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Qual novo modo ritrovar poss' io
di lamentarmi? o quai miseri accenti
che dimostrino il fero stato mio?
Deh qual pietà troverò tra le genti
di valor piene, che non sia minore
de la cagione de' miei gravi tormenti?
Lascia omai, lingua, il ragionar d' amore,
che 'l duro caso a me forma nel petto
affetti e voci piene di dolore:
ma non sarà possente l' intelletto
di spinger suon così dolente fuora,
ch' aguagli il duol che tiene il cor ristretto.
Piagni, misero Mondo, che l' Aurora,
anzi quel Sol che ti mostrava il giorno,
sdegna di far ne' tuoi campi dimora:
a più felice, et a più bel soggiorno
sì è alzato a volo, e di celesti onori
ha le sue tempie, e 'l degno crine adorno;
indi contempla i tenebrosi orrori,
le tue false lusinghe, et indi vede
la lunga schiera de' tuoi gravi errori;
mentre premea col glorioso piede
i tuoi terreni alberghi, un chiaro lume,
non che favilla di splendor ti diede;
or spent' è 'n tutto ogni real costume,
ch' ei portò seco ciò che di gentile,
ciò che di bel ti diè benigno Nume.
Voi ch' ascoltate il mio doglioso stile,
Aure ch' intorno gite, e vaghi augelli,
portate il mesto suon da l' Indo a Tile;
tenere erbette, e voi schietti arbuscelli,
spogliatevi di fronde, e date segno
non esser a pietà vera rubelli;
quel caro, ricco, e prezioso pegno
ch' al Mondo prestò 'l Cielo, or ha ritolto,
perché di lui lo conosceva indegno:
bagnati Senna, e tu Garona, il volto
di lagrime, che fuor mandi la doglia,
né sia da fronde il vostro crine accolto.
E tu, Ligeri chiaro, or ti dispoglia
di panni allegri, e togli a le tue sponde
de' bei smeraldi la pregiata spoglia.
Turba le tue lucenti e rapid' onde,
che la parte megliore è gita al Cielo,
e solo il terren peso in te s' asconde;
le meste Ninfe con oscuro velo
faccian nel fondo tuo tale armonia,
che i cor riempian di pietoso zelo.
Quanto ad ora hai di bene è che tu sia
sepolcro degno di cener sì chiaro,
com' abbia il Mondo, od aggia avuto pria:
di grazia il Cielo non t' è stato avaro,
poscia che l' ossa sì pregiate chiudi
che nel suo tempo l' età nostra ornaro:
verghin le penne con lodati studi
carte onorate, e Florimonte viva
tra chiari inchiostri, e tra l' opre d' incudi.
Ma tu, spirto gentil, che giunto a riva
ti godi il sommo bene, e 'n alto assiso
odi quanto di te si parli o scriva,
pregni di quel piacer che 'l Paradiso
può dar a l' alme, talor volgi a noi
quegli occhi santi, e quel beato viso:
che vedrai dagli esperii ai liti eoi
ogn' alma mesta desiar sovente
qualche novella udir de' gesti tuoi;
goditi il Ciel, chiaro spirto lucente,
e se de' nostri error ti calse o cale,
prega per noi l' alta e divina mente
che di salir là su ne presti l' ale.