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Ove corron d'Alfeo le limpid'onde,
Là sotto il vago e temperato Cielo
Della felice Arcadia, a cui seconde
Son le stagioni, e lève il caldo e 'l gelo,
Fu (benché il nome in parte a noi nasconde
L'antico obblio sotto il suo denso velo)
Gente e Regno, che d'opre altere e belle
Ornò già il Mondo e le native stelle.
Ivi spiegò la bella età dell'oro
Le sacre leggi, che fur prima in terra:
Ninfe e Pastori in fortunato coro
Fean tra lor dolce pace e dolce guerra,
Cui fu premio or la fronde, or l'agna o 'l toro;
E spesso v'albergò lei, ch'il Ciel serra,
E rado a noi discese e aprì 'l suo lume,
Se non or ch'omai volte ha qua le piume.
Ma non fu sol tra lievi imprese avvolta
Quell'alma Gente, a vera gloria intesa:
Spesso ruppe i confini all'onde, e colta
Fu da lor palma in memoranda impresa;
Sovente estinse i mostri, e densa e folta
Strada aperse a virtute in pria contesa,
Ond'altri ornar' con fatti il patrio suolo,
Altri salir' sin dove s'erge il Polo.
Tali eran gli alti spirti, e tale il loco,
Ove albergar, tali i pensier', gli studi;
E sarian pur, se l'ozio, il sonno, e 'l giuoco
Non fean lor petti di valore ignudi,
Onde traendo i freddi giorni al foco,
Gli estivi all'ombra, u' non s'accenda e sudi,
Molli divenner l'alme, incolto il Regno,
Albergo a i sensi e del gran nome indegno.
Quindi Virtute al Ciel rivolte l'ali
Lasciò l'antico albergo in preda a' mostri,
Mostri, ch'usciti da rie genti e frali
Vinser le Greche genti; e gli auri e gli ostri
Fur prima preda, ond'han principio i mali.
Così, corsi quei lidi e i lidi nostri,
Fermaro il seggio in quel terren, laddove
Fu pria Virtù, più che mai fosse altrove.
Fuggiro i Divi agresti i boschi e i prati,
Resi sol colmi di importuni stridi;
Lasciar' le Ninfe i fiumi, e i molli fiati
Converse Eolo in orror; gli augelli i nidi
Fuggiro, e i capri i dolci alberghi e i prati;
Fuggon le stranie navi i fieri lidi;
Né Pellegrin, né Viatore il piede
Volge a quell'alma, or desolata sede.
Arcadia, Arcadia, io ben ravviso il fine,
Ch'all'uman fasto il fier destin riserba;
Ma pur m'è grave al nome, alle ruine
Veder ciò che in te copre arena ed erba;
Anzi m'è dolce, or ch'entro alle Latine
Mura veggo di te ciò ch'il Ciel serba:
Serba non già quei sassi, il bosco o 'l fiume,
Ma virtù, ch'omai volte ha qua le piume.
Questa, ch'in te nudrio, nudre or nuov'alme
A vero onor, tra questi ameni orrori,
Onde taluni avran trionfi e palme;
Altri avran sacri e memorandi onori;
Altri sdegnando le terrestri salme
Già gode in Cielo i sempiterni allori;
Altri forse sarà col volger d'anni
Che te ristori alfin de' propri danni.
E sgombri i colli e le campagne e i boschi
De' mostri, e tolte l'arti indegne e 'l nome,
Fia che vòlti in sereni i giorni foschi;
E, sciolti i lacci e le gravose some,
Da quest'Arcadia e da' bei versi Toschi
I Greci tuoi, l'Arcadia tua si nome;
Né a te fia grave il prisco nome egregio
Tòrre, e gir lieta del secondo pregio.
Canzon, veggio due moli, o veder parmi,
Ambo d'un nome, ambo d'onore amiche,
L'una cadente in mezzo a' bronchi e a' marmi
Mesta scovrir le sue ruine antiche;
Virtù nell'altra, che di toghe e d'armi
S'orna, e dà legge a queste piagge apriche:
Tu, se vi scorgi il Pellegrin d'intorno,
Di' che s'inchini al terren sacro e adorno.