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Lascia, Musa, le cetre e le ghirlande
di mirto e i bei mirteti, ove talvolta
dolce cantasti lagrimosi carmi;
e prendi lieta altera cetra e grande,
coronata d'allor, ché a chi n'ascolta
canto si dee che agguagli il suon de l'armi;
or tuo favore a me non si risparmi
più ch'a quei che cantar Dido e Pelide:
ché, se ben lodo pargoletto infante,
è 'l ragionar d'Atlante
minor soggetto; e 'l ciel già sì gli arride
che può in cuna agguagliar l'opre d'Alcide.
Già può domare i mostri, ed or lo scudo
tratta, or con l'elmo scherza, e Palla e Marte
l'asta gli arruota l'un, l'altro la spada;
ed egli al folgorar del ferro ignudo
intrepido sorride e con lor parte
l'ore, né scherzo alcun tanto gli aggrada.
Mentre a' fieri trastulli intento bada
soave canto di nutrice o vezzi
non gli lusinghin gli occhi al sonno molle,
ma 'l suon ch'alto s'estolle
lo svegli, e già i riposi e l'ozio sprezzi
e vere laudi ad ascoltar s'avvezzi.
Quinci Lorenzo e quinci Cosmo suone
a le tenere orecchie, e 'n lor si stille
dolce ed alta armonia de' fatti egregi.
Tal, ma in più ferma età, dal suo Chirone
udia cantar l'avventuroso Achille
del genitore e del grand'avo i pregi.
Oda che, scinti d'arme, in toga i regi
temuti in guerra e i capitani invitti
agguagliar di fortuna e di valore;
oda che al primo onore
l'arti greche e romane e i chiari scritti
tornaro e sollevar gl'ingegni afflitti.
Di Giulio ancor la vendicata morte,
ch'ebbe a l'antico Giulio egual fortuna,
sappia, e per duol ne pianga e ne sospiri:
sappia ch'in ciel traslato or gli è consorte
d'onore, e, quando l'orizzonte imbruna,
fra l'altre stelle lampeggiar rimiri
la Giulia luce e vigilar ne' giri,
mentre ad ogni alma al sangue suo rubella
con orrido splendor, con fiera faccia
sangue e morte minaccia.
Teman pur gli empi i rai de l'alta stella,
ché o custodire o vendicar puot'ella.
Oda poi lode più famose e conte
de' lor due grandi e generosi eredi
del sacro peso de l'imperio onusti,
i quai di tre corone ornar la fronte,
calcar gli scettri e dal gran seggio i piedi
porser sovente a' regi ed a gli augusti:
oda come fur saggi e forti e giusti;
come per liberar l'Italia e Roma
l'uno e l'altro sudò sotto il gran manto;
e 'nsieme onori il canto
gli altri che d'ostro e d'or fregiar la chioma,
e lei che Francia armata in gonna ha doma,
Ma sovra mitre e scettri alti e diademi
s'innalzin d'un guerrier l'arme onorate,
che scudo fu d'Italia e spada e scampo,
per cui poteva a' prischi onor supremi
di novo ella aspirar; ma in verde etate
passò, quasi nel ciel trascorre un lampo.
Vedova la milizia ed orbo il campo
rimase, e de' ladroni arte divenne
quella che ne le tue superbe scuole,
Marte, apprender si suole;
e s'ammutir, quando il gran caso avvenne,
le lingue tutte e si stemprar le penne.
Ma pur figliuol lasciò l'alto guerriero
onde il natio terren si fé giocondo
per nova speme; e non fu già fallace,
ché i fondamenti del toscano impero
fermò poi sì, che per crollar del mondo
nulla si scuote e sta sicuro in pace,
e l'onora l'Ibero e 'l Franco e 'l Trace.
Questo lo specchio sia, questo l'oggetto
a cui rivolga vagheggiando i lumi:
quinci i regi costumi,
quinci il valor e 'l senno il pargoletto
tragga e n'imprima e formi il molle petto.
Ma rivolga ancor gli occhi a' veri e vivi
spegli d'ogni valor; miri il gran padre
tra 'l fratel sacro e tra l'armato assiso:
quinci anco i semi di virtù nativi
maturi, e d'alte imagini leggiadre
s'empia e fecondi, e i baci lor nel viso
lietamente riceva e 'l mostri al riso
con cui ben li distingua; indi la mano
al fianco del gran zio sicura stenda
e la spada ne prenda,
e tra sé volga, onore alto e sovrano,
trofei, vittorie, il Nilo e l'oceano.
Gran cose in te desio; ma ciò che fora
mirabile in altrui, leve in te sembra,
o discesa dal ciel Progenie nova:
ch'a te ridon le stelle, a te s'infiora
anzi tempo la terra, a te le membra,
qual pargoletta al ballo, orna e rinnova;
si placa il vento, e l'aria e l'acqua a prova
a te si raddolcisce e rasserena,
e depongon per te le fere il tosco;
stilla a te mele il bosco;
a te nudre il mar perle ed or l'arena,
e scopronti i metalli ogni lor vena.
Mille destrier a te la Spagna serba,
e mille altri ne pasce il nobil regno
che si bagna ne l'Adria e nel Tirreno,
de' quai parte con fronte alta e superba
erra disciolta, e parte altero sdegno
in fumo spira e morde il ricco freno;
e duolsi il Carrarese e marmi a pieno
non stima aver in cui si affretti e sudi
per formar templi ed archi e simolacri
in tua memoria sacri;
e Mongibel rimbomba, e 'n, su l'incudi
ti fan già l'armi i gran giganti ignudi.
Canzon, s'a' piè reali
tua fortuna t'invia, prega, ma taci,
e 'l pregar sia con umiltà di baci.