6 (431)

By Auteur inconnu

Vago pensier, che per l'oscura valle,

In cui fiero destin ti punge e sprona,

Pur volgi altrove i mal sicuri passi,

E béi talor del fonte d'Elicona,

Nulla curando il faticoso calle,

Di sterpi ingombro e di molesti sassi;

Luoghi solinghi e bassi

Omai ti scorda, e su per l'erte cime

Vola di Pindo, e cerca illustre albergo,

Non più palustre mergo:

E fia, se 'l brami, un chiaro Eroe sublime,

Pien di vero saver la lingua e 'l petto,

Di tuo nuovo lavoro almo soggetto.

Né temer già che fra l'ardite schiere,

Ch'or tutte a vendicar gli antichi torti

Accende aspro dolor d'onta novella,

Tu 'l trovi intento a stragi orrende e a morti,

Colle man' pronte e colle luci fiere.

Per lui non piange, no, sua cruda stella

Madre afflitta o Donzella;

Né 'l rozzo Agricoltor recise e sparte

Vede per lui le non mature biade.

So ben che dalle spade

Fuggir convienti, e dal furor di Marte;

E non dar fiato a bellicosa tromba,

Se d'Icaro non cerchi aver la tomba.

Ma pien d'ossequioso affetto umile,

Vanne là, dove insull'amena balza,

Ch'è fra l'onda Tirrena e 'l vago Monte,

Ricco edificio insino al Ciel s'innalza,

Ben degno ostello al suo Signor gentile.

Quivi vedrai la generosa fronte

Del gran Francesco, fonte

D'alta virtù, che sì nel Mondo è rara,

Come si adorna ognor di vaghe stille,

Che sgorga a mille a mille,

Per far del suo buon zel sempre più chiara,

Altera fede; e no 'l distoglie il lieto,

Almo soggiorno del natio Sebeto.

Vedrai quel volto augusto, onde traluce

Valor, ch'infiamma ad opre eccelse il core,

Soavemente ogni atra nebbia oscura

Sgombra di freddo e pallido timore;

Vedrai come da gli occhi un'aurea luce

Ei spande fuor di maestà sicura;

E come rassicura,

Con cortese pietà, chi 'n lui s'affida

Dal fato oppresso in lagrimoso esiglio;

E, pien d'alto consiglio,

Ne' foschi giorni ei ne conforta e guida

Al primo Amor su nei beati Chiostri

Lunge da' crudi e disperati mostri.

Mille ancora vedrai leggiadri ingegni

Di sue geste famose ornar le carte,

Sicché mai non potrà l'invido Lete

D'obblio coprirle, o altrui celarle in parte,

E mille chiari e fortunati segni,

Per cui tocca d'onor l'ultime mete.

Vedrai pur d'erbe liete

E di novelli fior', vaghi, odorosi,

All'apparir del suo splendor sovrano,

Vestirsi il monte e 'l piano;

E, via sgombri i pensier' tristi e noiosi,

Me ancor fra' Cigni annoverato, e a volo

Girne fra il degno, avventuroso stuolo.

Oh se di tanto ben mi fia cortese,

E non arresti a mezzo 'l corso i passi

Quella, che a' bei desir' sempre si oppone,

Io pur dirò di lui, che in cima stassi

Della mia mente, e di sue altere imprese.

Come de' sensi nell'occulto agone

Ebbe palme e corone;

E 'n sulla prima e verde età fiorita,

Di molti gli anni in ben oprar precorse;

Né mai l'orme ritorse

Dalla lunga, scoscesa, erta salita,

Per cui di Gloria all'ultimo confine

Poggian l'alme più illustri e pellegrine.

Dirò del sacro e glorioso ammanto,

Onde a ragion sul Vatican lo cinse

Colui, che sino al Ciel sua forza estende;

E come allor l'orride trecce scinse,

Gli occhi torcendo infra 'l furore e 'l pianto,

La sozza Invidia, che sé stessa offende.

Né quella, che più splende

In lui, virtù, qual matutina stella,

Io tacerò l'onesta cortesia,

Che 'l cieco Mondo obblia

Già per lungo uso, in atti ed in favella;

Né 'l profondo saver, cui nulla è ignoto,

Né 'l petto a' colpi di fortuna immoto.

Ma qual lode fia mai, che giunga al paro

Di quella, onde l'adorna il vivo Sole,

Alta speme d'Iberia, e bel sostegno

Del vecchio Mondo alla cadente mole?

Il gran Monarca, il prode, il giusto, il raro

Esempio di pietade, il caro pegno,

Che 'l Ciel ne diè per segno

Come il nostro pregar tardo non giunse.

Ei di Trinacria a lui commise il freno,

Per far felici appieno

Color, che il fier Tifeo da noi disgiunse;

Egli più nobil cura alfin gli diede,

Ma pur dovuta alla sua lunga fede.

Fortunato per sempre il verde prato,

E 'l regal monte, e la tranquilla sponda,

Che fan corona alla Città felice;

E fortunato il bel Simeto, e l'onda

Della vaga Aretusa, e l'Etna, armato

Sempre di fiamme in gelida pendice.

A voi l'alma Felice,

Adorna ognor di porporine piume,

Diè legge e gioia, e in sua virtude feo

Pachino e Lilibeo

Vie più raccesi di gentil costume;

E di Peloro raddolcì gli affanni,

Fatti men duri al trapassar degli anni.

Anzi felici i sette Colli augusti

E 'l biondo Tebro, or che l'invitto e saggio

Eroe cinto vedran di doppj pregi,

E nel divo sembiante espresso un raggio

Di quel valor, che i secoli vetusti

Ornar' d'altari e d'olocausti egregi.

Questi son veri pregi,

Che fanno al Mondo gli uomini immortali,

Non già quelli, che 'l vulgo ignaro e folle

Con cieca brama estolle,

L'oro, le gemme e l'altre cose frali;

Che con lungo cibar non tolgon voglia,

Ma pascon sempre di angosciosa doglia,

Tempo verrà, se Febo il ver m'ispira,

E fia pur degna di sì lieta sorte

De' comun' falli la pesante soma,

Ch'egli ad un cenno sol l'aurate porte

Del Ciel disserri, e la magion dell'ira.

Già veggo far la vincitrice Roma

Alla canuta chioma

D'oro e di gemme un triplicato serto;

Già per lui trionfar la Fe' di Cristo,

Con glorioso acquisto

Nel bel paese, c'ha finor sofferto;

E far ritorno al buon sentier smarrito

Il Ren, la Mosa e 'l fier Tamigi ardito.

Canzone, or tu n'andrai modesta e cheta,

Del mio pensier colla fidata scorta,

A quel Signor, che Italia tutta onora.

Digli che in brieve d'ora

Venisti al Mondo languidetta e smorta:

Ma pur ti rende ardita il bel desio

Di fargli noto il tuo buon zelo e 'l mio.