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By Antonio Tebaldeo

Apparechiative, occhi, a pianger sempre,

privi di luce; hor t'apparecchia, pecto,

nutrir sospiri insin che dura il fiato;

apparèchiate, mano, a scriver versi

sol di dolore; e tu, mia lingua aflicta,

in condolerte ognhor più di Fortuna.

Gli è pur disposto il cielo e la Fortuna

che senza alcuna tregua io viva sempre

in mortal guerra, e che mia voce aflicta

non resti mai d'afaticare il pecto,

e ch'io non muti mai stile, né versi,

sin che fugge da me l'ultimo fiato.

Io non so come più me resti fiato,

avendomi dogliuto di Fortuna

sì longo tempo, e come tanti versi

trovi la fantasia che pensa sempre,

come a tanti sospir' duri il mio pecto

e non si parta l'alma inferma e aflicta.

Deh, perché Morte hormai la carne aflicta

non trâ di stento? Ché un suo picol fiato

potria il foco amorzar dentro al mio pecto

e sciolgerme dai lazi di Fortuna,

ché contento serei per non star sempre

a perder penne, carte, inchiostro e versi.

Le triste rime e i lacrimosi versi,

che mia memoria travagliata e aflicta

volge e rivolge giorno e nocte sempre,

e dei caldi sospiri il longo fiato

dovrian mover leon nonché Fortuna,

uno orso, un tygre e ogni indurato pecto.

Ma stiammi ognhora a balestrar nel pecto

e facia di me stracio e de' mei versi,

questa tanto contraria a me Fortuna,

ché quanto fia mia mente ognhor più aflicta,

sin che il ciel mi darà posanza e fiato,

sempre ferma starà dove fo sempre.

Sempre madonna me fia scritta in pecto:

lei sola il fiato mi pò dare e i versi

e trar mia barca aflicta di Fortuna.