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O saggio, invitto, glorioso, e forte
Duce, il cui nome Europa tutta onora,
E l'Asia e l'arenosa Africa teme,
Poiché le prische in te vivon risorte
Alme virtuti e 'l bel valor primiero,
Per cui con tema ancora
Di Roma e de' suoi figli nell'estreme
Sue parti l'Universo si rimembra,
E le ridutte in un barbare membra
Del formidabil Ottomano Impero
Con un sol colpo hai dissipate e sparte,
E che Temesia da' suoi lacci sciolta
In egual speme ha involta
La vicina Belgrado e lei, che parte
Dall'Asia Europa, e all'altro Impero è fronte,
Segui tua sorte; e l'ultimo Oriente
Vegga le insegne tue famose e conte
Tinte del sangue di sua propria gente,
Vegga la destra eternamente eletta
A far de' nostri oltraggi la vendetta.
La maggior opra hai già compita. Il chiaro
Sangue d'Asia fé correr rubiconda
L'acqua del Savo, ed ivi è il furor spento
Di quei che stragi e morte minacciaro.
Or più non v'è che la vil turba inerme,
Che di timor feconda,
Sostien dell'armi il grave pondo a stento,
Ed ha sé in odio e la soverchia vita.
Sol fuggitiva gente sbigottita
Forma le schiere or debili ed inferme,
E a lor davanti è ognora il Duce estinto,
E l'esangue compagno, e le perdute
Insegne, e la virtute
Della tua spada, per cui sola hai vinto;
Né aspettan che l'orribile e tremendo
Primo fragor delle Cristiane trombe,
Per nuovo ricercar scampo fuggendo
Ove il temuto suono non rimbombe
Di tua fama, che grande e gloriosa
Fa tremar Babilonia e star pensosa.
Pon mente all'altra misera ruina,
Che pur dal braccio tuo Tracia sofferse,
E che rammenterà mille e mill'anni,
E rivedrai di Zenta la vicina
Vastissima campagna, che di schiere
Immense ricoperse
Quel superbo, che mosso a i nostri danni,
Di poca gente poscia non sostenne
L'impeto primo, e al piè mise le penne.
Non le vetuste d'Alessandro altere
Imprese, o del Leon, che 'l passo stretto
Con picciol stuolo a Xerse tenne chiuso:
Te sol rammenta e l'uso,
C'hai sopra ogn'altro illustre Duce eletto,
Di render d'Asia il fier popolo oppresso,
Che di sole tue gesta intimorito,
Qual se avesse più schiere armate appresso,
Lasciò Corcira e l'assediato lito,
Ma portò seco il rio timor, ch'el fiede,
Se a te pensa, se t'ode o se ti vede.
Mira quel forte esercito, che reggi,
Di valor colmo e di vittorie carco,
Che acceso di magnanimo furore
Attende impaziente le tue leggi,
Per ricondur l'Augusto Augello al nido,
E all'onorato incarco,
Che sostien del Roman prisco valore,
Dovuta crede la ben degna impresa
Di riportar da nuovi raggi accesa
La Croce d'Oriente in ogni lido,
E unendo di sua mano or le divise
Imperiali insegne, ornar la chioma
Del suo Signor, ch'a Roma
E al suo soccorso sì benigno arrise.
Guerrier dunque di Cristo, eccelso e degno,
Il tempo è questo, e tu 'l conoscer déi,
Ché il Tracio ad atterrar barbaro regno
Il Ciel prescrisse, e tu quel Duce sei,
Per cui, spenta la Setta iniqua e vile,
Vegga il Mondo un Pastore ed un Ovile.
Ma già, colla mia mente, io veggio il santo
Vessillo alzato entro a Bizanzio, e 'l crudo
Usurpator nel proprio Soglio esangue,
Libera l'Asia, e scosso veggio e infranto
Il giogo di Sionne, e te pietoso
Sciorre il voto, e a piè nudo
Il Sepolcro adorar di lui, che 'l sangue
Offrì per l'uomo alla giustizia eterna.
Vinta veggio d'Arabia la più interna
Parte, e 'l Nilo e 'l Eufrate, e l'odioso
Tempio del van Profeta equato al suolo.
Veggio la fama, che festosa spande
Tuo chiaro nome e grande,
E veggio in tanta gloria umil te solo.
Veggio le imprese e gli onorati fatti
In mille carte incisi e in mille marmi,
E celebrarsi le parole e gli atti,
Che festi combattendo in mezzo all'armi,
E veggio in fronte a eternità già scritto:
"Pel Trace oppresso al Grand'EUGENIO Invitto."
Vanne all'Eroe, Canzon, che d'Asia in mano
Tiene il destino, e digli: "A te davante
Pensier, Signore, di tua gloria amante,
Mi guida, e il nome c'hai di forte e umano."
Alla famosa impresa indi l'invita:
L'Oriental gli addita
Or dal fiero Ottomano oppressa terra,
Poi va' gridando: "Guerra, guerra, guerra."