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By Torquato Tasso

Lascia, Musa, le cetre e le ghirlande

di mirto e i bei mirteti, ove talvolta

dolce cantasti lagrimosi carmi;

e prendi lieta altera cetra e grande,

coronata d'allor, ché a chi n'ascolta

canto si dee che agguagli il suon de l'armi;

or tuo favore a me non si risparmi

più ch'a quei che cantar Dido e Pelide:

ché, se ben lodo pargoletto infante,

è 'l ragionar d'Atlante

minor soggetto; e 'l ciel già sì gli arride

che può in cuna agguagliar l'opre d'Alcide.

Già può domare i mostri, ed or lo scudo

tratta, or con l'elmo scherza, e Palla e Marte

l'asta gli arruota l'un, l'altro la spada;

ed egli al folgorar del ferro ignudo

intrepido sorride e con lor parte

l'ore, né scherzo alcun tanto gli aggrada.

Mentre a' fieri trastulli intento bada

soave canto di nutrice o vezzi

non gli lusinghin gli occhi al sonno molle,

ma 'l suon ch'alto s'estolle

lo svegli, e già i riposi e l'ozio sprezzi

e vere laudi ad ascoltar s'avvezzi.

Quinci Lorenzo e quinci Cosmo suone

a le tenere orecchie, e 'n lor si stille

dolce ed alta armonia de' fatti egregi.

Tal, ma in più ferma età, dal suo Chirone

udia cantar l'avventuroso Achille

del genitore e del grand'avo i pregi.

Oda che, scinti d'arme, in toga i regi

temuti in guerra e i capitani invitti

agguagliar di fortuna e di valore;

oda che al primo onore

l'arti greche e romane e i chiari scritti

tornaro e sollevar gl'ingegni afflitti.

Di Giulio ancor la vendicata morte,

ch'ebbe a l'antico Giulio egual fortuna,

sappia, e per duol ne pianga e ne sospiri:

sappia ch'in ciel traslato or gli è consorte

d'onore, e, quando l'orizzonte imbruna,

fra l'altre stelle lampeggiar rimiri

la Giulia luce e vigilar ne' giri,

mentre ad ogni alma al sangue suo rubella

con orrido splendor, con fiera faccia

sangue e morte minaccia.

Teman pur gli empi i rai de l'alta stella,

ché o custodire o vendicar puot'ella.

Oda poi lode più famose e conte

de' lor due grandi e generosi eredi

del sacro peso de l'imperio onusti,

i quai di tre corone ornar la fronte,

calcar gli scettri e dal gran seggio i piedi

porser sovente a' regi ed a gli augusti:

oda come fur saggi e forti e giusti;

come per liberar l'Italia e Roma

l'uno e l'altro sudò sotto il gran manto;

e 'nsieme onori il canto

gli altri che d'ostro e d'or fregiar la chioma,

e lei che Francia armata in gonna ha doma,

Ma sovra mitre e scettri alti e diademi

s'innalzin d'un guerrier l'arme onorate,

che scudo fu d'Italia e spada e scampo,

per cui poteva a' prischi onor supremi

di novo ella aspirar; ma in verde etate

passò, quasi nel ciel trascorre un lampo.

Vedova la milizia ed orbo il campo

rimase, e de' ladroni arte divenne

quella che ne le tue superbe scuole,

Marte, apprender si suole;

e s'ammutir, quando il gran caso avvenne,

le lingue tutte e si stemprar le penne.

Ma pur figliuol lasciò l'alto guerriero

onde il natio terren si fé giocondo

per nova speme; e non fu già fallace,

ché i fondamenti del toscano impero

fermò poi sì, che per crollar del mondo

nulla si scuote e sta sicuro in pace,

e l'onora l'Ibero e 'l Franco e 'l Trace.

Questo lo specchio sia, questo l'oggetto

a cui rivolga vagheggiando i lumi:

quinci i regi costumi,

quinci il valor e 'l senno il pargoletto

tragga e n'imprima e formi il molle petto.

Ma rivolga ancor gli occhi a' veri e vivi

spegli d'ogni valor; miri il gran padre

tra 'l fratel sacro e tra l'armato assiso:

quinci anco i semi di virtù nativi

maturi, e d'alte imagini leggiadre

s'empia e fecondi, e i baci lor nel viso

lietamente riceva e 'l mostri al riso

con cui ben li distingua; indi la mano

al fianco del gran zio sicura stenda

e la spada ne prenda,

e tra sé volga, onore alto e sovrano,

trofei, vittorie, il Nilo e l'oceano.

Gran cose in te desio; ma ciò che fora

mirabile in altrui, leve in te sembra,

o discesa dal ciel Progenie nova:

ch'a te ridon le stelle, a te s'infiora

anzi tempo la terra, a te le membra,

qual pargoletta al ballo, orna e rinnova;

si placa il vento, e l'aria e l'acqua a prova

a te si raddolcisce e rasserena,

e depongon per te le fere il tosco;

stilla a te mele il bosco;

a te nudre il mar perle ed or l'arena,

e scopronti i metalli ogni lor vena.

Mille destrier a te la Spagna serba,

e mille altri ne pasce il nobil regno

che si bagna ne l'Adria e nel Tirreno,

de' quai parte con fronte alta e superba

erra disciolta, e parte altero sdegno

in fumo spira e morde il ricco freno;

e duolsi il Carrarese e marmi a pieno

non stima aver in cui si affretti e sudi

per formar templi ed archi e simolacri

in tua memoria sacri;

e Mongibel rimbomba, e 'n, su l'incudi

ti fan già l'armi i gran giganti ignudi.

Canzon, s'a' piè reali

tua fortuna t'invia, prega, ma taci,

e 'l pregar sia con umiltà di baci.