era intorno la novella udita

de la morte d'Alcide, a le cui spalle

la Chiesa il suo gran peso avea commesso:

l'Italia si dolea ché 'n dubbio calle

vedea di Dio la greggia errar smarrita

e gl'inimici lupi aver già presso.

E qual è di dolor segno sì espresso

che non mostrasse allor? Dicanlo i rivi,

a cui col suo gran pianto accrebbe l'onde;

ditel voi, che di fronde

con gli accesi sospir, boschi, vi ha privi;

Eco, dì 'l tu, ch'altronde

tanti mai non udisti aspri lamenti,

né l'iterasti in sì pietosi accenti.

Ma ne l'alma città ch'inonda il Tebro,

com'ella maggior parte ebbe nel danno,

così di duolo maggior segno apparse,

qual mostrò allor che 'l suo fiero tiranno,

di furore e di sdegno insano ed ebro,

lei di voraci fiamme intorno sparse

e le colonne e gli archi e i templi le arse,

e ciò che prima alzar gli antichi Augusti,

ché memoria del fatto anco non langue;

e sol poscia col sangue

forse bramò de gl'innocenti e giusti

(ahi, più crudel d'ogni angue!)

spegner l'incendio rio, che 'n un sol punto

l'opre di tanti lustri avea consunto.

Or nel danno comun, nel novo lutto

de l'umil plebe e de gli eccelsi padri,

fra querele e sospir sì spesse e tanti,

dentro premendo i pensier foschi ed adri

sol mostra il gran Francesco il ciglio asciutto

ed assai men turbati atti e sembianti.

Ma pur, benché di nero il mondo ammanti

l'ombra che fuor del terren grembo sorge,

e 'l ciel spieghi i bei lumi in lui contesti,

egli tien gli occhi desti,

né quiete a le membra afflitte porge

ned a gli spirti mesti;

e, mentre pensa a l'aspre sue sventure,

ondeggia in ampio mar d'acerbe cure.

Al fin quando ogni lampa in cielo appare

più fosca, quasi lume a cui già manche

il nutritivo umor che lo mantiene,

gli serpe a forza il sonno entro le stanche

luci e i sogni n'apporta, onde gli pare

d'esser translato in parti alte e serene.

Ed ecco quivi intanto a lui ne viene

il sacro Alcide: oh, come gli occhi e 'l volto

venerando ed altero, e come queto

vista! oh, come lieto

in atti! oh, come in quei dimostra sciolto

del suo core il secreto!

Cinto ha d'ostro le membra e 'l crin di stelle,

e quinci e quindi sparge auree fiammelle.

Repente un novo orror per l'ossa scorre

al saggio suo nipote e gli s'agghiaccia

il sangue intorno al core e si costringe;

pur distende ver quel l'amiche braccia;

ma quel, che cerca tra le man raccorre

gli atomi, sol il vento e l'aria stringe:

onde nel volto di rossor si pinge,

poi dice: "Padre, a me chi ti riduce?

Forse ritorni ad abitar là giuso?

o pur ha noi deluso

vano rumore, e tu d'umana luce

godi nel corpo chiuso?

Ché pura forma e di materia scossa

com'è ch'esser de gli occhi oggetto possa?"

Allora quel da luogo eccelso e chiaro

e di lucenti e spesse stelle adorno,

le quai mente divina informa e move,

incominciò: "Verace fama intorno

di me si sparse, e 'l passo altrui sì amaro

lieto varcai, ch'i piè mi resse Giove.

Or vuoi l'amor, ch'a mille segni altrove

già d'averti dimostro a te rimembra,

che te de' fatti tuoi renda presago.

Io di lieve aer vago

formato a me medesmo ho queste membra,

del corpo vana imago;

ma, perché punto il tempo unqua non tarda,

miei detti accogli e serba, e 'n giù risguarda,

Mira là quella turba in un ridutta

da più parti, e 'n più parti e 'n sé divisa

ed in somma discordia, or sì concorde,

com'ella il cielo ad espugnar s'avvisa

col valor de' giganti ond'è condutta,

né di se stessa par che si ricorde.

Oh, quante incontra Dio profane e lorde

lingue son mosse! oh, quante inique spade!

oh, quanti monti un sovra l'altro eretto!

Ove ed a qual effetto

ne vanno? onde tal rabbia? onde in lor cade

sì reo, sì folle affetto?

Deh! qual confusion in voi si vede

di lingue sì, ma più d'opre e di fede?

T'armerà Dio di folgori tremendi

la forte destra a ciò che i sacri tempi

securi sian da questi iniqui e stolti.

Ecco, io tonar già t'odo; ecco già gli empi

smarriti al fiammeggiar de' lampi orrendi;

eccoli già percossi e in fuga volti.

Saran tra le ruine altri sepolti

de le gran moli a danno lor composte;

fian da le fiamme in polve altri conversi,

altri n'andran dispersi;

altri, con l'alme al ben oprar disposte,

da lo stuol de' perversi

si ridurran sotto tue fide scorte,

e tu loro aprirai del ciel le porte.

Ma, pria che questo avvenga, al tuo destino

tu medesmo un sentier largo prepara

e 'n sino ad or t'infiamma a nobil guerra;

e perché possi ogni superba avara

voglia sprezzar, tien giù lo sguardo chino

e vedrai quanto è angusta e vil la terra,

e in quanto breve giro in lei si serra

la vostra gloria e la potenza umana,

che così par ch'ogni mortale apprezze.

Deh! saran sempre avvezze

le vostre menti in seguir l'ombra vana

del ben, fama e ricchezze,

ch'acquistate in molti anni e ch'in brev'ora

l'ingordo tempo al fin strugge e divora?

Vedi come la terra in cinque cerchi

distinta giace, e che ne son due sempre

per algente pruina orridi e inculti;

deserto è il terzo ancora, e che si stempri

pare e si sfaccia ne gli ardor soverchi.

Restan sol quelli frequentati e culti,

ma sono a l'un de l'altro i fatti occulti.

Quante interposte in loro e vaste e nude

solitudini scorgi, e 'n ogni parte,

quasi macchie cosparte,

lor come isole il mare intorno chiude!

E quel che 'n voce e 'n carte

è oceano chiamato ed ampio e magno,

che sembra or se non un picciol stagno?

Omai dunque da l'ime a le supreme

parti il cor volgi e lieto al ciel aspira,

onde l'animo nostro origin prende

ché questo, il qual de' globi intorno gira

ordin meraviglioso unito insieme

per man del Mastro eterno, in sé t'attende.

E questa, che del cielo il moto rende

dolce armonia mista d'acuto e grave,

a cui pur dianzi chiusi eran tuoi sensi,

ti desti; e quindi accensi

tuoi spirti sian di sacro ardor soave,

sin ch'altro miri e pensi".

Così detto ei disparve; a quegli il seno

restò di gioia e di stupor ripieno.

Piangano gli altri il chiaro Alcide estinto:

canzon, tu canta lui che 'n cielo è divo,

e vive in terra ancor nel gran nepote:

questi è ben tal che puote

far che 'l mondo di lui non paia privo;

né fian d'effetto vuote

l'alte speranze già da noi concette,

s'egli è pur ver che Febo il ver ne dette.