530)
O saggio, o forte, o glorioso, invitto
Nostro Giove terreno, Augusto CARLO,
Fulminator delle Ottomane schiere,
Non si ascriva a delitto
Della vil cetra mia se di te parlo,
Scemando il pregio a tue virtù guerriere,
Però che lodi vere
Solo dar ti potrebbe un che ne' carmi
Possente fosse, qual tu sei nell'armi.
Ma benigno al mio dir l'orecchio inchina,
Come il Dio d'Israele
Dolce si volse all'Eritrea marina
Gli inni ad udir del popol suo fedele,
Che avea già lieto i flutti
Varcati a piedi asciutti,
In cui poi cadde Faraon crudele.
Credea l'ingiusto Usurpator de' Troni,
Che a' gran' Nipoti in riva all'Ellesponto
Per doppio onore eresse Costantino,
Degli Arabi Ladroni
Collo stuol più a fuggir che a pugnar pronto,
Sull'Europa condur del Bizantino
Lido l'aspro destino.
Tanto l'indegno Usurpator credea,
Ma il Ciel ne' suoi decreti altro volgea:
Onde l'Asia sconfitta al Savo in riva
Delle sue schiere armate
Giacque nel sangue, lacera e cattiva,
E l'Istro sovra l'acque insanguinate
Le ree novelle amare
Portò nel Tracio mare
Colle insegne de' Barbari squarciate.
Intanto il Duce delle Odrisie navi,
Che Corcira offendeano, a' suoi Guerrieri
Dall'alte poppe ecco l'Italia addita:
"Colà le antenne gravi
Volgerem tosto, e donde fia che speri,
Vinta omai la Germania, il Tebro aita?
Misera e sbigottita
Piegherà il collo al giogo e alle catene
Roma altera, non men ch'Argo e Micene."
Dicea, ma 'l suono trionfal s'intese
Delle armi tue, che al core
Ratto dell'empio, come folgor, scese,
Ed ebbe tanta in lui forza il timore,
Che, l'ampie vele al vento
Disciolte in un momento,
Rivolse in fuga l'Ottomane prore.
E fugge e puote rivoltar le spalle
All'alta speme del maggiore Impero
De' tuo' primi trionfi al grido solo.
Ma già, già un nuovo calle
S'aprio d'onor l'Austriaco Augel guerriero,
E contra Temesvar dispiegò il volo:
Già fé cadere al suolo
L'indomita finor ampia Cittade,
Premio non vil delle Germane spade.
E se l'uman pensier felici auguri
Trar può da sorte amica
I lieti eventi a presagir futuri,
Vedrem, vedrem per la campagna aprica
Mesto scorrere il Xanto
E rinnovare il pianto,
Qual feo per Troia nell'etade antica.
Signor, poiché la vincitrice spada,
Del barbarico sangue aspersa e tinta,
Nuda anco impugni coll'invitta mano,
Segui la bella strada
A trionfi maggiori, e l'Asia vinta
Sotto al tuo piè batta la fronte al piano.
Del reo Soglio Ottomano
Tronca il sostegno, e sian sue forze dome
Tanto che alfin di lui si spenga il nome.
Che fai, Signore? e Betelem non odi?
Non vedi onuste il piede
Di gravi ceppi indegni e Cipro e Rodi?
Mira Sion come dolente siede,
E grida: "A fare acquisto
Del Sepolcro di Cristo
Il Popol battezzato e quando riede?"
Non creder già che t'abbia il Ciel concessa
Sì gran Vittoria, perché il tuo terreno
Del sangue d'Oriente si dipinga,
Né perché resti oppressa
Gente sì numerosa a morte in seno,
O servil laccio il nudo piè le stringa,
Ma perché doma cinga
La bianca stola, e del Vangelo al Fonte
Chini pentita la superba fronte,
E si rivegga folgorar la Croce
Su i profanati Altari
Dal culto reo dell'Ottoman feroce,
E tua mercé sorgano i dì più chiari,
Che per disciorre il voto
Il Peregrin divoto
Libero varchi amiche terre e mari.