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By Torquato Tasso

Lascia, Imeneo, Parnaso, e qui discendi

ove fra liete pompe il regal fiume

col canto de' suoi cigni a sé t'appella.

Ben sai ch'a' tuoi ritorni ognor più rendi,

come prescritto è da fatal costume,

d'inusitata gioia adorna e bella

questa non pur famosa riva e quella,

che di trofei più che di piante abbonda,

ma 'l vecchio Tebro e 'l Nilo e 'l più lontano

lido de l'oceano:

quinci Italia è d'eroi sempre feconda,

quinci al Franco al Germano

mille rivi comparte, e, quasi un mare,

nulla scema in se stessa ella n'appare.

Quinci non pur superba e gloriosa

la terra va che lor palme ed allori

con più fertile sen nutre e produce,

ma la parte immortale e luminosa

par che con nove stelle indi s'onori

e splenda a noi con più serena luce:

perché, sì come già Teseo e Polluce,

Romulo e quel che presso a lui s'asside

ne l'aureo albergo peregrini accolse,

tal da' mortali tolse

i Guelfi e gli Azzi e l'uno e l'altro Alcide

e per suoi dei lor volse:

onde regnar l'avventurosa prole

vede, o sotto si miri o sopra il sole.

Vieni, Imeneo! dal tuo venire aspetta

novi la terra e 'l ciel divi ed eroi,

né mai più nobil alme in un giungesti:

oh, quanto altrui più cara e più diletta

spiegherà la gran Quercia i rami suoi,

se di sì nobil verga or tu l'innesti!

Si farà il secol d'auro; e sol da questi

vorrà il mondo il suo cibo; e certa e vera

voce piena n'udrà d'alti consigli

ne' dubbi e ne' perigli.

E dritto è ben che ne la Quercia altera

l'Aquila albergo pigli:

sacra a Giove è la Quercia, e, sacra a Giove,

l'Aquila al proprio nido or lieta move.

Vieni, vieni, Imeneo, dove il regale

amante ne' begli occhi, in cui sfavilla

celeste onor, si pasce e te sospira.

Oh che degna t'invita ed immortale

schiera! Qui seco è placida e tranquilla

Bellona e Marte senza ferro ed ira:

ché l'armi ond'a domar quelli empi aspira

ch'impongon monti a monti incontra 'l cielo

in un de' suoi gran rami ora depone.

Qui senza il fier Gorgone

è Palla in bianca veste e 'n puro velo;

qui Febo, che corone

di lauro e quercia al crin gl'intesse e 'n tanto

empie altrui di se stesso e sveglia al canto.

Qui vedrai fra le Grazie e fra le Muse

la vergine seder timida e lieta,

cui Ciprigna è nel volto e Delia in seno.

Ma ecco germogliar da le più chiuse

vene tra 'l gielo i fiori e molle e cheta

l'aura e rider intorno il ciel sereno;

ecco quasi un vermiglio aureo baleno!

Imeneo scende, ed una man la face

scote accesa in quel foco onde ferventi

son le superne menti;

ne l'altra è un laccio lucido e tenace

ch'innanzi a gli elementi

il Fabro eterno di mirabil tempre

formò, perch'egli stringa e piaccia sempre.

Solvi, o felice sposo, il casto cinto

che severo custode a te riserba

puri e 'n cielo graditi almi diletti:

vivi, or che puoi, tra que' bei nodi avvinto,

ché Marte omai questa tua etade acerba

par ch'a le dure sue fatiche affretti.

Par che veder da la tua destra aspetti

Senna e Reno placati, e 'l Trace invitto

sin qui (vergogna pur del nostro nome)

gemer sott'aspre some,

e le campagne del fecondo Egitto

tutte trascorse e dome:

onde il grand'avo tuo pieni rimiri

per te, sua viva imago, i suoi desiri.

Cigni del Po, cui tal dà cibo ed ombra

che men fora Permesso a voi giocondo,

alzate il canto e 'l volo alzate insieme

ch'anco i folgori teme:

però che, mentre l'ali il nobil pondo

de' lor nomi vi preme,

placido il ciel v'arride, e col felice

incarco al sen di Giove erger vi lice.