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O per noi lieto avventuroso giorno,
Giorno, che non vedrà notte né sera,
Tanta è la luce che gli splende intorno,
In cui l'ostile, iniqua gente e fera,
Delle nostre contrade usurpatrice,
E che pinge la Luna in la bandiera,
Gente, che, se la fama il ver ne dice,
Rovinosa scendeva a' danni nostri,
Qual torrente da giogo o da pendice,
Fu doma sì che avvien ch'oggi si mostri
Del divin sdegno per tremendo esempio,
E immensi campi del suo sangue inostri.
Vedemmo pure appese al sacro Tempio,
Sacro a colei, che del suo Dio fu Madre,
L'alte memorie dell'orribil scempio,
E i tolti segni delle vinte squadre
Toccar sicuri inermi Pastorelli
E Donzellette semplici e leggiadre.
Pender vedemmo i lunghi ispidi velli,
Che quella gente di follie ripiena
Innalza, e pensa d'atterrir con elli.
Vedemmo (oh vista di letizia piena!)
ALNANO, ALNANO il Pastor grande e Santo
In sembianza gravissima e serena,
Cinto del sacro venerabil manto,
Girsene a render grazie al Dio dell'armi
Fra gli applausi di Roma e il dolce pianto.
Oh potess'io sovra me stesso alzarmi
E i forti Duci e le sublimi imprese
Cantar con aurea cetra e maggior' carmi,
Ch'oggi all'Arcadia mia farei palese
L'ignoto Nome di guerrieri illustri,
Di real' fiumi, e di stranier paese!
Orniam, direi, non d'erbe o di ligustri,
Ma di cedro immortal, di lauro invitto
Quel Duce, che non teme ira di lustri,
Quei, che fu mente e man nel gran conflitto,
Né pago ancora intrepido minaccia
L'alta Bizanzio e la superba Egitto.
Alza, o Trace, se puoi, la bruna faccia
Al prode Domator dell'Oriente,
Che tanto mondo col suo nome abbraccia.
Miralo, or che dell'Elmo aureo lucente
Il nobil crine ornossi, e il fianco cinse
Del Brando, che gli diè l'almo CLEMENTE,
E di' se pari a lui fu quei che spinse
D'Egitto il mar col libro e colla spada,
E chi bramò più mondi e un sol non vinse.
S'a tanta gloria non s'apria la strada
Il valoroso EUGENIO, or qual per noi
Fora sicura mai terra o contrada?
Lungi dal Tebro e da' bei lidi suoi
Diremmo, qual già disse Melibeo:
Addio, dolci campagne, armenti e buoi.
Ma pur mercé di lui, che tanto feo,
Godiam tranquilla pace, e un giorno forse,
Forse - chi sa? - vedremo Arcadia e Alfeo.
O belle piagge, donde al mondo scorse
La semplice dell'oro età pudica,
Fatte or covili di Leoni e d'Orse,
Deh spunti in Ciel stella benigna amica,
Che alfin vi tolga al barbaro servaggio
E voi riempia della gloria antica.
Allor più d'un Campione invitto e saggio
Scriveremo nel cedro e nell'alloro,
Non che sull'orno o nell'ombroso faggio.
Qui scolpirem de i Duci in mezzo al coro
Alteramente il gran CESARE assiso
Sovra il gelido Scita e l'arso Moro,
E il Fanciullo Real, che al patrio viso
Volga dubbioso gl'innocenti sguardi,
Infra la gioia ed il timor diviso.
Ivi Turche faretre e rotti dardi
Premer col piè vedremo un Garzon fero,
Ardito emulator de i più gagliardi,
Che già dal Tago, su cui tiene impero,
A far discese glorioso e bello
L'Unghero Savo del suo sangue altero.
Poscia nel verde sen d'un praticello,
Cui trascorra d'intorno argentea e pura
L'onda di limpidissimo ruscello,
Con erbe e fior', nostra delizia e cura,
Altrui faremo rozzamente espresse
Di Temisvar l'assediate mura.
Qua vedransi sudar tube indefesse
Intente a farsi strada alla grand'opra,
Qual noi su i campi per la bionda messe;
Colà guerrieri, che difenda e copra
Secreto calle, sì che a lor non caglia
De i fulmini, che piovono di sopra,
Di cui la combattuta erta muraglia
Offendon altri, altri sen vanno arditi
A sostener l'asprissima battaglia.
Sparsi vedransi i faretrati Sciti,
Quai morti, quali esangui alla campagna,
E quali avvinti dalle torte viti.
Poi non curando chi a predar rimagna,
Girsen vedremo alla Cittade avversa
EUGENIO, onor d'Italia e di Lamagna,
Ivi spiegando d'atro sangue aspersa
L'Insegna, che nel sen l'Aquila accoglie,
Coll'immote pupille al Sol conversa.
Deh tornin presto a rinverdir le foglie,
E venga omai colla stagion più mite
A lamentarsi di Tereo la Moglie,
Ché abbattute vedrem l'empie Meschite,
Sepolto il Trace in sempiterno obblio,
E posto il fin bramato a tanta lite.
Poi vòlto al Ciel l'augusto CARLO e pio
Dirà: "Signor, girate il guardo intorno:
Tanto Mondo, ch'io reggo, è vostro e mio."
Se fia mai ch'al natio nostro soggiorno
Torniam sicuri, canteremo allora.
Oh per noi lieto avventuroso giorno,
Giorno, di cui spuntò la bella Aurora,
Che le nostr'armi scorta con sua luce,
Sin colà dove l'empio Re dimora.
Ov'egli in fera maestà riluce
Corri, EUGENIO invincibile, a domarlo,
Ed usando tua sorte, eccelso Duce,
Cresci glorie a CLEMENTE e lauri a CARLO.